Forza Italia e il patto a perdere nelle strettoie del Nazareno

patto del nazareno“Il patto del Nazareno tiene”, hanno fatto sapere ieri sera i due firmatari Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, facendo trapelare quello che alla vigilia dell’incontro a palazzo Chigi non pochi osservatori temevano. E cioè che l’accordo lo ha sapientemente blindato Renzi attorno alle debolezze del Cavaliere. Il premier sa bene che Berlusconi è vulnerabile e tira la corda senza paura di romperla.

Il Cavaliere, dal canto suo, sa altrettanto bene di avere scarse possibilità di manovra nella “strettoia” del Nazareno. All’accelerazione dei dem sulla riforma elettorale, fa buon viso al “cattivo gioco” renziano di introdurre non tanto la soglia di sbarramento al 3 o 4 percento (a B. gli importa tanto quanto può tornargli utile ad affossare il “traditore Alfano”), bensì il premio di maggioranza alla lista sull’Italicum, che in caso di elezioni anticipate, (ieri smentite “Si andrà avanti fino al 2018”) tout court, non gli lascerebbero scampo.

Il leader di Forza Italia accusa il colpo e gioca in difesa cercando di opporre resistenza all’assalto dell’avversario, terrorizzato da due fattori che gli impediscono di muoversi in contropiede. Primo perché col suo partito in caduta libera, non è pronto ad elezioni anticipate né per il prossimo anno né lo sarà il 2016. Secondo, è che l’orizzonte del 2018 è eternamente lontano dalle sue fiacche ambizioni di tornare sulla scena politica da protagonista.

Il primo fattore potrebbe facilmente spiegarsi con una metafora: una volta scappate le galline (gli elettori) dal pollaio è difficile nel breve periodo riacciuffarle e metterle in gabbia. Ci vuole tempo e pazienza, sempreché, nel frattempo, non riesca a prenderle qualcun altro…E il “mandato” a Salvini di estendere la Lega al Centro Sud per contenere l’emorragia azzurra e far risorgere la “gloriosa” Casa delle Libertà, non è operazione che si sviluppa dall’oggi al domani.

Ecco perché, suo malgrado, Berlusconi nel patto a “perdere” è costretto a recitare il ruolo consultivo di comprimario, nella consapevolezza che il messaggio renziano: “le regole le scrivo con chi ci sta”, lo tiene ostaggio dalla volontà di svincolarsi dall’accordo. Perché se un giorno decidesse di stare alla larga dal Pd sa bene che balzare “all’opposizione vera” – come richiede da tempo il leader della fronda interna Raffaele Fitto – si renderebbe ancor meno credibile e forse più ridicolo agli occhi della pubblica opinione.

Oltretutto, dietro di lui esiste una fila sterminata di “cani sciolti” e gruppi parlamentari (ad esempio M5S, intanto diventato il secondo partito del Paese) pronti a soccorrere Renzi o, meglio, a scrivere “le regole del gioco” con lui. L’elezione per i membri della consulta sono state riuscite prove tecniche di trasmissione per non dire di forza…

C’è tuttavia un elemento non secondario di cui capo il governo, così come il suo “principale avversario” ha ben monitorato: che a partire dalle cabine più remote del Transatlantico fino al ponte di comando, nessuno si sogna di tornare alle urne anzitempo. Tutto resta immutato, dunque, tranne il vortice dell’aria che evapora dai proclami.

Quando Renzi farà definitivamente scacco matto al leader di Forza Italia? Lo sapremo nella partita per il Quirinale, dove pure il presidente di Fi ambisce ad un ruolo da protagonista. E per non farsi bagnare le polveri dell’ultima cartuccia rimastagli, Silvio persevera diabolicamente nell’assecondare il premier in un patto che è già morto prima di nascere. Poiché finora nei fatti non ha portato a niente, se non all’abissale rafforzamento del Pd e alla progressiva disintegrazione di quello che un tempo era il primo partito d’Italia. Laddove hanno fallito in vent’anni D’Alema, Bersani e Co. ci riesce un astuto leader che non usa mezzi mediatici per smacchiarlo, denigrarlo e distruggerlo, ma solo il “dialogo”…