Ncd, il "governo d'emergenza" non ha più senso col Pd al 40%.

Renzi con Alfano sui banchi del governo
Renzi con Alfano sui banchi del governo

La “fusione a freddo” tra Pd e Ncd al governo non ha certo giovato al partito di Alfano alle ultime elezioni europee. Un risicato 4 virgola qualcosa non era nelle aspettative dell’attuale ministro dell’Interno. L’ambizione era di arrivare quantomeno al 6-7% per dimostrare alle altre forze del centrodestra, in primis a Forza Italia, che col suo partito bisognava fare i conti dopo la traumatica scissione di ottobre. Visto l’esito delle urne ha però dovuto ricredersi. L’operazione “Salva Italia” di cui Alfano e i suoi vanno tanto fieri, evidentemente non ha fatto presa sull’elettorato.

Non ha fatto presa perché le “larghe intese” nate con Berlusconi nel 2013 hanno finito per risucchiare Alfano nel poderoso vortice renziano e renderlo indistinguibile sul piano della proposta politica. Né carne né pesce, appunto (che poi era l’accusa che Angelino muoveva agli ex amici di Forza Italia). L’alleanza con l’Udc del duo Cesa-Casini, seppure in un’intesa tattica, ha largamente premiato gli ex Dc che vengono paradossalmente “riesumati” proprio sotto la spinta dell’ex segretario del Pdl.

Pensare di arrivare al 2018 facendo da spalla a Renzi e al Pd comporta per Ncd il rischio di una lenta e inesorabile dissoluzione. Per un motivo molto semplice: le azioni poste in essere da Renzi (oggi col vento in poppa), premieranno sempre lui e il suo partito.

A bocciare anche l’ipotesi di continuare per altri quattro anni assieme al Pd è stato, sul Corsera lo stesso Renato Schifani, che invocando il dialogo con Forza Italia, intravede “la fine del partito” se si insiste a stare nell’ombra ingombrante dell’ex sindaco di Firenze. Per non parlare delle future alleanze locali dove difficilmente sarà possibile replicare il modello governativo. Immaginare alleanze sotto le insegne Pd -Ncd significherebbe disorientare il corpo elettorale.

In conclusione – aspetto più importante -, con il Pd al 41% vengono meno le ragioni di un “governo di emergenza” nato con Letta e finito oggi nelle mani di Renzi dopo il fallimento di Bersani. Insistere nel mantenere posizioni in un governo di Sinistra, col premier pienamente legittimato dal voto popolare del 25 maggio scorso, significa dare un unico messaggio, opposto allo slogan “Senza base non c’è altezza” recitato al battesimo romano di Ncd: e cioè, svelare (o consolidare il sospetto) che la scissione da Forza Italia consumata a ottobre 2013 è stata più un’operazione per mantenersi aggrappati alle poltrone che per rilanciare realmente un Nuovo Centro Destra unito e identitario.

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