Intervista a Stefano Fassina: Ok unità del Pd ma Renzi non s’illuda

Intervista a Stefano Fassina
Stefano Fassina

Antonio Vastarelli per Il Mattino

Visto che il Pd, unito, ha ottenuto un risultato di grande valore con l’elezione di Mattarella, approfittiamo della rottura del patto del Nazareno per migliorare le riforme, a cominciare dall’Italicum». Stefano Fassina, da sempre trai più critici nel Pd verso Renzi, nonostante il premier abbia già detto no ad ulteriori modifiche alla legge elettorale, si dice ottimista sulla possibilità di un accordo.

Fassina, il patto del Nazareno è sciolto.Renzi dice di avere la maggioranza per portare a termine le riforme anche senza Berlusconi. La pensa così anche la minoranza del Pd?
«L’elezione di Mattarella è stata un passaggio importante che ha dimostrato che il Pd può essere unito e arrivare a soluzioni di grande valore. Auspichiamo che questa ricerca dell’unità vada avanti anche sulle riforme, soprattutto dopo il cambiamento nei rapporti con Belrusconi. Nei mesi scorsi, il patto del Nazareno è stato una sorta di gabbia che ha limitato la dialettica. Ora si lasci che, su legge elettorale e sullriforma della Costituzione, le posizioni possano emergere da una discussione parlamentare».

Si dice sempre che le riforme vanno fatte con le opposizioni. Non è più così?
«Il rapporto con le opposizioni non è mancato, e va ricercato anche oggi, perché è giusto coinvolgerle. La verità è che il rapporto con Forza Italia, in passaggi importanti, ha precluso la possibilità di discutere».

L’ultima versione dell’Italicum, però, ha già accolto alcune richieste arrivate proprio dalla minoranza del Pd, a cominciare dall’elezione di una parte dei deputati con le preferenze.
«È vero, ma il percorso che ha portato a quei miglioramenti è stato tumultuoso. All’inizio ci fu un atteggiamento di chiusura brutale che portò alle dimissioni di Gianni Cuperlo dalla presidenza del Pd. Oggi, invece, il senso di liberazione con cui il governo e il partito hanno salutato la scelta di Berlusconi di dichiarare rotto il patto del Nazareno mi porta adire che ci sarà maggiore disponibilità al miglioramento delle riforme».

Renzi, però, ha già detto che l’Italicum non si cambia.
«E noi non siamo d’accordo. Alla Camera chiederemo l’abolizione dei capilista bloccati, non per piantare una bandierina, ma perché non va bene che i cittadini non possano scegliere chi li rappresenta, soprattutto se avremo un Senato di nominati, come quello previsto dalla riforma costituzionale. Il potere dell’esecutivo sarà rafforzato, non va quindi minata l’autonomia dei parlamentari».

L’ingresso degli 8 esponenti di Scelta civica nel Pd è il sintomo di un partito che si sta spostando “a destra”?
«Io penso che si è data troppa rilevanza politica a questi spostamenti che sembrano motivati soprattutto da ragioni personali. Il problema vero è lo spostamento del Pd in direzione dell’agenda Monti, in particolare sulla riforma del lavoro. Nei prossimi giorni il Parlamento dovrà dare il parere sui decreti attuativi del Jobs act, che sono più vicini alle posizioni di Sacconi e Ichino, che alle nostre.
È questo spostamento verso l’agenda Monti che va affrontato».

Lei appoggia la battaglia del premier Tsipras sul debito greco, ma molti sostengono che, se Atene non paga, danneggerà i suoi creditori, e tra questi c’è l’Italia.
«La verità è che la linea della troika è insostenibile: porterebbe al fallimento della Grecia, e in quel caso i creditori, e quindi anche l’Italia, ne avrebbero un danno. Tsipras vuole salvaguardare il valore nominale del capitale, ma rivedendo le scadenze per la restituzione del debito, legandole alla crescita economica. L’unico modo per tutelare i creditori, è innescare politiche che portino crescita. E questa ricetta non vale solo per la Grecia, ma anche per l’Italia e l’Europa».

A proposito di crescita mancata, si ipotizza il varo di un ministero per il Mezzogiorno: potrebbe essere utile?
«Se serve a coordinare l’azione dei ministeri e a fare pressione sull’agenda politica affinché ci sia l’attenzione necessaria, potrebbe avere un senso. Ma bisogna evitare il rischio di guardare a questo problema come questione territoriale. Nulla servirà, se non si cambia il segno della politica macroeconomica nazionale ed europea, orientandole verso la crescita».