Regioni, Emiliano nomina 3 M5S a loro insaputa. In Calabria “sciame sismico”

Il governatore della Puglia Michele Emiliano
Il governatore della Puglia Michele Emiliano

Questa sarà la settimana delle giunte regionali. Il governatore della Campania Vincenzo De Luca (Pd) lo ha già fatto oggi in anticipo sull’insediamento del Consiglio regionale. Ha scelto sei donne su otto assessori. Tutti docenti esterni, naturalmente piazzando alla vicepresidenza il suo fedelissmo Fulvio Bonavitacola che è l’asso nella manica di De Luca qualora dovesse essere sspeso il 17 giugno prossimo.

La giornata ha visto protagonista anche il governatore Pd pugliese, Michele Emiliano, che a sorpresa ha nominato l’esecutivo con tre nominativi del Movimento Cinque Stelle, nominati a loro insaputa, tant’è che nel giro di un’ora i grillini hanno rispedito al mittente l’incarico assessorile.

A sorpresa non tanto. Ne senso che già pochi giorni dopo l’insediamento Emiliano aveva lanciato messaggi espliciti al M5S. Emiliano li ha nominati sulla scorta di una consultazione in rete, come di consueto fanno i grillini.

“Mi sono basato solo sui loro curricula – ha detto Emiliano – e non essendoci stati incontri fra noi fino a oggi, nessuno può sospettare che ci siano inciuci. Mi auguro che le tre colleghe accettino”, ha affermato il neo governatore pugliese. Nominate anche altre due donne esterne al Consiglio.

“E’ un atto di una violenza inaudita”, hanno subito scritto in una nota le tre prescelte Rosa Barone, Viviana Guadini, Antonella Laricchia, tutte e tre elette consiglieri regionali con la Laricchia che è stata diretta competitor di Emiliano alle scorse regionali del 31 maggio.
“Non siamo disponibili a vendere il nostro silenzio in cambio di poltrone”, hanno sottolineato.

A fine giugno, dopo il “corteggiamento” politico di Emiliano, i Cinquestelle pugliesi, Laricchia e i suoi colleghi avevano indetto una conferenza stampa a Montecitorio con l’ex candidata alla presidenza che spiegava il “no” di entrare in un esecutivo Pd. “Essere assessore Cinque Stelle – spiegava – in una giunta Pd vuol dire non poter fare niente. Noi con questi vecchi partiti, sopratutto i democratici, non abbiamo nulla in comune”. Per poi affondare sull’ex magistrato: “Ci colpisce – disse ancora Laricchia – il fatto che nel suo primo discorso da vincitore non si sia parlato di contenuti ma solo di spartizione di poltrone”. Oggi la “sorpresa” di essere nominati assessori a loro insaputa col conseguente e netto rifiuto dei consiglieri pentastellati.

IN CALABRIA SCIAME SISMICO DOPO TERREMOTO GIUDIZIARIO
Altro capitolo è quello in Calabria dove è in corso uno sciame sismico di vaste proporzioni politiche dopo l’inchiesta rimborsopoli. Il governatore Mario Oliverio (Pd) ha annunciato un azzeramento radicale della sua giunta nominata “a tappe” a gennaio, dopo frenetiche consultazioni con Roma. Per sei mesi è andato avanti con soli tre assessori, (De Gaetano, Ciconte e Guccione) in attesa delle modifiche allo statuto (promulgato oggi) che dovrebbe consentirgli di nominare sette assessori di cui il 30% donne.

La scorsa settimana, però, con una inchiesta giudiziaria della procura di Reggio Calabria sulla rimborsopoli calabrese, (“Erga Omnes”), sono stati arrestati Antonino De Gaetano, assessore nominato da Oliverio in contrasto con Roma e con l’ex ministro Maria Carmela Lanzetta, Luigi Fedele, ex capogruppo Pdl e una richiesta di arresto alla giunta per le autorizzazioni di palazzo Madama per il senatore Giovanni Bilardi, tutti accusati a vario titolo di presunto falso e peculato. Altre cinque ordinanze di divieto di dimora per quattro ex consiglieri e un collaboratore. Inchiesta con oltre trenta indagati, tra cui gli altri due assessori di Oliverio, Enzo Ciconte e Carlo Guccione, nonché il presidente del Consiglio Antonio Scalzo.

L’ANNUNCIO DI OLIVERIO
L’annuncio di Oliverio, sostenuto anche da Lorenzo Guerini in direzione di un “totale rinnovamento”, recitava più o meno così: “Faro una giunta alto profilo, di rottura col passato nominando persone che non abbiano avuto in passato né esperienze politiche né di governo”. Una formula ad excludendum per tagliare i ponti in primis all’ex ministro Lanzetta ma non solo. La Lanzetta ha comunque fatto sapere di non essere interessata. Anzi ha chiesto in una lettera al vicepresidente del Pd Lorenzo Guerini che in Calabria si torni al voto.

Secondo questa “balzana teoria” nessun politico eletto in Consiglio, anche con apprezzate esperienze amministrative alle spalle, potrebbe ambire a fare l’assessore in Calabria. Nemmeno il presidente Oliverio potrebbe presiedere la giunta, dal momento che è da 40 anni sulla scena politica e amministrativa. “Saranno tutti tecnici della Bocconi”, ironizza qualche renziano.

In realtà il governatore è anche molto criticato nei suoi ambienti per la “totale inerzia” di questi sette mesi di legislatura. “La Regione è completamente paralizzata e ci sono milioni di euro da spendere entro pochi mesi”, è la voce di molti dem. Fonti interne al Centrodestra azzardano addirittura che la Calabria sia “ferma al 29 aprile 2014”, giorno delle dimissioni dell’ex governatore Giuseppe Scopelliti. Non solo per queste ragioni, sia il M5S che appunto l’ex ministro Lanzetta han chiesto che Oliverio si dimetta.

Tornando all’annuncio di Oliverio, sono seguite polemiche riguardo la posizione degli altri due assessori indagati che, attraverso i soliti bene informati, facevano tuttavia filtrare il loro malcontento: “Perché loro si e Scalzo no?”, è la domanda che ci si poneva. Una sorta di “diktat” che sta alimentando scontri interni al Pd. “Se lasciamo loro deve lasciare anche Scalzo”, affermavano fonti accreditate lasciando intendere che solo con le dimissioni del presidente dell’assemblea sarebbero seguite quelle dei due assessori.

SCALZO FORSE LASCIA. E’ UNA DELLE CONDIZIONI LEGATE ALLE DIMISSIONI DI CICONTE E GUCCIONE
Ci sono stati incontri a Roma dove il presidente Scalzo, fedelissimo di Guerini, ha dato la disponibilità a lasciare e infatti oggi ha annunciato che forse lascerà nella seduta del 13 luglio. Forse. “Non sarò certo io l’ostacolo del cambiamento”, ha fatto sapere. Le sue dimissioni sarebbero una condizione politica posta dagli “oliveriani” ai renziani. Per dire che si dimettono solo se si dimette Scalzo.

Nel caso dovesse presentare le dimissioni nella prossima seduta, il Consiglio dovrà prenderne atto (quando?) ma non è ancora chiaro quale sia stato l’eventuale “compromesso” tra Scalzo e lo stesso Guerini che lo aveva imposto presidente del Consiglio tra mille polemiche. A Oliverio toccherà varare la giunta (mercoledì?) di soli tecnici e docenti, con almeno tre donne e, secondo la sua espressa volontà, tutte esterni. Poi potrebbe accontentare qualche consigliere regionale con deleghe di scarso peso. Quelle più “pesanti” (tranne la Sanità) saranno salde nelle sue mani.