Ndrangheta, il mondo del Sistema Reggio. L’inchiesta. FOTO/NOMI

arrestati sistema Reggio Calabria clan De Stefano
Arrestati del Sistema Reggio presunti affiliati a cosche di ‘ndragheta

Vasta operazione anti ‘ndrangheta a Reggio Calabria. Alle prime ore della mattinata odierna, a conclusione di complesse e articolate indagini coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, gli investigatori della locale Squadra Mobile hanno eseguito 19 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di capi, gregari e soggetti contigui alle cosche DE STEFANO, FRANCO, ROSMINI, SERRAINO e ARANITI della ‘ndrangheta reggina, di seguito indicati, ritenuti presunti responsabili, a vario titolo, di associazione mafiosa, concorso esterno in associazione mafiosa, estorsione, detenzione e porto di materiale esplosivo, intestazione fittizia di beni e rivelazione del segreto d’ufficio:

  1. Carmelo Salvatore NUCERA, nato a Reggio Calabria il 30.08.1959;
  2. Giovanni Carlo REMO, nato a Reggio Calabria il 29.04.1958;
  3. Antonino NICOLO’, nato a Reggio Calabria il 16.07.1952;
  4. Roberto FRANCO, nato ad Anoia (RC) il 11.12.1960;
  5. Salvatore GIOE’, nato a Reggio Calabria il 20.01.1969;
  6. Mario Vincenzo STILLITANO, nato a Reggio Calabria 05.12.1966;
  7. Domenico STILLITANO, nato a Reggio Calabria il 17.02.1962;
  8. Antonino ARANITI, nato a Reggio Calabria il 14.02.1978,
  9. Giovanni Sebastiano MODAFFERI, Reggio Calabria il 14.03.1977;
  10. Giorgio DE STEFANO, nato a Reggio Calabria il 27.11.1948;
  11. Dimitri DE STEFANO nato a Reggio Calabria 10.06.1973;
  12. Domenico NUCERA, nato a Reggio Calabria il 21.06.1945;
  13. Maria Angela MARRA CUTRUPI, nata a Reggio Calabria il 15.03.1964;
  14. Giuseppe SMERIGLIO nato a Reggio Calabria il 14.06.1964;
  15. Angela MINNITI, nata a Reggio Calabria il 29.07.1971;
  16. Saveria SACCA’ nata a Reggio Calabria il 11.10.1969;
  17. Alessandro NICOLò, nato a Reggio Calabria il 21.02.1985;
  18. Lorena FRANCO nata a Reggio Calabria il 28.01.1990;
  19. Anna Rosa MARTINO, nata a Melito Porto Salvo (RC) il 08.02.70;

Ai soggetti indicati dal n. 1 al n. 11 è stata applicata la misura cautelare della custodia in
carcere, a quelli dal n. 12 al n. 17 la misura cautelare degli arresti domiciliari e a quelli dal n. 18 al n. 19 l’obbligo di dimora e di presentazione alla polizia giudiziaria.
Contestualmente sono stati eseguiti dalla Polizia di Stato 3 decreti di perquisizione emessi
dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria a carico di altrettanti indagati e
numerose perquisizioni a carico di soggetti contigui alle cosche di ‘ndrangheta sopra indicate.

LEGGI IL LANCIO DELL’OPERAZIONE “SISTEMA REGGIO”

Nel corso della stessa operazione anti ‘ndrangheta, in esecuzione dei decreti di sequestro preventivo emessi
dalla Direzione Distrettuale Antimafia, gli investigatori della Squadra Mobile hanno sottoposto al vincolo ablativo i seguenti esercizi commerciali, unitamente a numerosi conti correnti e strumenti finanziari riconducibili alle società ed agli indagati:

•Impresa individuale “Fashion Cafè” di Minniti Angela”, sedente a Reggio Calabria in via
Argine Destro Annunziata n.89;
•Impresa “Delizie del Mare” sita in Reggio Calabria alla frazione Catona in Via Regina
Elena n. 38, con almeno 6 punti vendita in città;
•Impresa individuale “Smeriglio Giuseppe”;
•Bar Pasticceria Caffetteria Mediterranea, sedente a Reggio Calabria in via Manfroce n.77;
•Concessionaria “G.S. Motors”, sedente a Reggio Calabria in via Manfroce n.1/3/5;
•Stazione di Servizio “Esso”, ubicata a Reggio Calabria in via Enotria n.21
•”Bar Villa Arangea”, sito in Via Piazza Chiesa Arangea n.97
•”Ritrovo Libertà”, sito in Via Santa Caterina n. 154/156/158/160.

I DETTAGLI DELL’INCHIESTA CONTRO LA ‘NDRANGHETA REGGINA. LE INTERCETTAZIONI E GLI SVILUPPI

L’indagine – spiega la dda di Reggio Calabria – trae origine da un grave attentato posto in essere la notte dell’11 febbraio 2014, mediante l’esplosione di un ordigno pipe bomb, in danno del Bar Malavenda, noto esercizio commerciale del quartiere Santa Caterina di Reggio Calabria.

In quella notte, a mezzanotte e mezza circa, ignoti facevano esplodere l’ordigno all’esterno del citato bar, ubicato in Via Santa Caterina 154, di proprietà della società “Villa Arangea Snc”, riconducibile al pregiudicato Antonino Nicolò, collocato ai vertici della cosca Serraino.
L’esplosione distruggeva la vetrina del bar, il banco pasticceria e diverse vetrate anche dei locali sovrastanti, adibiti ad ufficio, magazzino e laboratorio, nonché una minicar in sosta nelle adiacenze, di cui rivendicava la proprietà Roberto Franco, capo dell’omonima cosca operante a Santa Caterina. La mattina seguente, Alessandro Nicolò, figlio di Antonino, denunciava il danneggiamento.

L’1 marzo 2014, Alessandro Nicolò denunciava di aver rinvenuto un altro ordigno inesploso, collocato nello stesso punto dove era scoppiato il primo, analogo per fattezze strutturali a quello del precedente atto intimidatorio. Considerato che l’esercizio commerciale danneggiato era ubicato lungo la via Santa Caterina, territorio sul quale incidono, in egual misura, da un lato i fratelli Stillittano, Domenico e Mario Vincenzo, ritenuti organici alla cosca Rosmini e quindi riconducibili al cartello condelliano, e dall’altro il predetto Roberto Franco capo dell’omonima cosca, notoriamente aderente al sodalizio facente capo alle prestigiose famiglie De Stefano/Tegano, venivano attivate – con l’ausilio di video riprese – molteplici operazioni di intercettazione telefoniche ed ambientali delle conversazioni dei citati soggetti, organici alle indicate cosche di ‘ndrangheta.

Dai primi accertamenti effettuati dagli investigatori della Squadra Mobile emergeva che Demetrio e Alessio Malavenda, nell’ottobre 2013, avevano venduto l’esercizio commerciale alla società Villa Arangea di Alessandro Nicolò, figlio di Antonino Nicolò “pasticcino”, e di Anna Rosa Martino, moglie di Francesco Serraino, ritenuto elemento di spicco dell’omonima cosca della ‘ndrangheta reggina.

Gli inquirenti hanno inoltre accertato che nei pressi dell’attività commerciale rilevata dai Nicolò era ubicato il bar “Fashion Cafe ndr”, gestito dai fratelli Mario Vincenzo Stillittano e Domenico, ritenuti organici alla cosca Rosmini operante a Reggio Calabria, cui è demandato il controllo criminale dei quartieri di Santa Caterina, San Brunello e Vito.

L’acquisto del Bar Malavenda da parte dei Nicolò aveva fatto sorgere attriti “interni” con gli Stillittano, dal momento che l’acquisto dell’ex “Bar Malavenda” avrebbe inciso sugli interessi economici di questi ultimi, da sempre presenti a Santa Caterina, con il rischio di turbare gli equilibri mafiosi vigenti, ormai, da oltre un ventennio.

Detta evenienza riceverà chiara conferma dalle attività di intercettazione da cui emergerà l’incidenza mafiosa, nel medesimo contesto territoriale ed in eguale misura, degli Stillittano e dei Franco, quest’ultimi storicamente intranei alla consorteria mafiosa dei De Stefano-Tegano, costituendone longa manus in quel quartiere.

A seguito del duplice attentato dinamitardo, i Nicolò avevano ceduto in locazione l’esercizio commerciale a Carmelo Salvatore Nucera, rappresentante di commercio nel settore dolciario. L’attività investigativa – che si era nel frattempo allargata a macchia d’olio – portava alla luce non solo le dinamiche criminali sottese al duplice attentato al Bar Malavenda ma anche, più in generale, il coinvolgimento, a vario titolo, nella vicenda, di esponenti di vertice di diversecosche della ‘ndangheta reggina, riconducibili sia al cartello condelliano che a quello destefaniano.

I servizi di captazione ambientale si rilevavano fondamentali per la ricostruzione dei fatti.
In una delle prime conversazioni captate, la Nucera ribadiva che il padre si era accordato con i Nicolò per la cessione del bar ma evidenziava che il punto dolente era un altro, ossia ottenere il placet, per la riapertura della nuova attività commerciale, che doveva essere richiesto ai rappresentanti degli schieramenti mafiosi che condividevano il controllo del quartiere. La figlia del Nucera riferiva che il padre si era, di fatto, confrontato con coloro che vengono appellati “I Signori” della ‘ndrangheta per ottenere il consenso ad avviare l’attività
commerciale.

Raccontava che il padre prima si era messo a rapporto con Roberto Franco del cartello destefaniano, il quale a nome della ‘ndrina Franco, cellula di riferimento territoriale dei De Stefano-Tegano, aveva dato il benestare; aggiungeva che poi, su indicazione dello stesso Franco, aveva incontrato, nel pieno rispetto delle dinamiche relative alla suddivisione territoriale del locale di Santa Caterina, tra i due cartelli mafiosi, il responsabile in loco dello schieramento condelliano, individuato in Mario Vincenzo Stillittano.

La conferma che il Nucera, per ottenere il benestare all’apertura dell’esercizio commerciale, si era “messo a rapporto” con i referenti mafiosi del locale di Santa Caterina, veniva data da una conversazione nel corso della quale Carmelo Salvatore Nucera riferiva a Roberto Franco che Mario Vincenzo Stillittano gli aveva opposto un secco e categorico diniego all’apertura dell’attività commercialmente in concorrenza con il “Fashion Cafè” da lui gestito. Il Nucera confidava pertanto al fratello Domenico che avrebbe avuto un incontro con un esponente di vertice della cosca Condello (“stamattina mi devo vedere con Condello”).

Da una conversazione con la figlia Maria Rita, emergeva che Carmelo Nucera aveva ottenuto l’intervento delle famiglie condelliane per far retrocedere Stillittano dalla sua posizione di diniego, non senza tuttavia pagare, per ciò, un prezzo con l’assunzione di alcuni dipendenti riferibili a quel cartello di ‘ndrangheta. Nello specifico, dalle attività captative emergeva che sarebbero state assunte 2 donne gradite ai Condello, a titolo di garanzia e quale controprestazione ineludibile per l’interessamento ai fini dell’apertura del nuovo locale (“una dei Condello” e pure “un’altra ancora di quella parte”)

Nucera precisava che la cassiera “è una degli Araniti” (che aderiscono al cartello condelliano) rivelando, in tal modo, l’intervento effettuato dagli Araniti presso i Condello ai quali, i primi, avevano fatto intendere di avere un interesse diretto nel bar. In merito alla questione relativa alle assunzioni imposte dalle cosche e con riferimento alla “moglie di uno dei due Araniti”, Nucera precisava che a fare da intermediario con gli
Araniti, affinché intervenissero presso i Condello, era stato il suo socio in affari, Giovanni Carlo Remo, cugino di Fortunata Remo, classe 1958 coniugata con Michele Labate classe 1956, fratello di Pietro Labate classe 1951, capo dell’omonima cosca dominate nel quartiere Gebbione di Reggio Calabria.

In un dialogo intercettato tra Carmelo Nucera e la figlia Maria Rita emergeva la tensione legata alla complessa vicenda del nuovo locale, nonché lo spessore criminale di Antonino Nicolò che aveva garantito protezione ai Nucera, in forza del suo ruolo verticistico in seno alla cosca Serraino, prefigurando addirittura l’omicidio di Mario Vincenzo Stillittano, individuato dal Nicolò come mandante del duplice atto intimidatorio al bar
Malavenda.

I Nucera avevano in animo di portare la questione anche a conoscenza di Giuseppe Rosmini, noto esponente di vertice dell’omonimo casato mafioso (“devo chiamare a Peppe Rosmini…”). Nel corso delle progressioni investigative era emerso altresì che Carmelo Salvatore Nucera aveva investito della questione la potente cosca De Stefano, nella persona dell’avvocato Giorgio De Stefano. Invero, una conversazione captata con Demetrio Malavenda, di assoluto rilievo investigativo, palesava l’intervento, per dirimere la vicenda in esame, anche della cosca De Stefano, nella persona del suo esponente di vertice, ovvero l’avvocato Giorgio De Stefano.

Nucera riferiva a Malavenda che per assicurare l’attività commerciale si era rivolto alle Generali ma poi, con l’intermediazione di un amico, era stato contattato dall’avvocato Giorgio De Stefano, sicché aveva ottenuto “da più parti la garanzia al mille per mille di alcune cose” tanto da rimarcare, da un lato, l’inconsistenza della minaccia degli Stillittano e, dall’altro, l’impegno diretto degli ARANITI che, a loro volta, avevano manifestato un interesse personale nella nuova attività commerciale (“che resta fra noi, io avevo fatto l’assicurazione con le Generali…e poi mi ha chiamato Giorgio De Stefano, Giorgio De Stefano l’avvocato, tramite un amico per l’assicurazione… loro praticamente da più parti mi danno la garanzia al mille per mille di alcune cose, che lui (n.d.r. Giorgio De Stefano) dice che loro (n.d.r. gli Stillittano) non contano un cazzo… gli Araniti si sono presi l’impegno loro, i cosi…non ci sono problemi, non succede niente perché…l’hanno messa come se fosse una cosa che interessa a loro a livello personale.”).

Da un’altra conversazione intercorsa tra i fratelli Carmelo e Domenico Nucera si capiva
chiaramente che almeno tre dipendenti erano stati assunti su imposizione delle cosche (“uno me l’ha chiesto Araniti, uno me l’ha chiesto Condello, uno me l’ha chiesto Nicolò “).
Alla meraviglia espressa dal fratello, pienamente consapevole dell’alto lignaggio mafioso
delle famiglie a cui le richieste dovevano essere inevitabilmente soddisfatte (“uttana, tutte persone per bene”), il Nucera precisava che “una è la moglie di Araniti” “alla cassa”, e “c’è pure quella là scritta nel banco (n.d.r. come banconista), è iscritta anche lei su internet…quella la devo prendere pure!…”, riferendosi ad Maria Teresa Arena, ex moglie di Filippo Rosmini.

Nucera era consapevole che l’elenco di soggetti da assumere su imposizione delle cosche era inevitabilmente destinato ad allungarsi con l’ulteriore ed ineludibile richiesta dell’avvocato Giorgio De Stefano (“e ora sicuramente, siccome mi ha chiamato coso, qualcuno me lo cerca pure lui e non gli posso dire di no, Giorgio De Stefano”), dal quale aveva ottenuto massima protezione per l’avvio dell’attività commerciale (“che si stiano tutti zitti ha detto”), nonché, a fronte delle titubanze espresse dall’incaricato delle Generali, la stipula dell’assicurazione con la filiale della Carige gestita dalla figlia Diana Rita classe 1972 (“poi mi ha detto: “…vieni da me che te la faccio io l’assicurazione”…Giorgio De Stefano”). Precisava che al “massimo” esponente delle gerarchie mafiose dei De Stefano era giunto grazie all’intermediazione di un amico che aveva preso contatti direttamente con l’avvocato (“Giorgio De Stefano, ha parlato un amico, non è che lo conoscevo direttamente…”).

Dal suo referente il Nucera aveva avuto assicurazione di poter avviare quindi l’attività senza alcuna remora (“deve aprire, di non preoccuparsi”), dal momento che Giorgio De Stefano, definito (dal Nucera) il “massimo” (“…Penso che quello è il massimo, no?…”) rappresentante della cosca De Stefano avrebbe parlato dall’alto della sua autorevolezza mafiosa sicché, in conseguenza del suo diretto intervento [ “se parla lui (n.d.r. Giorgio De
Stefano)” ], gli Stillitano avrebbero dovuto necessariamente piegarsi, pena gravissime conseguenze, (“perché incominciando da quello gli mettono il muso nel culo…gli mettono il muso nel culo e non parlano più!”). Ulteriori contatti al fine di dirimere la difficile controversia sorta con gli Stillitano, i Nucera avevano con esponenti della cosca Araniti.

Le attività tecniche consentivano di monitorare un incontro presso il bar Malavenda con gli Araniti che venivano identificati in Giovanni Sebastiano Modafferi, nipote dello storico patriarca Santo Araniti, ed Antonino Araniti, cugino del Modafferi. L’Araniti tranquillizzava il Nucera suggerendo il modo in cui avrebbe dovuto comportarsi in caso di visite degli Stillittano o di loro emissari.

Maria Rita Nucera riferiva ad una sua amica che per ottenere l’autorizzazione ad aprire l’esercizio commerciale avevano interpellato i rappresentanti dei diversi schieramenti mafiosi (“…gli ho detto: “…già hanno parlato con chi era giusto che parlavano”…”). Quindi indicava il percorso seguito dal padre, dal nulla osta di Roberto Franco al rifiuto degli Stillittano fino all’intervento degli Araniti di Sambatello che, ponendo la questione dell’apertura del locale come di loro personale interesse, avevano investito della querelle i Condello, i quali avevano dato il benestare che sarebbe stato poi comunicato allo Stillittano (“noi abbiamo parlato con chi dovevamo parlare…Roberto gli ha detto “per me non ci sono problemi, ci sono problemi con gli Stillittano”…nel momento in cui mio padre è andato a parlare con Stillittano e Stillittano gli ha detto “ti consiglio di non aprire il bar”…allora mio padre gli ha detto: “Roberto io te lo sto dicendo qua, io il bar lo apro, poi ognuno fa quello che vuole”…e Roberto gli ha ripetuto “per me non ci sono problemi”…mio padre a Roberto è stato chiaro, gli ha detto: “Io il bar lo apro” poi Roberto ha detto “Va bene” e Roberto non può fare niente, permettimi che mio padre…nel momento in cui Roberto dice vai e parla con lui (n.d.r. Stillittano) e dopo mio padre va e parla con lui e nessuno è in grado di mediare la situazione, mio padre è normale che si rivolge con quelli di Archi che gli hanno detto che non ci sono problemi…oggi c’era l’ultima riunione per parlare di questa cosa, e praticamente si è messo in mezzo con quelli di Sambatello…quelli di Sambatello sono andati ad Archi e gli hanno detto che è una cosa personale, che gli serve a loro, no che gli serve, che gli interessa che è un favore che gli devono fare il bar…è un favore, perché sicuramente avranno bisogno di un…cioè gli devono un favore e gli hanno detto…quelli gli hanno detto non c’erano problemi, da Archi, quindi ora devono chiamare a quello (n.d.r. Stillittano) e comunicarglielo ma quello qualcosa la fa sicuro lo stesso”).

In una conversazione con il fratello Domenico, Carmelo Nucera riferiva di aver incontrato Filippo Rosmini, il quale, in ordine alla vicenda relativa all’apertura del bar, aveva manifestato la sua contrarietà. Di fronte all’atteggiamento di chiusura del Rosmini, il Nucera aveva chiesto spiegazioni. Il Rosmini aveva però fornito informazioni a sostegno dell’inopportunità dell’operazione commerciale che il Nucera giudicava insoddisfacenti al punto che aveva deciso di non assumere più al bar la sua ex moglie, Maria Teresa Arena (“ieri ho chiamato a Mary e l’ho cacciata”).

Nel corso di un’altra conversazione, il Franco spiegava che, dopo la prima bomba, c’era stato un incontro con lo Stillittano, sia per capire quanto successo a Antonino Nicolò, appellato compare Nino, sia per il danneggiamento di una minicar della sua concessionaria (“quando è stato il fatto di Malavenda io sono andato a trovarlo (n.d.r. a Stillittano)…per compare Nino…gli ho detto “ma scusate, a parte che mi avete distrutto una macchina
almeno…dice “ah, lui qua bar non ne fa”… “ma scusate lo chiamiamo e glielo diciamo, no che gli mettete la bomba…ci tiriamo la legge qua, allora che…io sono uscito, ho mio fratello che gli stanno facendo il processo, a mio nipote che gli stanno facendo il processo, a Donatello il processo…vedete che questa è un’infamità…”).

Aggiungeva che l’incontro con lo Stillittano tuttavia non aveva sortito alcun effetto dal momento che “…dopo una settimana gli hanno posato l’altra…”. Il Nucera – che sin dall’inizio si era rivolto al Franco riconoscendone il ruolo di vertice nel quartiere – riteneva che gli Stillittano fossero di rango inferiore, sicché, a suo
avviso, non potevano arrogarsi un potere decisionale che non spettava loro (“allora, domanda…ma comandano tanto, possono prendere queste decisioni…e possono con…cioè, ma non…, perché io…no, io voglio capi(re)..”).

Il Franco spiegava allora a Nucera che il locale di Santa Caterina è diviso in parti uguali, una metà è dei CONDELLO e l’altra metà dei De Stefano-Tegano (“Santa Caterina per i Condello è a metà, cinquanta e cinquanta”), quindi, per conto dei primi il controllo è affidato agli Stillittano (“per i Condello ci sono loro (n.d.r. gli Stillittano), per i…inc…”). Ma siccome Nucera sollecitava un suo intervento (“…io pensavo che VOI…”), Franco ribadiva che si trattava di esponenti dell’altro schieramento (condelliano) (“…e che ci devo fare io?!”), motivo per il quale, già in precedenza, gli aveva detto di trovare un interlocutore valido di quel cartello mafioso in grado di intercedere, agendo comunque con cautela in quanto gli Stillittano erano pericolosi (“io ti avevo detto l’altra volta: “vedi di trovare qualche strada…inc…vai piano piano, che di Vito sono”…”).

Franco ricordava a Nucera che gli Stillitano avevano un rilevante peso criminale a Santa Caterina, ragion per cui non poteva ostacolare le loro scelte così come gli altri non potevano intervenire sulle sue decisioni (“…tu mi avevi detto che ti avevano detto che non contano niente, io ti ho detto: “no, quelli contano, se non contavano…”…devono avere la bontà, io non gli posso dire…hai capito? come lo stesso loro non mi possono dire a me che prendo una decisione io, non mi possono dire niente a me…”).

Franco assicurava a Nucera di aver discusso della vicenda con le gerarchie della cosca De Stefano E Tegano e di avere ottenuto il placet di Dimitri De Stefano (“io ho parlato, io ho parlato sia con i De Stefano e sia con i Tegano…lo sai cosa mi hanno detto, Dimitri: “tranquillo…per noi sì…però il problema là”…”). A Dimitri De Stefano, Franco aveva detto “…gli ho detto io: “a parte che è un bravo cristiano…il problema ce l’ho io…va e se lo chiarisce!”…”.

L’avvocato Giorgio De Stefano è cugino dello storico boss di Archi di Reggio Calabria Paolo De Stefano, assassinato dai Condello nel 1985 durante la sanguinosa guerra di ‘ndrangheta. Nel 2001 è stato condannato a tre anni e sei mesi di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa (rispetto alla cosca De Stefano). Le emergenze investigative hanno evidenziato altresì fughe di notizie sulle indagini in corso. Secondo gli inquirenti a violare il segreto d’ufficio sull’esistenza delle indagini è stata Maria Marra Cutrupi.

Angela, cognata di Carmelo Nucera, all’epoca dei fatti impiegata, a tempo determinato e con mansioni esclusivamente esecutive, presso l’ufficio Gip del Tribunale di Reggio Calabria. In alcune conversazioni, Carmelo Nucera esternava la sua preoccupazione, atteso che l’incartamento delle indagini, in cui era coinvolto, era nelle mani dell’Autorità Giudiziaria. Sulla base della richiesta formulata da questa Direzione Distrettuale Antimafia, il Gip
presso il locale Tribunale, ha accolto pienamente le risultanze investigative acquisite dalla Squadra Mobile che, grazie ad una mirata ed efficace attività di indagine, supportata da molteplici presidi tecnologici e da proficui servizi di Polizia giudiziaria ha ricostruito puntualmente le dinamiche criminali relative non solo al duplice atto intimidatorio ai danni dell’ex Bar Malavenda ma, più in generale, ai contesti mafiosi riferibili ai due più potenti casati di ‘ndrangheta operanti nella città di Reggio Calabria, ovvero quelli facenti capo alla famiglia De Stefano e Condello, entrambi dominanti ad Archi ed in altri quartieri del centro di Reggio Calabria, fra i quali Santa Caterina.

Invero, l’insieme dei risultati acquisiti ad esito delle prolungate indagini finalizzate ad individuare mandanti ed esecutori dei due attentati al bar Malavenda, secondo i pm hanno permesso di contestare agli indagati anche il delitto di associazione mafiosa per aver preso parte alla ‘ndrangheta, nella sua configurazione di organizzazione criminale unitaria operante sul territorio della provincia di Reggio Calabria, del territorio nazionale ed estero, costituita da molte decine di locali ed articolata in tre mandamenti (Tirrenica, Ionica e Reggio Calabria città) e con organo di vertice denominato “Provincia” e, più nello specifico, per aver fatto parte (con altre persone non ancora individuate) delle articolazioni territoriali operanti prevalentemente nel territorio di Reggio Calabria, denominate cosche Franco, Rosmini, De Stefano, Serraino E Araniti, allo scopo di commettere, tra gli altri, delitti contro il patrimonio (estorsioni e danneggiamenti per fini estorsivi).

Sempre secondo la Dda, i pregnanti esiti investigativi acquisiti dalle intercettazioni ambientali hanno consentito di delineare anche i ruoli specifici rivestiti dai componenti delle associazioni criminali aderenti alla ‘ndrangheta reggina. Nello specifico, Roberto Franco e Salvatore Primo Gioè, rispondono del delitto di associazione mafiosa, per aver fatto parte della cosca Franco, il primo in qualità di capo con compiti di direzione, decisione, pianificazione e individuazione delle azioni e delle strategie del sodalizio criminoso, con precipuo riferimento al territorio compreso nel quartiere di Santa Caterina e nelle zone limitrofe, nonché per aver cooperato con gli altri soggetti al vertice delle diverse articolazioni territoriali della ‘ndrangheta (nelle specie cosche denominate De Stefano e Tegano); il secondo in qualità di organizzatore del sodalizio e principale punto di riferimento di Roberto Franco (per il quale fungeva da intestatario fittizio della concessionaria denominata G.S. Motors), riceveva e attuava le comunicazioni e le direttive di quest’ultimo.

Mario Vincenzo Stillittano (detto Enzo) e Domenico Stillittano (detto Mimmo), sono accusati di associazione mafiosa, per aver fatto parte della cosca Rosmini, strettamente federata alla cosca Condello, operante nel comune di Reggio Calabria, con il ruolo di capi con compiti di direzione, decisione, pianificazione e individuazione delle azioni e delle strategie del sodalizio criminoso, con precipuo riferimento al territorio compreso nei quartieri di Santa Caterina, Vito e San Brunello, nonché per aver compiuto le scelte più rilevanti in ordine alle concrete modalità di controllo e di gestione delle molteplici attività economiche e degli 8 esercizi commerciali ivi esistenti e/o di nuova apertura, anche attraverso la commissione di azioni intimidatorie con l’uso di esplosivo ad alto potenziale; per aver cooperato costantemente anche con gli altri soggetti al vertice delle diverse articolazioni territoriali della ‘ndrangheta (nella specie con gli associati della cosca Condello).

A Antonino Nicolò (detto “pasticcino”), è contestato il delitto di associazione mafiosa, per aver fatto parte della cosca Serraino, operante nel comune di Reggio Calabria , in qualità di capo con compiti di direzione, decisione, pianificazione e individuazione delle azioni e delle strategie del sodalizio criminoso. Lo stesso cooperava costantemente con gli altri soggetti al vertice delle diverse articolazioni territoriali della ‘ndrangheta (nelle specie, con gli associati delle cosche Condello e Franco).

Giorgio De Stefano e Dimitri Antonio Angelo De Stefano, sono accusati di associazione mafiosa, per aver fatto parte della cosca De Stefano, operante nel comune di Reggio Calabria, in qualità di capi con compiti di direzione, decisione, pianificazione e individuazione delle azioni e delle strategie del sodalizio criminoso; inoltre compivano le scelte più rilevanti in ordine alle concrete modalità di controllo e gestione delle molteplici attività economiche e degli esercizi commerciali esistenti e/o di nuova apertura nel territorio di Reggio Calabria. Entrambi cooperavano costantemente anche con gli altri soggetti al vertice delle diverse articolazioni territoriali della ‘ndrangheta (nella specie, e tra l’altro, con gli associati con ruolo di direzione della cosca Franco)

Per Antonino Araniti e Giovanni Sebastiano Modafferi, l’accusa è di associazione mafiosa, per aver fatto parte della cosca Araniti, operante a Reggio Calabria, con il ruolo di capi con compiti di direzione, decisione, pianificazione e individuazione delle azioni e delle strategie del sodalizio criminoso; nella specie, compivano le scelte più rilevanti in ordine alle concrete modalità di controllo e di gestione delle molteplici attività economiche e degli esercizi commerciali esistenti e/o di nuova apertura nel territorio di Reggio Calabria. Cooperavano, altresì, costantemente anche con gli altri soggetti al vertice delle diverse articolazioni territoriali della ‘ndrangheta (nella specie con gli associati della cosca Condello)

Carmelo Salvatore Nucera e Giovanni Carlo Remo (detto Giancarlo), sono invece accusati di concorso esterno in associazione mafiosa, perché contribuivano concretamente, dall’esterno, al rafforzamento, alla conservazione ed alla realizzazione degli scopi dell’associazione mafiosa unitaria denominata ’ndrangheta, e più in particolare, delle articolazioni territoriali della predetta organizzazione mafiosa, operanti prevalentemente nel comune di Reggio Calabria.

In particolare, l’apporto fornito dal Carmelo Salvatore Nucera e dal Giovanni Carlo Remo alla conservazione e al rafforzamento della suddetta organizzazione criminale, nonché al perseguimento delle relative finalità delittuose, consisteva nello stringere un solido e proficuo pactum sceleris con i soggetti al vertice delle più potenti articolazioni territoriali operanti nel mandamento di Reggio Calabria città ed in particolare:

1) assicurandosi la protezione della ‘ndrangheta in relazione all’apertura dell’esercizio commerciale denominato bar “Ritrovo Libertà” (sito in Reggio Calabria, via Santa Caterina n. 154) intestato al Nucera e gestito da quest’ultimo in società di fatto con il Remo;

2) riconoscendo alla predetta associazione mafiosa il potere di regolamentazione dell’accesso al lavoro privato (procedendo all’assunzione di alcuni dipendenti “graditi” alla citata organizzazione criminale), la potestà (appartenente invece allo Stato) di regolamentazione dell’esercizio del commercio e, più in generale, il controllo sulle attività economicoproduttive del quartiere Santa Caterina di Reggio Calabria.

Mario Vincenzo Stillittano (detto Enzo) e Domenico Stillittano (detto Mimmo), sono ritenuti responsabili di:
•estorsione aggravata perché, in concorso tra loro, costringevano Antonino Nicolò e la società Villa Arangea di Martino Anna & Nicolò Alessandro snc (di cui il medesimo Nicolò è il co-titolare ed amministratore di fatto) – che, con atto notarile in data 4.02.2014, aveva acquistato l’azienda (comprendente l’esercizio commerciale denominato “Bar Malavenda” ed avente sede in Reggio Calabria, via Santa Caterina, n. 154) in precedenza di proprietà della ditta individuale Dolceria Malavenda di Mazzeo Grazia – a non riavviare e conseguentemente riaprire al pubblico la predetta attività commerciale, nonché ad affittare successivamente il citato ramo di azienda in favore della ditta individuale a Carmelo Salvatore Nucera (e poi a cederlo in via definitiva alla società
Ritrovo Libertà s.a.s.), così procurandosi un ingiusto profitto (consistito nel progressivo raggiungimento di una posizione di sostanziale monopolio commerciale, o comunque nella conservazione di una situazione di limitata concorrenza, derivante dall’assenza di un analogo ed ulteriore esercizio sito a breve distanza dai bar pasticceria – denominati “Fashion Cafè” e “Caffetteria Mediterranea” – nella piena disponibilità di fatto rispettivamente dello Mario Vincenzo Stillittano e del germano Domenico), con grave danno per le suddette persone offese.

•Detenzione e porto illegale, in luogo pubblico, in concorso tra loro, di materiale esplosivo contenuto in due ordigni pipe-bomb.
•Tentata estorsione aggravata, perché, in concorso tra loro, compivano atti idonei diretti in
modo non equivoco a costringere Carmelo Salvatore Nucera a non acquistare e riavviare l’attività del bar Malavenda, e quindi a procurarsi così un ingiusto profitto (consistito nel progressivo raggiungimento di una posizione di sostanziale monopolio commerciale, o comunque nella conservazione di una situazione di limitata concorrenza,
derivante dall’assenza di un analogo ed ulteriore esercizio sito a breve distanza dai bar pasticceria – denominati “Fashion Cafè” e “Caffetteria Mediterranea” – nella piena disponibilità di fatto rispettivamente dello Mario Vincenzo Stillittano e del germano Domenico) con grave danno per la suddetta persona offesa.

Mario Vincenzo Stillittano (detto Enzo) e Angela Minniti, sono ritenuti responsabili di intestazione fittizia di beni, perché, in concorso fra loro, al fine di eludere le disposizioni in materia di misure di prevenzione patrimoniale ovvero di agevolare la commissione di uno dei delitti di cui agli artt. 648, 648bis e 648ter c.p., lo Mario Vincenzo Stillittano attribuiva fittiziamente a Angela Minniti la formale titolarità dell’impresa individuale Fashion Cafè di Minniti Angela (con sede legale in Reggio Calabria, via Argine Destro Annunziata n. 89), esercente la somministrazione di alimenti e bevande ed il commercio al dettaglio di prodotti alimentari surgelati.

Mario Vincenzo Stillittano (detto Enzo) e Giuseppe Smeriglio, sono ritenuti responsabili di intestazione fittizia di beni, perché, in concorso fra loro, al fine di eludere le disposizioni in materia di misure di prevenzione patrimoniale ovvero di agevolare la commissione di uno dei delitti di cui agli artt. 648, 648 bis e 648 ter c.p., lo Mario Vincenzo Stillittano attribuiva fittiziamente allo Giuseppe Smeriglio:
a) la piena titolarità dell’impresa individuale Smeriglio Giuseppe (con sede legale in Reggio
Calabria, viale Aldo Moro n. 114), esercente – attraverso diverse unità locali – il commercio al dettaglio e/o all’ingrosso di prodotti alimentari congelati e surgelati;
b) il 50% (ed, a decorrere dal 08.06.2015, il 100%) delle quote della società Delizie del Mare srl (con sede in Reggio Calabria, via San Francesco da Paola n. 108/D), esercente – attraverso diverse unità locali – il commercio al dettaglio di prodotti alimentari congelati e surgelati.

Domenico Stillittano (detto Mimmo) e Saveria Sacca, sono ritenuti responsabili di intestazione fittizia di beni, perché, in concorso fra loro, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso perpetrate anche in tempi diversi, al fine di eludere le disposizioni in materia di misure di prevenzione patrimoniale ovvero di agevolare la commissione di uno dei delitti di cui agli artt. 648, 648 bis e 648 ter c.p., lo Domenico Stillittano attribuiva fittiziamente alla Saccà la formale titolarità dell’impresa individuale Caffetteria Mediterranea di Saccà Saveria (con sede legale in Reggio Calabria, via Manfroce n. 77), esercente la somministrazione di alimenti e bevande.

Roberto Franco e Salvatore Primo Gioè, sono ritenuti responsabili di intestazione fittizia di beni perché, in concorso fra loro, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso perpetrate anche in tempi diversi, al fine di eludere le disposizioni in materia di misure di prevenzione patrimoniale ovvero di agevolare la commissione di uno dei delitti di cui agli artt. 648, 648 bis e 648 ter c.p., il Roberto Franco attribuiva fittiziamente al Gioè la formale titolarità dell’impresa individuale G.S. Motors Gioè Salvatore Primo (con sede legale in Reggio Calabria, via Manfroce n. 1-3-5), esercente il commercio al dettaglio di autovetture e motoveicoli nuovi ed usati.

Roberto Franco e Lorena Franco, sono ritenuti responsabili di intestazione fittizia di beni perché, in concorso fra loro, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso perpetrate anche in tempi diversi, al fine di eludere le disposizioni in materia di misure di prevenzione patrimoniale ovvero di agevolare la commissione di uno dei delitti di cui agli artt. 648, 648 bis e 648 ter c.p., il Roberto Franco attribuiva fittiziamente a Lorena Franco la formale titolarità dell’impresa individuale Stazione di servizio Esso di Franco Lorena (con sede legale in Reggio Calabria, via Enotria n. 21), esercente il commercio al dettaglio di carburante per autotrazione.

Antonino Nicolò (detto “pasticcino”), Alessandro Nicolò e Anna Rosa Martino sono ritenuti responsabili di intestazione fittizia di beni perché, in concorso fra loro, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso perpetrate anche in tempi diversi, al fine di eludere le disposizioni in materia di misure di prevenzione patrimoniale ovvero di agevolare la commissione di uno dei delitti di cui agli artt. 648, 648 bis e 648 ter c.p., il Antonino Nicolò – con il consenso di Anna Rosa Martino (socio amministratore titolare del 50% delle quote sociali) – attribuiva fittiziamente a Alessandro Nicolò (socio amministratore) il 50% delle quote della società Villa Arangea di Martino Anna Rosa & Nicolò Alessandro s.n.c. (con sede in Reggio Calabria, Piazza Chiesa Arangea n. 97), esercente attività di produzione e vendita al commercio ed al dettaglio di prodotti di pasticceria e gelateria, nonché di somministrazione di alimenti e bevande.

Maria Angela Marra Cutrupi e Domenico Nucera, sono ritenuti responsabili del reato di rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio perché, in concorso tra loro, nella specie la Maria Angela Marra Cutrupi quale pubblico ufficiale in servizio presso il Tribunale di Reggio Calabria – Ufficio Gip/Gup, violando i doveri inerenti alle funzioni e al servizio, e comunque abusando della sua qualità, rivelava al marito Domenico Nucera – il quale, a sua
volta, le riferiva al fratello Carmelo Salvatore Nucera – notizie di ufficio coperte dal segreto
istruttorio. In particolare, avendo letto atti giudiziari relativi ad attività di intercettazione telefonica in corso, rivelava il contenuto delle predette notizie di ufficio – coperte dal segreto ai sensi dell’art. 329 c.p.p. – al coniuge Domenico Nucera che, a sua volta, le divulgava al germano Carmelo Salvatore Nucera.

A termine delle formalità di rito, i soggetti colpiti dai provvedimenti restrittivi sono stati
posti a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.

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