Libia, l'esperto Mattia Toaldo: "Contro l'Isis serve esercito libico"

Truppe libiche - analisi Mattia Toaldo
Truppe libiche

Luca Mirone per l’Agenzia Ansa

La via migliore per sconfiggere l’Isis in Libia è un intervento militare interno, espressione di un governo di unità nazionale che si muova conoscendo il territorio e soprattutto con il consenso della popolazione. Altrimenti una forza internazionale, seppur ingente, rischia di impantanarsi in un Paese dove regna il caos totale, con almeno una decina di fazioni in lotta.

E l’Italia, che dovrà scendere in campo tra le prime file, ha tutto l’interesse per la prima soluzione, nella quale la comunità internazionale potrebbe intervenire con una semplice forza di peacekeeping, di non più di cinquemila militari, a presidio delle istituzioni e degli altri punti sensibili come gli aeroporti. Mattia Toaldo, analista dello European Council on Foreign Relations ed esperto di questioni libiche, in un’intervista all’Ansa mette in guardia da un intervento militare straniero in uno scenario talmente caotico che al confronto “il Libano degli anni ’80 era abbastanza unitario”.

Tale ipotesi ha subito un’accelerazione dopo l’inizio dei raid dell’Egitto sulle postazioni dell’Isis, in risposta alla decapitazione dei 21 copti, ed il successivo appello del presidente Sisi per un intervento dell’Onu: questione che potrebbe arrivare sul tavolo del Consiglio di Sicurezza. Questo scenario, secondo Mattia Toaldo, è il più “rischioso” anche per lo stesso Egitto, Paese “chiave” in questa crisi (la Libia per il Cairo “è una questione di politica interna, come lo era l’Albania per l’Italia negli anni ’90”).

La storia insegna, come nel recente caso dell’Afghanistan, che non basta un ingente schieramento militare per avere ragione di un territorio senza controllo ed una vera autorità politica. Questo tipo di valutazione, sottolinea Mattia Toaldo, è ben presente anche al Cairo, che sta valutando una seconda opzione, sostenuta anche dall’Europa attraverso l’Alto Rappresentante Federica Mogherini.

L’idea cioè di sostenere la nascita di un governo di unità nazionale con tutte le fazioni anti-jihadiste, che schieri un esercito compatto e in grado di muoversi contro un unico obiettivo. Finora non ci si è riusciti, ma la situazione adesso può cambiare. In primo luogo, perché l’Isis minaccia sia il governo di Tobruk, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale, sia quello “parallelo” di Tripoli, entrambi definiti “apostati”.

In secondo luogo, perché stanno finendo i soldi. I proventi del petrolio, infatti, vengono gestiti dalla Banca centrale, unica istituzione rimasta indipendente, che in questa fase si limita ad erogare gli stipendi. Questa opzione è ritenuta la migliore anche per l’Italia.

Nel caso infatti che il Consiglio di sicurezza autorizzasse un intervento internazionale (possibilità non esclusa, anche perché la Russia è alleata di Sisi), il nostro Paese rischierebbe di doversi impegnare al fianco dell’Egitto con un contingente militare decisamente superiore ai partner europei.

La Gran Bretagna è quasi sotto elezioni, la Francia è già impegnata nel Sahel e con i problemi di terrorismo interno, la Germania è tradizionalmente fuori. E una guerra in un territorio senza guida potrebbe costringere i nostri militari a guardarsi soprattutto le spalle piuttosto che contrastare l’Isis.