Palermo, smantellata la nuova Mafia. Volevano uccidere Alfano

Palermo, smantellata la nuova Mafia. Volevano uccidere Alfano
Il ministro dell’Interno Angelino Alfano

Avrebbero voluto colpire il ministro dell’Interno Angelino Alfano per l’inasprimento del 41 bis, alcuni dei mafiosi caduti nella rete dei carabinieri del Gruppo di Monreale, che stamattina hanno arrestato sei persone.

Il blitz contro la nuova Cosa nostra, disposto dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, è stato effettuato con l’aiuto di unità cinofile per la ricerca di armi e di un elicottero. I militari hanno eseguito l’operazione tra i comuni di Corleone, Chiusa Sclafani e Contessa Entellina, nel palermitano. L’inchiesta ha svelato i nuovi assetti di Cosa nostra nel mandamento dei boss Riina e Provenzano. Le attività di indagine avrebbero scongiurato un omicidio già pianificato.

Alcuni mafiosi arrestati dai carabinieri pensavano di colpire il ministro dell’Interno Alfano, responsabile dell’inasprimento del 41bis. “Dovrebbe fare la fine di Kennedy”, avrebbero detto in una intercettazione. “Se c’è l’accordo gli cafuddiamo (diamo, ndr) una botta in testa. Sono saliti grazie a noi. Angelino Alfano è un porco. Chi l’ha portato qua con i voti degli amici? E’ andato a finire là con Berlusconi e ora si sono dimenticati tutti”, hanno proferito.

“Dalle galere dicono cose tinte (brutte ndr) su di lui”, commentano i mafiosi Masaracchia e Pillitteri, riferendosi alle lamentele dei boss carcerati sull’operato del ministro dell’Interno. “E’ un cane per tutti i carcerati Angelino Alfano”, aggiungono. Poi il riferimento a John Fitzgerald Kennedy, presidente degli Stati Uniti ucciso il 22 novembre del 1963. “Perché a Kennedy chi se l’è masticato (chi l’ha ucciso ndr)? Noi altri in America. E ha fatto le stesse cose: che prima è salito e poi se li è scordati”. Nella conversazione i due mafiosi accennano, dunque, alla circostanza che Kennedy sarebbe stato eliminato dalla mafia perché, eletto coi voti dei boss, non avrebbe poi mantenuti i “patti”.

Tra gli arrestati dai carabinieri del Gruppo di Monreale, che hanno azzerato i vertici del mandamento di Mafia Corleone, c’è anche Rosario Lo Bue, capomafia già finito in carcere nel 2008, ma poi assolto e liberato, fratello di uno dei fiancheggiatori dell’ultima fase della latitanza del boss Bernardo Provenzano. La Cassazione dichiarò nullo il decreto che aveva autorizzato le intercettazioni a suo carico. L’indagine ha svelato anche il progetto di un omicidio imminente: alcune persone si sarebbero rivolte a Cosa nostra per risolvere problemi legati alla riscossione di una grossa eredità.

L’inchiesta, che è una prosecuzione di due blitz dell’Arma sulle “famiglie” di Corleone e Palazzo Adriano, è stata coordinata dal procuratore di Palermo Francesco Lo Voi e dall’aggiunto Leonardo Agueci. A carico dei sei fermati le accuse sono di danneggiamento, illecita detenzione di armi e associazione mafiosa. Lo Bue, capo carismatico e autorevole, porta avanti una linea d’azione prudente, sulla strada indicata dal boss Bernardo Provenzano. Proprio questo suo modo di condurre le attività del mandamento avrebbe creato non poche fibrillazioni all’interno della famiglia mafiosa di Corleone.

Dall’indagine emerge come un altro esponente mafioso, Antonino Di Marco, arrestato nel 2014, da sempre ritenuto vicino alle posizioni dall’altro storico boss corleonese Salvatore Riina, si sia più volte lamentato del modo di gestire gli affari di Lo Bue. Le attività hanno, dunque, ribadito che ancora oggi sussistono in Cosa nostra due anime: una moderata che fa riferimento e l’altra più oltranzista fedele a Riina. Dall’indagine è emerso che la mafia disponeva di un piccolo arsenale di armi nascoste.

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