Varese, dopo 28 anni preso presunto assassino di Lidia Macchi

Varese, dopo 28 anni preso presunto assassino di Lidia Macchi Stefano Binda
Da sinistra Stefano Binda, presunto autore dell’omicidio di Lidia Macchi, a destra

VARESE – Un uomo, Stefano Binda, 48 anni, è stato arrestato per l’omicidio di Lidia Macchi, la studentessa 20enne trovata morta in un bosco in provincia di Varese nel 1987. L’arresto, a distanza di 28 anni dal fatto, è stato eseguito dalla Squadra mobile di Varese su disposizione del gip di Varese e su richiesta del sostituto pg di Milano, Carmen Manfredda. Da quanto si è saputo l’arrestato è un ex compagno di liceo della vittima.

Stefano Binda avrebbe prima violentato la ragazza e poi l’avrebbe uccisa perché sarebbe stato convinto che lei si era concessa e che non avrebbe dovuto farlo per il suo “credo religioso”. E’ quanto emerge dalla indagini che hanno portato stamani all’arresto. Sia l’uomo che la vittima frequentavano ambienti di comunione e liberazione e avevano studiato allo stesso liceo.

Lidia Macchi era stata uccisa il 7 gennaio 1987 con 29 coltellate. Era andata a trovare una amica ricoverata all’ospedale a Cittiglio (Varese) e non era più tornata a casa. Il suo omicidio aveva fatto clamore anche perché dalla data della sua scomparsa, genitori, amici, compagni e forze dell’ordine l’avevano cercata ovunque fino al ritrovamento del suo corpo due giorni dopo, in un bosco. Lidia Macchi, aveva vent’anni ed era studentessa di legge alla Statale di Milano, e capo guida scout nella sua parrocchia di Varese. I genitori hanno sempre chiesto che venisse scoperta la verità.

L’arrestato inviò lettera – L’uomo arrestato per l’omicidio di Lidia Macchi, la studentessa uccisa a coltellate quasi trent’anni fa a Cittiglio (Varese), si chiama Stefano Binda. L’uomo sarebbe colui che il 9 gennaio dell’87, giorno dei funerali della ragazza, avrebbe inviato una lettera anonima a casa della famiglia Macchi intitolata “In morte di un’amica” che conteneva riferimenti impliciti e inquietanti all’uccisione della giovane.

L’uomo arrestato su disposizione del gip di Varese, Anna Giorgetti, è accusato di omicidio volontario aggravato. L’inchiesta sulla morte della ragazza era stata riaperta nel 2013 dal sostituto procuratore generale di Milano, Carmen Manfredda, che aveva avocato le indagini prima coordinate dalla Procura di Varese.

A far riaprire il caso dell’omicidio di Lidia Macchi è stata una puntata di Quarto Grado condotta da Gianluigi Nuzzi su Rete 4. Nel 2014 fu ricostruito il delitto di Lidia e furono mandate in onda anche le lettere giunte alla famiglia Macchi (di cui parliamo più avanti nell’articolo). La calligrafia di queste missive è stata riconosciuta da una telespettatrice. E questa testimonianza è stata fondamentale.

Nell’ambito della nuova inchiesta il sostituto pg aveva anche archiviato la posizione di un religioso che conosceva all’epoca la ragazza e che era rimasto sempre formalmente sospettato, prima dell’archiviazione. Inoltre, l’inchiesta milanese aveva portato anche ad indagare su Giuseppe Piccolomo, già condannato all’ergastolo per il così detto delitto ‘delle mani mozzate’, avvenuto sempre in provincia di Varese. Una perizia sui reperti ritrovati sul corpo e sull’auto di Lidia Macchi, però, ha portato nei mesi scorsi a scagionare Piccolomo. Negli ultimi giorni la svolta nell’inchiesta, attraverso una serie di testimonianze e riscontri, che ha portato all’arresto di stamattina.

L’autodenuncia in un’agenda – “Stefano è un barbaro assassino”. Sono le parole scritte in un foglio trovato dentro un’agenda rinvenuta a casa di Stefano Binda, l’uomo arrestato oggi per l’omicidio di Lidia Macchi, uccisa nel 1987. La “grafia” del foglio “risulta ascrivibile allo stesso Stefano Binda”. E’ quanto si legge nell’ordinanza di custodia cautelare.

Laureato in filosofia e frequentava casa Macchi – “Siamo stupiti, speriamo che questo serva per fare emergere finalmente la verità”. E’ quanto ha spiegato l’avvocato Daniele Pizzi, legale dei familiari di Lidia Macchi. L’arrestato, Stefano Binda, conosceva la ragazza e qualche volta aveva anche frequentato la sua casa, anche se non era un amico stretto. Frequentava anche, come la studentessa, l’ambiente di Comunione e Liberazione. Laureato in filosofia, l’uomo non era mai entrato nel giro dei sospettati nel corso delle indagini. Tra gli elementi decisivi per arrivare all’arresto anche una perizia calligrafica sulla lettera anonima che venne inviata alla famiglia Macchi il giorno dei funerali.

Le citazioni in latino – “Perché io, perché tu, perché le stelle sono così belle… In una notte di gelo la morte urla, grida d’orrore e un corpo offeso, velo di tempio strappato, giace… Consummatum est…Non è colpa mia, è la morte che ha voluto la sua vita. Io l’amavo, perdonatemi”. Questo il testo della missiva, come riporta il quotidiano Il Giorno. In fondo alla lettera un disegno simile a un’ostia. Il latino e l’ostia sono stati probabilmente gli elementi che hanno fatto entrare in scena Don Antonio Contestabile. In un altro foglio, all’interno di un’agenda rinvenuta a casa di Binda, è stata trovata la scritta “Stefano è un barbaro assassino”. La grafia, secondo l’ordinanza di custodia cautelare “risulta ascrivibile allo stesso Binda”.

L’ingiustizia subita da Don Antonio Contestabile – Don Antonio Costabile era il responsabile del gruppo scout frequentato da Lidia Macchi e ha dovuto convivere con un ingiusto alone di sospetto che ha creato un grave danno alla sua immagine. La sua posizione è stata archiviata dalla Procura di Milano dopo che quella di Varese aveva “dimenticato” nei suoi cassetti il caso. Per anni i pm di Varese avevano indagato “informalmente” su di lui senza mai iscriverlo.

Il primo caso col test del Dna – L’omicidio di Lidia Macchi, che aveva 21 anni, fu il primo caso in Italia in cui si ricorse al test del Dna. Allora l’esame veniva definito test per rilevare l’impronta genetica (“dna finger printing”) e il materiale organico trovato sul corpo di Lidia venne mandato nel laboratorio inglese di Abingdon. Lo stesso laboratorio analizzò anche il sangue delle persone coinvolte nell’indagine.

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