Tangenti, tutti contro Lupi. "Si dimetta". Renzi in un angolo. Il ministro riflette

Matteo Renzi e Maurizio Lupi
Matteo Renzi e Maurizio Lupi

E’ bufera sul ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi dopo l’inchiesta della procura di Firenze su un presunto giro di tangenti nell’ambito delle grandi opere che ha portato agli arresti il super tecnico Ercole Incalza e altre tre persone.

L’indagine, condotta dal procuratore capo Giuseppe Creazzo, sta mettendo a soqquadro l’ormai fragile “equlibrio” che tiene la maggioranza del governo Pd Ncd guidato da Matteo Renzi.

MS5 E SEL PRESENTANO MOZIONE DI SFIDUCIA. 

Il ministro alfaniano, nonostante non sia indagato, è “accerchiato” dalle opposizioni e preso di mira, in modo più soft, dai renziani. Il Movimento 5 Stelle insieme a Sel presentano una mozione di sfiducia per chiedere le dimissioni, mentre Beppe Grillo dal suo blog ironizza “A Lupi, al Lupi” per poi affondare: “Restituisca i quattrini”. Lupi comunque riferirà in aula sulle intercettazioni in cui è coinvolto insieme al figlio. Secondo i pm, nell’inchiesta emerge un presunto “sistema corruttivo”.

LE TELEFONATE TRA MAURIZIO E MATTEO. DELRIO, LUPI VALUTA DIMISSIONI

Il ministro dei trasporti oggi si sarebbe sentito più volte telefonicamente con il premier Matteo Renzi, probabilmente per convincerlo a rassegnare le dimissioni. Il sottosegretario Graziano Delrio poi “conferma” questa ipotesi e afferma che il ministro effettivamente sta “valutando di dimettersi”. Forse lo farà già nelle prossime ore. Probabilmente, la decisione è stata concordata con il premier per evitare ulteriori attacchi mediatici dopo lo tzunami della procura di Firenze. 

Ma negli ambienti del Centrodestra, vecchio e nuovo, non digeriscono il “doppiopesismo” in voga in certi ambienti della sinistra. C’è chi, come il direttore de “Il Giornale” Alessandro Sallusti che ricorda da Floris su La7, il caso del ministro Giuliano Poletti che “è stato addirittura fotografato insieme ai protagonisti di Mafia Capitale. Poletti non era indagato, come non lo è Lupi”, per cui, è il ragionamento del giornalista, se non si è dimesso Poletti perché dovrebbe farlo Lupi?

Ci sono tuttavia altri casi, ricordano da molti ambienti politici, che dovrebbero seguire una “linea di coerenza politica”. Con il caso di Annamaria Cancellieri (i rapporti della famiglia con Ligresti), nominata ministro della Giustizia con il governo Letta, proprio Renzi, allora fuori da governo, il 19 novembre del 2013 disse: “Sono per le dimissioni del Guardasigilli, avviso di garanzia o meno. E’ la Repubblica degli amici degli amici: insopportabile. Se diventerò segretario del Pd ne farò una battaglia culturale”. Ancora prima, il caso del ministro Idem, costretta alle dimissioni per degli errori sulle cartelle dell’Ici.

MATTEO ORFINI (PD): “INQUETANTE”

Ma dopo l’intervento di Renzi che ieri ha detto che “Un problema esiste”, la bordata inaspettata per il ministro arriva dal presidente dei democratici Matteo Orfini, renziano doc e commissario del Pd romano dopo lo scandalo di Mafia Capitale. “Ci sono cose che destano inquietudine e preoccupazione. C’è assolutamente la necessità che si chiariscano alcuni aspetti, poi si faranno le valutazioni”, ha detto l’esponente politico.

IDV: “RENZI LO ESTROMETTA”

Anche l’Italia dei Valori, partito fondato da Antonio Di Pietro, già ministro ai lavori pubblici che etromise Ercole Incalza durante il secondo governo Prodi (2006) chiede le “dimissioni di Lupi o che Renzi lo estrometta”.

VENDOLA: “DIMISSIONI DOVUTE, RENZI NON PUO’ CAVARSELA CON UN TWITT”

“Il premier Renzi”, rispetto al caso Lupi, “non può cavarsela con un twitt”, afferma il leader di Sel Niki Vendola. “La credibilità dello Stato oggi – aggiunge – è ampiamente compromessa e il primo atto, lo dico non per ragioni giudiziarie, ma per ragioni politiche, dovrebbe essere una bonifica radicale del ministero delle Infrastrutture, e anche le dovute dimissioni del ministro competente”

Il ministro dell'Infrastrutture, Maurizio Lupi (Ansa/Carconi)
Il ministro dell’Infrastrutture, Maurizio Lupi (Ansa/Carconi)

SALVINI: “SI CHIARISCA IN PARLAMENTO”

Il leader della Lega, Matteo Salvini non alza i toni anche per non dare “filo” a chi pensa voglia “facilmente strumentalizzare” la vicenda che coinvolge in pieno il Ncd. “Io non condanno nessuno, però – spiega – mi aspetto che il Ministro dell’Interno o il Presidente del Consiglio vengano in Parlamento a spiegare agli italiani se è tutto falso o se c’è qualcosa di vero. E se c’è qualcosa di vero non possiamo avere un Ministro dell’Interno e un Ministro delle Infrastrutture che lavorano con delle ombre del genere”.

IL SILENZIO DI FORZA ITALIA

In Forza Italia c’è prudenza. Ancora nessuna nota ufficiale per commentare lo scandalo delle presunte tangenti nei grandi appalti, ma alcuni esponenti dei berlusconiani insieme a tutto il Nuovo Centrodestra fanno quadrato attorno al titolare dei Lavori pubblici. Dal “Mattinale”, l’agenda politica del gruppo alla Camera, attacca invece Renzi per la mancata solidarietà al suo ministro, che non è neppure indagato. Mentre il senatore Lucio Malan chiede che Lupi venga riferisca in Aula, perché per il Parlamento è “doveroso conoscere bene la situazione” prima di decidere se votare o no la sfiducia nei suoi confronti. uScontata la difesa dei centristi. Il capogruppo al Senato Maurizio Sacconi si dice certo che il collega di partito “saprà in ogni sede descrivere la trasparenza e correttezza di tutti i processi decisionali”, mentre Renato Schifani blinda il ministro: “Nessun passo indietro è ipotizzabile” perché “il ministro non è indagato, e da quanto finora emerso non è rilevabile alcun comportamento né penalmente rilevante né politicamente censurabile”.

GRASSO: “SOLO PUNTA DELL’ICEBERG”. BAGNASCO: “UN REGIME”

E mentre il presidente del Senato Piero Grasso invita a correre e fare presto perché “la corruzione che viene scoperta, purtroppo, è soltanto la punta dell’iceberg”, il presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco parla di “regime” del malaffare. “Purtroppo – ha aggiunto – lo spettacolo è deprimente e sembra crescere. Spero che la gente non si lasci deprimere o scoraggiare dai cattivi esempi che vengono da tante parti, soprattutto da chi ha maggiori responsabilità nella cosa pubblica”, ha detto il presidente della conferenza episcopale.

LA DIFESA DI ERCOLE INCALZA: “MANCA MATERIA PRIMA, I SOLDI”

“E’ un processo di corruzione in cui manca la materia prima, cioè i soldi”. Lo afferma il legale di Ercole Incalza, Titta Madia, sostenendo che nell’ordinanza del Gip di Firenze “non c’è traccia di altre utilità” ricevute dall’ex capo della struttura di missione del ministero delle Infrastrutture. Madia ha poi sottolineato che sta valutando la possibilità di sollevare nei prossimi giorni la questione della competenza territoriale perché, secondo la difesa, non è Firenze che deve indagare sui presunti reati. E sull’atteggiamento che terrà domani il suo assistito nel corso dell’interrogatorio di garanzia con il Gip, Madia afferma che la volontà di Incalza ogni volta che è stato coinvolto in vicende giudiziarie “è sempre stata quella di rispondere”. E anche “questa volta non ha nulla da nascondere”. Incalza, conclude, “ha avuto un ruolo importante per la realizzazione delle infrastrutture in Italia e anche questa volta lo sta pagando”.

DALLE CARTE NUOVI PARTICOLARI: CONSULENZE DA CAPOGIRO

Secondo il Gip, Incalza era il “dominus totale” che ha ricevuto lo stesso incarico “da ogni compagine governativa che si è succeduta negli anni” dirigeva “ogni grande opera, predisponendo le bozze della legge obiettivo e individuando di anno in anno quelle da finanziarie e quelle da bloccare”.

Per i Carabinieri del Ros il manager “sceglieva” gli appaltatori “amici” suggerendo poi loro il nome dei direttori dei lavori, sempre persone riferibili a Perotti. In cambio riceveva compensi per consulenze, come i 500 mila euro ottenuti da una società impegnata nella Av Firenze-Bologna o i 700 mila dati da un’altra ditta a suo genero, Alberto Donati.

Il blitz ha portato ai domiciliari l’imprenditore Francesco Cavallo e Sandro Pacella, stretto collaboratore di Incalza. Coinvolti gli ex sottosegretari ai trasporti Rocco Girlanda e Antonio Bargone, l’ex deputato Stefano Saglia, poi nel cda di Terna, Vito Bonsignore, ex presidente del gruppo Ppe, e l’ex manager di Expo, Antonio Acerbo. Ognuno di loro, secondo l’accusa, ha avuto un ruolo nei presunti appalti pilotati.

IL GIP: “DA CHIAIRIE AMICIZIA TRA PACELLA E FINANZIERE”

Sandro Pacella, l’uomo di Ercole Incalza aveva legami con un ispettore della Guardia di Finanza in servizio presso la segreteria del viceministro delle Infrastrutture Riccardo Nencini. Lo scrive il Gip di Firenze nell’ordinanza di custodia cautelare sottolineando che il rapporto tra i due è tuttora “da chiarire”. L’ispettore, prima di passare al ministero, era in sevizio presso la sezione di polizia giudiziaria della procura di Firenze. Il 6 agosto dell’anno scorso, scrive il Gip, riceve una telefonata di Pacella che gli chiede se fosse stato in procura: “Volevo sapere come è andata”. L’ispettore risponde di non esserci stato, ma aggiunge che “avrebbe acquisito notizie l’indomani” relative “a quella questione”. Ed in effetti, annota il giudice, il giorno dopo il militare telefona a Pacella, che era fuori ufficio, e gli dice che ha bisogno di vederlo per “parlare a voce” con lui. Nel pomeriggio dello stesso giorno, il 7 agosto, i due prendono infine accordi per vedersi nell’ufficio di Pacella.

[Ultimo aggiornamento 17-3-2015 ore 23:31]

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