La trattativa mafia-‘ndrangheta insieme a servizi segreti e massoneria

Le indagini che hanno portato all’arresto dei presunti mandanti degli attacchi contro i Carabinieri di Reggio Calabria negli anni ’90, inseriti nel contesto delle stragi di mafia, hanno rivelato come le più importanti riunioni tra ‘Ndrangheta e Cosa Nostra – volte ad assumere le decisioni operative (tra cui la progettazione degli agguati ai Carabinieri) – si sono svolte nella zona tirrenica della provincia di Reggio Calabria, dove stabilmente risiede la cosca Filippone e il suo capo e dove si sono recati i componenti dell’organizzazione criminale siciliana, convocati su input dello stesso Rocco Filippone.

GLI EQUILIBRI DI POTERE – Secondo l’impostazione accusatoria – con cui sono stati arrestati Rocco Filippone e Giuseppe Graviano, ritenuto capo del mandamento mafioso di Brancaccio e coordinatore riconosciuto delle cosiddette stragi “continentali” eseguite da Cosa Nostra – l’obiettivo strategico delle azioni contro i Carabinieri, al pari di quello degli altri episodi stragisti (Via dei Georgofili a Firenze, Via Fauro, San Giovanni in Laterano, San Giorgio al Velabro a Roma, Via Palestro a Milano), era rappresentato dalla necessità, per le mafie, di partecipare a quella complessiva opera di vera e propria ristrutturazione degli equilibri di potere in atto in quegli anni.

IL RUOLO DEI SERVIZI DEVIATI – E tale strategia appariva condivisa, spiegano i magistrati della Dda di Reggio, da schegge di istituzioni deviate da individuarsi in soggetti collegati a servizi d’informazione che ancora all’epoca mantenevano contatti con il piduismo.

Sul punto le indagini hanno evidenziato come la stessa idea di rivendicare con la sigla “Falange Armata” le stragi mafiose e vari delitti compiuti dalle mafie (fra cui quelli per cui è stata emessa l’ordinanza eseguita oggi) è da farsi risalire a suggeritori da individuarsi in termini di elevatissima gravità indiziaria, in appartenenti ai servizi d’informazione dell’epoca, nei cui confronti, comunque, le indagini proseguiranno.

Il disegno terroristico mafioso era, dunque, servente rispetto ad una finalità “più alta”, che prevedeva la sostituzione di una vecchia ed inaffidabile classe politica con una nuova che fosse diretta espressione delle mafie, e, in quanto tale, proiettata a garantire e realizzare “i desiderata di Cosa Nostra”. Si stava attraversando un periodo di grandi cambiamenti a livello nazionale (ma anche internazionale) di natura storica e politica, in cui tutte le organizzazioni criminali, dopo il tramonto della c.d. “prima Repubblica”, intendevano continuare a mantenere l’influenza sulla classe politica proiettandosi su quella emergente nella nuova fase storica che si stava delineando.

LA STRAGE MANCATA DI MILITARI ALL’OLIMPICO – Al culmine della strategia stragista del ’93, a partire dal mese di settembre, e quindi in epoca immediatamente successiva agli altri attentati posti in essere nel “continente” (Roma, Firenze e Milano), era stata organizzata una strage di proporzioni immani facendo saltare in aria alcuni pullman dei Carabinieri in servizio a Roma allo stadio Olimpico in una delle tante domeniche “calcistiche” particolarmente affollate, attentato (dichiarazioni del pentito Spatuzza) che doveva essere eseguito nella terza decade del Gennaio 1994 e che falliva soltanto per un guasto tecnico al telecomando che avrebbe dovuto innescare l’ordigno.

LA PISTA TERRORISTICA MAFIOSA – Negli atti della presente indagine, viene dimostrato come, non solo, la pista terroristica fosse coltivabile, ma, anche, fondata: pezzi importanti della ‘ndrangheta tirrenica – d’intesa con esponenti reggini – diedero assicurazione ai Corleonesi, rappresentati da Giuseppe Graviano, di aderire alla strategia terroristica di Cosa nostra che, dopo le stragi continentali, doveva prendere di mira gli appartenenti alle forze dell’ordine e, in particolare, i Carabinieri.

CALABRO’, L’UOMO MANU MILITARI – Tali componenti ‘ndraghetiste, a loro volta, delegarono i Filippone a presiedere all’organizzazione degli attacchi ai Carabinieri in terra calabrese. Quindi, i Filippone individuarono nel giovane Giuseppe Calabrò (nipote di Rocco Santo Filippone, poiché figlio della sorella Marina), l’uomo che doveva materialmente eseguire gli assalti, in quanto egli, dotato di una eccezionale preparazione militare ed una straordinaria dimestichezza con le armi, era privo di scrupoli ed ansioso di affermarsi in ambito criminale.

Calabrò e Consolato Villani (entrambi già condannati in via definitiva quali esecutori materiali dell’attacco omicida ai carabinieri) vennero poi aizzati a scatenare la strategia di attacco contro i Carabinieri dal defunto Demetrio Lo Giudice classe 1937, emissario della cosca Libri per il quartiere Reggio Campi di Reggio Calabria che fece crescere da un punto di vista militare e criminale Calabrò e che infine lo spinse ad eseguire i delitti a lui contestati.

L’APERTURA DELLE ‘NDRINE ALLA STRATEGIA STRAGISTA – Tale dato, spiega ancora la Dda, risulta coerente in relazione alla posizione assunta dalle cosche di ‘Ndrangheta di cui Rocco Filippone e Demetrio Lo Giudice erano, all’epoca, eminenti rappresentanti (vale a dire quella dei Piromalli – Molè – Pesce, il primo e dei De Stefano – Libri – Tegano il secondo) che, non a caso, erano le famiglie di ‘ndrangheta che, all’epoca, avevano manifestato maggiore apertura nell’appoggio a Cosa Nostra nella strategia stragista.

LE DOPOSIZIONI DEI PENTITI DI ‘NDRANGHETA E MAFIA – La vasta piattaforma investigativa si basa sulle deposizioni rese da numerosissimi collaboratori di giustizia al procuratore aggiunto della Dda di Reggio, Giuseppe Lombardo e a Francesco Curcio (pm della Direzione nazionale antimafia) nel corso dell’inchiesta.

Sul versante calabrese i pentiti Antonino Lo Giudice, Consolato Villani, Antonino Fiume, Filippo Barreca, Cosimo Virgiglio, Vincenzo Grimaldi, Francesco Pino, Pasquale Tripodoro, lo stesso Giuseppe Calabrò e molti altri, mentre sul versante siciliano i pentiti Maurizio Avola, Pietro Carra, Giovanni Garofalo, Francesco Onorato, Giovanni Brusca, Antonino Calvaruso, Giovanni Drago, Tullio Cannella, Gioacchino Pennino e molti altri.

Un quadro rafforzato “anche attraverso l’acquisizione delle dichiarazioni rese nel corso di altri procedimenti penali soprattutto da Gaspare Spatuzza, già capo mandamento di Brancaccio, il quale ha vissuto dall’interno ed in modo completo tutta la vicenda delle stragi del ’93 e del ’94, dai progetti condivisi ai momenti esecutivi”.

GREMBIULINI ED EVERSIONE NERA – Nel corpo dell’ordinanza la ‘ndrangheta emerge “non solo perché era in stretti rapporti con Cosa Nostra, ma in quanto risultava particolarmente inserita in quei rapporti con la destra eversiva e la massoneria occulta, proprio in quel periodo stragista in cui entrambe le organizzazioni (Cosa Nostra e ‘Ndrangheta) sostennero il disegno federalista attraverso le leghe meridionali”.

LA RIUNIONE INTERMAFIOSA A NICOTERA DOPO STRAGI CAPAGI E VIA D’AMELIO – “A tal proposito, nella complessiva ricostruzione dei fatti, assume inoltre particolare rilievo la vicenda della riunione intermafiosa di Nicotera Marina, avvenuta dopo gli attentati a Falcone e Borsellino, svolta all’interno del villaggio turistico Sayonara, controllato dalla famiglia Mancuso di Limbadi, come noto legatissima a quella dei Piromalli che aveva come tema proprio la questione stragista: non a caso, a Nicotera, per interloquire con Cosa Nostra su questa delicatissima questione, vennero chiamati a partecipare tutti i capi della ‘ndrangheta, da Cosenza a Reggio Calabria, ciò a dimostrazione della unitarietà della ‘ndrangheta, ovvero del suo atteggiarsi a forza mafiosa che verso l’esterno si presentava unita e compatta”.

FU RIINA A CHIEDERE ALLE ‘NDRINE DI ADERIRE ALLA STAGIONE STRAGISTA – Gli inquirenti sottolineano che “l’allora capo indiscusso della mafia siciliana, Totò Riina era stato il promotore della richiesta alla ‘ndrangheta di cooperare alla strategia stragista di Cosa Nostra, con l’individuazione degli obiettivi istituzionali da colpire; altre analoghe riunioni si svolsero tutte nella zona del mandamento tirrenico (Rosarno, Oppido Mamertina, Melicucco) in ambiti territoriali sottoposti alla giurisdizione dei Mancuso – Piromalli – Pesce – Mammoliti”.

“Ciò, evidentemente, perché Cosa Nostra, aveva indirizzato proprio ai Piromalli – Molè – con i quali i rapporti erano strettissimi – la richiesta di promuovere gli incontri in questione in vista di una adesione generalizzata della ‘ndrangheta alla strategia stragista che Cosa Nostra aveva deciso di intraprendere”.

“In relazione a tali località della fascia tirrenica ed a numerosi personaggi menzionati dai diversi collaboratori di giustizia, aderenti alle varie cosche di ‘ndrangheta, la Squadra Mobile ha svolto ogni attività di riscontro, oltre che effettuare svariate operazioni di intercettazioni telefoniche, ambientali e di altra natura”.

“L’odierna operazione di polizia – che fa luce su alcuni mandanti e sulla causale mafioso-stragista degli attentati posti in essere in danno dei Carabinieri nella provincia di Reggio Calabria negli anni ’93 e ’94 – si colloca nel solco delle più recenti operazioni antimafia della Dda di Reggio Calabria, come ulteriore momento dell’incisiva azione di contrasto alla ‘Ndrangheta”.