Processo Concordia, la procura chiede 20 anni per Schettino

Processo Concordia: Schettino in aula per interrogatorio processo
Processo Concordia: Schettino in aula per interrogatorio sul naufragio (Ansa/Russo)

La Procura di Grosseto è intenzionata a chiedere oltre 20 anni di carcere per l’ex comandante Francesco Schettino come responsabile del naufragio della Concordia. Lo ha detto a margine dell’udienza il procuratore Francesco Verusio in una pausa dell’interrogatorio di Schettino. Tra i vari reati, Schettino potrebbe essere condannato a circa 22 anni.

Francesco Schettino è tornato oggi in aula al Teatro Moderno di Grosseto per sottoporsi all’interrogatorio nel processo sul naufragio della Costa Concordia di cui è imputato. L’udienza è iniziata intorno alle 10. Schettino ha chiesto di non farsi riprendere in video durante la sua deposizione.

“L’avvicinamento all’isola – ha detto Schettino – favorisce l’aspetto commerciale” anche per questo venne deciso di accostare la Concordia all’isola del Giglio. Il pm Alessandro Leopizzi ha aperto l’esame dell’imputato partendo da come venne deciso e gestito l’avvicinamento al Giglio deviando dalla rotta formalmente comunicata alla compagnia.

A un’altra domanda se Costa fu informata del mutamento di rotta, Schettino ha detto che “nelle varie probabilità la navigazione sotto costa si è sempre effettuata” e “il comandante della nave ha la facoltà di tracciare la rotta ma non ha nessun obbligo di informare l’armatore”.

“In questo caso – ha continuato Schettino – non essendo pianificata la navigazione turistica”, come potrebbe essere in un golfo magari prevedendo anche una sosta, “ma trattandosi di un’accostata, non ho avvisato nessuno”. Schettino ha anche ricordato che i contatti con il comandante in pensione Mario Palombo, che spesso soggiorna sull’isola, e la richiesta del maitre Antonello Tievoli lo indussero a decidere per l’avvicinamento al Giglio: “Considerato anche l’aspetto commerciale volevo prendere tre piccioni con una fava”, cioè fare un piacere a Tievoli, “omaggiare l’isola e Palombo” e dare un valore aggiunto all’aspetto commerciale della crociera.

In precedenza, ha detto Schettino, “un paio di volte ho fatto un passaggio ravvicinato al Giglio”, quanto alla rotta ha ammesso di averla approvata e di aver visto la carta nautica su cui era tracciata. La manovra – ha detto ancora Schettino – non l’ho fatta per fare un favore alla Cemortan”.

Schettino non era distratto nell’imminenza dell’impatto della Costa Concordia, ma fu tratto in inganno dal “mutismo generale” in plancia di comando ma “non avevo con me mica una scolaresca”: così, con critiche agli ufficiali sul ponte di comando della Concordia, emerge la difesa di Francesco Schettino dalle sue risposte al pm Leopizzi.

L’imputato ha detto di non essersi distratto né per la telefonata che fece al comandante in pensione Mario Palombo “che durò appena 30 secondi” per sapere quanta profondità ci fosse sotto la costa dell’isola, né quando, in plancia, ricordò al comandante in seconda Ciro Ambrosio di mettere il timone manuale mentre la nave procedeva a 15 nodi e mezzo verso l’isola.

“Gli dicevo timone a mano e lui capisce… Era un reminding”, ha detto Schettino rispetto all’ordine di passare alla navigazione manuale. Se poi dire a Ambrosio “timone a mano” poteva generare distrazione nell’ufficiale di guardia, Schettino ha detto che “se con il mio comportamento ho generato un dubbio a una persona adulta, lui doveva essere in grado di manifestarlo”. Schettino, rispetto al passaggio di consegne in plancia dopo che lui era arrivato dalla cena dopo la partenza da Civitavecchia, ha aggiunto: “Non si creda che io non abbia tormento per questa stupidata.

Bastava parlare e dire…Io ho cercato di giustificare anche gli altri..”. Al momento della frase “the master take the com”, quando Schettino comunicò formalmente che stava prendendo il comando, l’imputato ha detto che in quella come in altre circostanze, se chi tiene la rotta, cioè Ambrosio, “ha dei dubbi deve manifestarli”, invece “credevo di essere molto più distante dalla costa e poi Ambrosio era in progressione numerica”, cioè stava eseguendo la manovra.

In realtà, ha detto Schettino, “la nave era fuori rotta per motivi di tempo, di quattro minuti. Se non avessi visto quella benedetta schiuma, chi parlava in plancia? Il mutismo generale mi ha tratto in inganno”. “Se qualcuno avesse avuto accuratezza non avrei detto ‘Andiamo sugli scogli’ ma qualcuno” degli ufficiali “mi avrebbe dovuto dire ‘Comandante, siamo sugli scogli!’ e invece stettero zitti”.

Dopo i due errori consecutivi del timoniere indonesiano Jacob Rusli Bin nell’accostata al Giglio, Francesco Schettino non pensò di sostituirlo “perché – ha spiegato l’imputato interrogato in aula – non immaginavo che fossimo in quel punto così vicini all’isola del Giglio, altrimenti l’avrei sostituito”. “Mi era capitata una cosa simile a Malta”, ha anche ricordato Schettino.

Schettino ha spiegato anche perché, parlando col timoniere, rise mentre diceva “Altrimenti andiamo sugli scogli”: “Fu una frase ironica e tranquilla perché non si aveva contezza della situazione”, della distanza più breve del previsto dagli scogli. L’interrogatorio è accompagnato dalla proiezione di schermate sulla rotta e audio tratti dalla ‘scatola nera’ con le frasi intercettate in plancia di comando. Le frasi sono evidenziate da scritte poste in sottotitolo alle immagini. (Ansa)

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