Mafia, scacco al clan Santapaola in Sicilia. 28 fermi del Ros

Mafia, scacco al clan Santapaola in Sicilia. 28 fermi del Ros CATANIA – Dalle prime ore di questa mattina, i Carabinieri del Ros e dei Comandi Provinciali di Catania, Ragusa, Siracusa ed Enna hanno eseguito un decreto di fermo, emesso dalla Procura Distrettuale Antimafia di Catania, nei confronti di 28 persone gravemente indiziate per associazione mafiosa, omicidio, estorsione e reati in materia di armi.

Il provvedimento scaturisce da un’articolata attività investigativa condotta dal Ros in direzione della famiglia mafiosa di Caltagirone (Catania), di cui sono stati ricostruiti gli assetti organizzativi, gli ambiti operativi e le relazioni con altri sodalizi mafiosi anche esterni alla provincia di Catania.

In particolare le indagini, che hanno consentito di accertare le responsabilità del sodalizio in un duplice omicidio commesso in Raddusa (Catania), hanno documentato numerosi incontri tra gli esponenti di vertice di cosa nostra della famiglia calatina, dei “Santapaola” e del clan “Nardo” di Lentini (Siracusa), volti all’individuazione del rappresentante provinciale di Catania e alla gestione condivisa dei proventi estorsivi derivanti da appalti pubblici e privati.

In una fase delicata di transizione degli equilibri di potere nel territorio, il provvedimento di fermo si è reso necessario per scongiurare ulteriori, imminenti, gravi fatti di sangue.

Le misure, emesse dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Catania, sono a carico di soggetti residenti nelle province di Catania, Siracusa, Ragusa e Enna, tutte gravemente indiziate di appartenere alle articolazioni di cosa nostra famiglia Santapaola – Ercolano:

1) SANTAPAOLA Francesco, classe 1979 da Catania (reggente);
2) AMANTEA Francesco, classe 1970 da Paternò;
3) MIRENNA Giuseppe, classe 1952 da Paternò;
4) FIAMMETTA Alfonso, classe 1972 da Palagonia;
5) CORRA Silvio Giorgio, classe 1984 da Catania;
6) DI GAETANO Pierpaolo, classe 1979 da Catania;
7) PINTO Francesco, classe 1975 da Catania;
8) PINTO Giovanni, classe 76 da Catania;
9) ROMEO Vito, classe 1976 da Tremestieri Etneo;
– famiglia di Caltagirone:
1) SEMINARA Salvatore, classe 1946 da Mirabella Imbaccari (reggente);
2) OLIVA Febronio, classe 1961 da Palagonia;
3) FERLITO Cosimo Davide, classe 1971 da Palagonia;
4) OLIVA Carmelo, classe 1973 da Palagonia;
5) BRUNDO Benito, classe 1981 da Palagonia;
6) DI BENEDETTO Salvatore classe inteso 1966 da Palagonia;
7) GIGLIO SPAMPINATO Angelo, classe 1968 da Caltagirone;
8) PALACINO Liborio, classe 1963 da Raddusa;
9) PAPPALARDO Giovanni, classe 1974 da Palagonia;
10) PARLACINO Gaetano Antonio, classe 1967 da Raddusa;
11) RUSSO Salvatore, classe 1974 da Niscemi;
12) SIMONTE Giuseppe, classe 1980 da Raddusa;
13) SIMONTE Rino, classe 1987 da Raddusa;
14) TANGORRA Giuseppe, classe 1969 Caltagirone;
– clan NARDO di Lentini:
1) BONTEMPO SCAVO Rosario, classe 1988 da Francofonte;
2) DI PIETRO Rosario, classe 1977 da Scordia;
3) FLORIDIA Pippo, classe 1956 da Lentini;
4) GALIOTO Antonino, classe 1964 da Ferla;
5) GALIOTO Paolo Giovanni, classe 1952 da Ferla.

Il provvedimento, spiega la Dda, è stato emesso a conclusione di articolata attività investigativa, condotta dai Carabinieri del Ros di Catania, in direzione della famiglia calatina.

L’indagine, denominata Kronos, è stata avviata nel 2015 ed incentrata sulla figura di Seminara Salvatore, già emerso nei precedenti impegni investigativi (Dioniso e Iblis).

Nella sua qualità di reggente dell’assetto mafioso, Seminara è stato sottoposto a penetrante attività di intercettazione che ha consentito di ricostruire la struttura della famiglia ed individuarne affiliati, ambiti di competenza e schemi relazionali sia con la famiglia Santapaola che col clan Nardo di Lentini.

Proprio dall’esame delle relazioni tra le due famiglie, risulta possibile sostenere che l’attuale reggente dei Santapaola è Francesco Santapaola (figlio di Salvatore, inteso Turi colluccio, quest’ultimo cugino del più noto Benedetto, capo della famiglia catanese dal 1978).

La piattaforma investigativa ha inoltre consentito di documentare significativi momenti relazionali tra i tre assetti sopra richiamati, dettati dall’esigenza di individuare comuni linee di azione strategiche.
In particolare, nel corso di un summit, tenutosi in Catania il 28 agosto dello scorso anno, è emersa la volontà di procedere alla nuova individuazione del rappresentante provinciale (l’ultimo noto è stato Vincenzo Aiello).

Nei vertici successivi, tenutisi in agro del Comune di Carlentini (18 dicembre dello scorso anno) e Paternò (23 dicembre successivo), è stato accertato che la famiglia Santapaola, in piena unitarietà di intenti con gli esponenti del clan Nardo, pretendeva di partecipare alla spartizione di introiti estorsivi appannaggio di quella calatina.

Tali pretese hanno trovato terreno fertile nella recente scarcerazione di Alfonso Fiammetta (avvenuta il 24 novembre del 2015) che, come documentato nell’indagine Iblis, insieme a Pasquale Oliva, costituiva il vertice del gruppo operante a Palagonia e Ramacca: i due avevano avuto in Vincenzo Aiello il loro punto di riferimento operativo, prima del suo arresto.

Fiammetta, immediatamente rientrato nel circuito criminale, aveva però trovato il proprio territorio presidiato da Di Benedetto e Pappalardo che, invece, avevano in Seminara il loro punto di riferimento.
Seminara, infatti, approfittando dell’assenza di Oliva e Fiammetta, aveva gradualmente assoggettato al proprio controllo i territori di Palagonia e Ramacca.
Di Benedetto e Pappalardo, inoltre, negli incontri di Carlentini e Paternò, in occasione dei quali state esplicitate le pretese dei Santapaola, si erano fieramente opposti, entrando in attrito con Floridia.

Di qui la necessità di organizzare un ulteriore summit, stavolta alla presenza di Santapaola e Seminara, avvenuto il 29 febbraio scorso in agro di Siracusa, nel corso del quale quest’ultimo sottraeva a Di Benedetto e Pappalardo la competenza ad operare nel settore delle messe a posto. In più, Santapaola, Seminara e Floridia indicavano rispettivamente in Mirenna, Davide Ferlito e Di Pietro gli unici soggetti legittimati ad operare nel settore delle messe a posto e, poiché investiti di poteri di rappresentanza dei rispettivi vertici, abilitati ad interfacciarsi reciprocamente.

Seguivano ulteriori momenti relazionali, stavolta presso l’abitazione di Fiammetta (ristretto agli arresti domiciliari). Il 5 marzo, Di Benedetto aveva modo di discutere con Fiammetta della minor affidabilità complessiva di Pappalardo. Il successivo 9 marzo era Seminara a far visita a Fiammetta, che ribadiva quanto già riferito a Di Benedetto.

L’11 marzo, presso Fiammetta convenivano, tra gli altri, Amantea, Di Benedetto, Floridia e Mirenna. Il 22 marzo, infine, sempre presso Fiammetta, Santapaola, Fiammetta, Floridia e Febronio Oliva decidevano che gli unici abilitati ad operare su Palagonia e Ramacca erano Fiammetta e Oliva.

La conseguente estromissione di Di Benedetto e Pappalardo provocava un nuovo appuntamento, il 4 aprile scorso, fissato in luogo e tra soggetti non individuati. Durante il tragitto, come documentato attraverso le attività tecniche di intercettazione, i due uscivano illesi da un agguato.

Le designate vittime, perciò, individuavano agevolmente in Fiammetta e Floridia i mandanti, appoggiati da Santapaola: in tale contesto palesavano fermi propositi di vendetta, oltre che nei confronti dei supposti mandanti, anche all’indirizzo del figlio di Fiammetta.
A tal fine, Di Benedetto e Pappalardo, sapendo che l’8 aprile la Corte di Cassazione si sarebbe pronunciata sulla posizione di Alfonso Fiammetta (processo Iblis) e che in caso di condanna l’interessato si sarebbe presentato presso la Casa Circondariale di Caltanissetta, manifestavano la volontà di compiere l’omicidio lungo il relativo tragitto. L’aggiornamento della pronuncia al giugno prossimo ha reso impossibile la realizzazione del proposito, che comunque permane.

Veniva organizzato un nuovo incontro, per il 10 aprile, nel corso del quale Febronio Oliva avrebbe dovuto aggiornare Seminara sulle determinazioni assunte il precedente 22 marzo. L’incontro, però, non ha avuto luogo nella data prevista, per ragioni che vanno ragionevolmente ricondotte alla notevole tensione del momento: ad esso, peraltro, avrebbero dovuto prendere parte anche Di Benedetto e Pappalardo.

Il 15 aprile veniva organizzato un nuovo incontro, sempre in agro di Siracusa, al quale prendevano parte Amantea, i due fratelli Galioto e Floridia (da un lato) e Seminara (dall’altro). Le conversazioni sono di tenore assolutamente esplicito. Seminara lamentava il fatto che all’incontro del 29 febbraio Santapaola si era presentato con un numero eccessivo di accompagnatori, peraltro tutti armati.

Respingeva gli addebiti di aver trattenuto per sé i proventi di attività estorsive che, pretesi da Santapaola, spettavano invece a cosa nostra palermitana. Chiedeva lumi in ordine all’agguato patito da Di Benedetto. Invitava i presenti a valutare le conseguenze dell’azione, foriera solo di problemi giudiziari. Gli interlocutori, in ordine ai primi due argomenti, porgevano le loro scuse ed Amantea, in particolare, si faceva carico di riferire a Santapaola delle doglianze espresse da Seminara.

Da ultimo, poi, dichiaravano l’estraneità dei relativi assetti all’attentato. Nel corso dell’attività, inoltre, sono emersi plurimi riferimenti ad attività estorsive da perpetrare in relazione ad opere pubbliche in corso di realizzazione.
All’indomani del summit, Seminara riceveva la visita di Di Benedetto e Pappalardo che, all’esito, si dichiaravano convinti del coinvolgimento di Floridia nell’agguato da loro patito.

I proposti ritorsivi palesati da Di Benedetto e Pappalardo, in possesso di rilevante numero di armi, uniti al fatto che taluni indagati, proprio in corrispondenza del fatto delittuoso da quelli subito, hanno sovente pernottato in luoghi non noti, ha imposto l’adozione di provvedimenti urgenti, atti a scongiurare ulteriori delitti e il pericolo di fuga.

Nel medesimo provvedimento, a Seminara, Di Benedetto e Rino Simonte è contestato il duplice omicidio di Salvatore Cutrona e Giovanni Turrisi, avvenuto a Raddusa il 5 aprile del 2015. Il delitto, allo stato, è riconducibile a vicende interne alla famiglia calatina e, segnatamente alla minor affidabilità di Cutrona, al quale è succeduto, nel ruolo di responsabile di Raddusa proprio Rino Simonte. Quest’ultimo è stato individuato quale esecutore materiale mentre Seminara e Di Benedetto quali mandanti.

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