Influenza: stare a casa davanti a tv limita diffusione

Semplici misure, come stare a casa a guardare la tv, possono aiutare a combattere potenziali epidemia di influenza. I vaccini e i farmaci, infatti, non sono le uniche forme efficaci per affrontare un focolaio.

Queste, in estrema sintesi, le conclusioni di uno studio della University of California, dell’Arizona State University, della Georgia State University e della Yale University, pubblicato sulla rivista BMC Infectious Diseases. Sia che si tratti di iniziative private o di politiche dirette, azioni come la chiusura di scuole o di luoghi d’intrattenimento, e la cancellazione di eventi pubblici rappresentano efficaci strategie di controllo contro la diffusione dell’influenza.

“L’epidemia di influenza suina che nell’aprile del 2009 ha colpito Citta’ del Messico – ha detto Michael Springborn, economista della University of California e primo autore dello studio – avrebbe potuto essere peggiore, ma la diffusione del virus e’ stata ridotta grazie alla risposta comportamentale delle persone che hanno preso le distanze le uno dalle altre”.

I ricercatori hanno creato un nuovo modello che aggiunge, a quelli attuali che riguardano la diffusione dell’influenza, le risposte comportamentali. Nell’aprile del 2009 il governo federale del Messico, a seguito della conferma della presenza di un nuovo ceppo influenzale A/H1N1, ha chiuso le scuole pubbliche a Citta’ del Messico e ha messo in atto una serie di misure di “distanziamento sociale”.

I ricercatori hanno anche esaminato la visione televisiva in casa come indicatore di risposta comportamentale durante la pandemia, nella convezione che i rating televisivi siano “fortemente correlati” al tempo trascorso in casa. All’inizio del focolaio di influenza, le persone hanno risposto bene alle politiche di controllo. Ma dopo un po’ hanno cominciato a uscire di casa.

“Questo suggerisce – ha detto Springborn – che gli sforzi di utilizzare il distanziamento sociale per mitigare la diffusione della malattia possono avere una limitata finestra d’efficacia”. Anche la pandemia d’influenza nel 1918 in Australia riflette questo modello di comportamento.

“Il nostro studio rafforza l’opinione che l’acquisizione di cambiamenti comportamentali che amplificano o riducono la velocita’ di trasmissione e’ la chiave per migliorare la nostra capacita’ di fare previsioni sull’impatto delle epidemie”, ha detto Gerardo Chowell della Georgia State University, coautore dello studio.

Altre forme d’interventi non farmaceutici, che sono risultate associate a una minore diffusione dell’influenza, sono la chiusure delle imprese, l’uso delle mascherine e l’abitudine individuale a lavarsi spesso le mani.