Terrorismo, la Dda di Torino interrogherà Noussair Louati, il jihadista di Rossano

Terrorismo, la Dda di Torino interrogherà Noussair Louati, il jihadista di Rossano
Il tunisino foreign fighter, Noussair Louati

Noussair Louati era probabilmente uno dei detenuti nel carcere calabrese di Rossano Calabro che hanno festeggiato dopo gli attentati jihadisti del 13 novembre a Parigi. Al grido di “Allahu Akbar”, un gruppo di islamici detenuti, avevano fatto preoccupare non solo i vertici del penitenziario calabrese ma anche impensierito l’intelligence italiana.

Ora, la Direzione distrettuale antimafia di Torino – scrive il Corriere della Calabria – ha chiesto di interrogare il tunisino Noussair Louati, 27 anni, noto alle cronache per essere stato arrestato ad aprile a Ravenna dalla Digos in applicazione a un’ordinanza di custodia cautelare in carcere chiesta dalla Dda di Bologna, perché il giovane sarebbe stato pronto per partire in Siria per associarsi al Califfato e sostenere la causa dell’Isis.

Da allora Noussair Louati, sbarcato come profugo a Lampedusa nel 2011, si trova dietro le sbarre a Rossano, provincia di Cosenza. L’uomo è ritenuto dall’intelligence un foreign fighter. E’ stato il primo a cui è stata applicata la normativa di contrasto sui combattenti dell’autoproclamato stato islamico.

I magistrati torinesi avrebbero ottenuto il via libera a interrogare il presunto jihadista che insieme al suo legale dovrebbe incrociare i pm torinesi venerdì 4 novembre a Roma.

Quanto è stato arrestato, del suo caso se ne occupò “Servizio Pubblico”. Scriveva il 22 aprile Tommaso Romanin per l’Ansa: “Per ora la sua “guerra santa” la inseguiva su Facebook. “Sto arrivando, se Allah lo vuole. Voglio fare la Jihad per Allah”, scriveva un mese fa chattando con chi gli si presentava come palestinese e diceva di essere a Yarmouk, campo profughi alle porte di Damasco. Ma Noussair Louati, tunisino di 27 anni fermato a Ravenna dalla Digos, in Siria a combattere per l’Is voleva andare sul serio.

Ci aveva provato comprando il biglietto aereo per Instanbul, da Bergamo (aeroporto Orio al Serio, lo stesso dove la scorsa settimana sono stati fermati i due siriani con passaporti falsi, ndr). Tentativo fallito: non gli avevano concesso il passaporto.

Oggi, attraverso un altro contatto, sarebbe dovuto partire per la Germania. Stanato sui social, il presunto ‘foreign fighter’ è stato bloccato la scorsa notte in strada nel quartiere della Darsena della città romagnola, dietro alla stazione ferroviaria e a due passi da dove abita la moglie italiana dalla quale ha avuto una figlia.

Come ricordato dal ministro dell’Interno Angelino Alfano è la prima applicazione della disposizione, contenuta nella nuova normativa contro il terrorismo, che sanziona la condotta di chi si arruola in modo autonomo in un’organizzazione terroristica. Le Digos di Ravenna e di Bologna, coordinate dal Procuratore capo della Dda Roberto Alfonso e dai Pm bolognesi Antonella Scandellari e Antonello Gustapane, erano sulle tracce di Louati dall’11 febbraio, quando era andato fino al centro culturale islamico di viale Jenner a Milano per cercare, invano, un contatto per arruolarsi il prima possibile.

Le sue mosse di lì in avanti sono state monitorate, così come il suo attivismo in rete. Il giovane tunisino infatti sul suo profilo Fb usava una foto con una maglietta nera con scritte bianche – i colori dell’Is – e la frase: “Non ci distruggeranno, noi siamo la Umma di Maometto”. E sempre sul web non mancano riferimenti a millantati obiettivi: “E se Dio vuole conquistiamo Roma e vengo a liberare mia figlia”; e ancora: “Si alzerà la bandiera di Allah sulla torre di Pisa”.

Dal 20 marzo iniziò poi un dialogo con una comunità virtuale che come immagine di copertina ha un cavaliere con bandiera nera sovrastato dalla scritta: “Se combattere in nome di Dio è terrorismo allora io sono il primo terrorista”. Sempre il 20 marzo chiamò un numero turco per ricevere informazioni utili a raggiungere la Siria, il giorno dopo comprò il biglietto, ma il progetto fallì per il diniego del passaporto dal consolato. A Genova fu denunciato per minacce e danneggiamenti perché, arrabbiato per il no, aveva rotto una tenda e minacciato gli impiegati presenti. Tornato in Romagna, secondo le intercettazioni nell’ultimo periodo stava cercando, lui che ha precedenti per droga, di guadagnare i soldi per il viaggio attraverso lo spaccio.

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