G7, terrorismo e intelligence. L’analisi di Mario Caligiuri

I sette leader al G7 di Taormina. Ai lati Tusk e Junker (Ue)
I sette leader al G7 di Taormina. Ai lati Tusk e Junker (Ue)

Il G7 di Taormina è stato un prevedibile insuccesso? Sul clima calma piatta, mentre sul terrorismo si segna un passo avanti, sopratutto motivato dall’onda emotiva dell’attacco di Manchester. Vediamo se può essere considerato davvero così stando alle prime dichiarazioni finora lette e ascoltate. Si parte con l’impegno contro “l’abuso di internet da parte dei terroristi”. Già il termine “abuso” mi sembra improprio, poiché si tratta di “uso”, anzi di un uso avanzato.

Basti pensare che il Califfato dell’ISIS è nato prima sulla Rete e poi si è materializzato sul territorio. Analoga è anche impostazione della criminalità organizzata che ha utilizzato spesso per prima in modo innovativo bit coin e collegamenti skype. In secondo luogo, la dichiarazione finale chiama in causa i services provider e i social media per aumentare gli sforzi contro i terroristi. Sono affermazioni di principio importanti ma che rischiano di rimanere inefficaci. È utile evidenziarle perché la lotta contro il terrore è una battaglia di tutti, per cui è fondamentale coinvolgere i giganti dell’economia digitale. Ma queste indicazioni possono risultare inutili perché la dimensione del deep web è quasi completamente incontrollabile e poi come si fa a monitorare metà della popolazione mondiale che è presente nella rete? Il terzo aspetto su cui riflettere è “l’approccio collettivo per gestire i rischi dei foreign fighters”.

A questo riguardo occorrerebbe specificare in che cosa consista “l’approccio collettivo” mentre il fenomeno probabilmente più pericoloso è quello dei “lupi solitari”. Infatti, come si fa a controllare chi si radicalizza stando seduto davanti al pc in un periodo relativamente breve, come sembra sia accaduto per Khalid Masood, l’attentatore suicida di Manchester? Il quarto aspetto da attenzionare è quello relativo al sostegno ai Paesi di transito per gestire l’immigrazione. Mi sembra una doverosa e gentile forma di attenzione verso la Nazione ospitante. Bisognerebbe però capire, oltre a questo, in che cosa effettivamente consista l’affermazione: “spingeremo sulle risorse per costruire una capacità dei Paesi di transito per gestire il fenomeno”.

Si traduce in politiche precise, in finanziamenti definiti, in condivisione dei pesi? Infine, l’aspetto che mi preme far rilevare è che, da quanto finora sono riusciti a leggere o ascoltare, non si è parlato abbastanza – se non quasi per nulla – di Intelligence. Avrà pesato l’ennesima accusa di fallimento in occasione dell’ultima strage nel Regno Unito? Oppure le successive e inopportune fughe di notizie da parte di intelligence alleate? Di sicuro si potrebbe cogliere una schizofrenia.

Da un lato l’intelligence viene individuata come la possibile “arma segreta” contro il terrore, mentre dall’altro se ne sottolineano puntualmente, ad ogni attentato avvenuto, i fallimenti. In un certo senso si indica un comodo, e peraltro sfuggente, capro espiatorio. La realtà, probabilmente, è che la situazione è in gran parte fuori controllo ma nello stesso tempo, per contrastare il fenomeno, non si può fare a meno dell’intelligence, così come dell’esercito, delle forze di polizia e di tutti gli apparati di sicurezza, specie quelli impegnati nel cyber spazio. Il problema è che tutti questi strumenti operano in un ambito nazionale, dove il terrorismo, così come l’immigrazione, è un “proxi”, cioè un’occasione per parlare di altro. Infatti, nei dibattiti politici nazionali mentre il terrorismo unisce, almeno a parole, l’immigrazione inevitabilmente divide.

Esiste un nesso diretto tra i due fenomeni? Nell’immediato il collegamento tra terrorismo e immigrazione non sembra dimostrato mentre nel medio periodo è evidente: sono quasi sempre i musulmani di seconda e terza generazione i protagonisti degli attentati. Evidenziare che si tratta spesso di musulmani che sono nati e hanno studiato in Europa, significa piuttosto constatare il fallimento del multiculturalismo sia nella versione inglese della convivenza delle diverse culture che in quella francese dell’assimilazione in nome della laicità. Dopo l’11 settembre, Daniel Pipes aveva ipotizzato una serie di scenari relativi alla presenza dei musulmani in Occidente, evidenziando che “l’Europa stava dormendo”. Ebbene: non solo in Europa ma in tutto l’Occidente più di quindici anni sono passati invano. Il G7 di Taormina sembra purtroppo avere percorso la stessa scia”.

Mario Caligiuri
Docente e Direttore Master di Intelligence
Unical