La Consulta boccia la riforma Fornero sulle pensioni. I pensionati ora ridono

L'ex ministro Elsa Fornero mentre piangeva quaando varò la "riforma Fornero"
L’ex ministro Elsa Fornero mentre piangeva sulla sua riforma.

La Corte costiruzionale ha bocciato la riforma Fornero limitata alla cosiddetta perequazione delle pensioni con cui, nel “Salva Italia”, era stata bloccato l’adeguamento al costo della vita per quanti percepivano un trattamento superiore a tre volte il minimo, pensioni abbastanza modeste da 1.500 euro al mese.

Il governo Monti, con il decreto legge 201/2011, – manovra nota a tutti come “lacrime e sangue” – decise con l’ex ministro Fornero il blocco dell’adeguamento al costo della vita per i pensionati, motivandolo con una vaga “contingente situazione finanziaria”.

La Suprema Corte “bocciando” l’art. 24 della riforma Fornero ha spiegato che “L’interesse dei pensionati, in particolar modo i titolari di trattamenti previdenziali modesti, è teso alla conservazione del potere di acquisto delle somme percepite, da cui deriva in modo consequenziale il diritto a una prestazione previdenziale adeguata. Tale diritto, costituzionalmente fondato, risulta irragionevolmente sacrificato nel nome di esigenze finanziarie non illustrate in dettaglio”.

La decisione della Consulta sbarella i conti pubblici poiché la restituzione delle spettanze arretrate ai pensionati costa alle casse dello Stato circa 5 miliardi: 1,8 miliardi per il 2012 e circa 3 miliardi per il 2013.

A sollevare la questione di legittimità costituzionale erano stati, con varie ordinanze tra il 2013 e il 2014, il Tribunale di Palermo, sezione lavoro; la Corte dei Conti, sezione giurisdizionale per la Regione Emilia-Romagna; la Corte dei Conti, sezione giurisdizionale per la Regione Liguria.

Secondo la Consulta, le motivazioni indicate alla base del decreto sono blande e generiche, mentre l’esito che si produce per i pensionati è pesante. “Deve rammentarsi – si legge nella sentenza – che, per le modalità con cui opera il meccanismo della perequazione, ogni eventuale perdita del potere di acquisto del trattamento, anche se limitata a periodi brevi, è, per sua natura, definitiva.

Le successive rivalutazioni saranno, infatti, calcolate non sul valore reale originario, bensì sull’ultimo importo nominale, che dal mancato adeguamento è già stato intaccato”. “La censura relativa al comma 25 dell’art. 24 del decreto legge n. 201 del 2011, se vagliata sotto i profili della proporzionalità e adeguatezza del trattamento pensionistico – scrivono ancora i giudici della Suprema Corte – induce a ritenere che siano stati valicati i limiti di ragionevolezza e proporzionalità, con conseguente pregiudizio per il potere di acquisto del trattamento stesso e con irrimediabile vanificazione delle aspettative legittimamente nutrite dal lavoratore per il tempo successivo alla cessazione della propria attività”.

“Risultano, dunque, intaccati i diritti fondamentali connessi al rapporto previdenziale, fondati su inequivocabili parametri costituzionali: la proporzionalità del trattamento di quiescenza, inteso quale retribuzione differita (art. 36 Costituzione) e l’adeguatezza (art. 38). Quest’ultimo è da intendersi quale espressione certa, anche se non esplicita, del principio di solidarietà” (art. 2) e “al contempo attuazione del principio di eguaglianza”, (art. 3).

Il blocco dell’indicizzazione delle pensioni scattato con il “Salva Italia” e ora bocciato dalla Consulta ha toccato una platea di circa 6 milioni di persone, ovvero quante sono quelle con un reddito da pensione superiore ai 1.500 euro mensili lordi, secondo gli ultimi dati dell’Istat sulla previdenza, aggiornati al 2013. Lo stop alla perequazione ha infatti interessato gli assegni superiori a tre volte il minimo (circa 1.500 euro al mese). Guardando alle percentuali si tratta di oltre il 36% del totale degli oltre 16,3 milioni di pensionati italiani. Nel dettaglio, i pensionati d’oro, che superano i dieci mila euro mensili, sono circa 12 mila (lo 0,1%). Ecco una tabella dell’Istat con il numero di pensionati oltre i 1.500 euro al mese per classe di importo.

“Ancora non abbiamo effettuato i calcoli ma è chiaro che la sentenza ha conseguenze rilevanti sul bilancio pubblico”. Così il viceministro dell’Economia Enrico Morando, dopo la sentenza della Consulta.”Stupisce l’assenza di bilanciamento rispetto all’articolo 81″ della Carta. Così “si scarica un onere significativo sul bilancio dello Stato”.

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