Massacro di Motta Visconti (Pavia). Ergastolo per Carlo Lissi

Massacro di Motta Visconti (Pavia). Ergastolo per Carlo Lissi
Cristina Omes e il marito Carlo Lissi in una foto scattata il giorno del loro matrimonio

PAVIA – E’ stato condannato all’ergastolo Carlo Lissi, l’uomo di 34 anni accusato del triplice omicidio della moglie Maria Cristina Omes e dei figli Giulia, cinque anni, e Gabriele, venti mesi, sgozzati il 14 giugno 2014 a Motta Visconti (Pavia).

La sentenza del gup di Pavia prevedeva anche tre anni di isolamento diurno, poi la pena è stata ridotta perché Carlo Lissi era a giudizio con rito abbreviato. Il giudice ha riconosciuto le attenuanti generiche, subordinate però alle aggravanti contestate.

La strage è stata consumata nel giugno 2014 nella loro villa a un piano di Motta Visconti. Fu un triplice omicidio orrendo e efferato. La scena per i soccorritori è stata raccapricciante. Sangue dappertutto nell’abitazione. I bambini trovati uccisi nella loro cameretta, riversi su un piccolo letto matrimoniale, mentre Cristina Omes nella stanza della coppia. Sgozzati con un coltello da cucina, poi buttato via e ritrovato in un tombino. Sui corpi delle vittime furono rinvenute numerose altre lesioni che non fecero escludere un accanimento da parte dell’assassino.

Fu proprio Carlo Lissi ad allertare attorno alle 2 di notte i carabinieri, nel tentativo di deviare le indagini sulla pista di una rapina finita in tragedia. Fu infatti trovata la cassaforte aperta e lui raccontò di essere stato a vedere la partita dell’Italia contro l’Inghilterra, giù in paese. Il crudele massacro è stato commesso di sera. Poi è sceso giù in cantina, si è fatto una doccia ed è uscito con un amico per vedere il match. Testimoni che erano con lui raccontarono agli inquirenti che aveva anche esultato per i goal dell’Italia.

Avviate le indagini, Carlo Lissi fu ascoltato ma subito sono affiorate incongruenze. I magistrati non hanno creduto alla sua versione dei fatti facendolo cadere in vistose contraddizioni. Non erano stati i ladri, ma era lui l’assassino. L’uomo, prima fermato e poi arrestato, rese subito la sua confessione. “Sono stato io. Datemi il massimo della pena”. Il movente sarebbe che si era “infatuato” di una collega e che era “molto stanco della vita familiare”. Carlo Lissi faceva il consulente informatico a Milano, la donna aveva un negozio di ortofrutta.

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