Arrestato infermiere carcere “messaggero” della ‘ndrangheta

Un uomo di 51 anni di Melito Porto Salvo, in servizio sanitario presso il penitenziario Panzera di Reggio sarebbe stato asservito ai Iamonte. Il sindaco gli assunse la moglie

Carlomagno campagna ottobre 2018
A destra Pasquale Manganaro, l'infermiere arrestato
A destra Pasquale Manganaro, l’infermiere arrestato

Sfruttando il suo ruolo “privilegiato” all’interno di uno delle carceri di Reggio Calabria, un infermiere avrebbe favorito boss di ‘ndrangheta detenuti introducendo oggetti e prendendo ordini da portare all’esterno. Pasquale Manganaro, 51 anni di Melito Porto Salvo, è stato così arrestato con la pesante accusa di associazione mafiosa e danneggiamento mediante incendio con l’aggravante del metodo mafioso.

Ad ammanettarlo e a condurlo nel carcere di Vibo Valentia, su mandato del gip, i carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria a conclusione di una inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, e condotta dal Nucleo investigativo dell’Arma tra febbraio e novembre 2015, attraverso cui hanno riscontrato come l’indagato all’interno dell’istituto di detenzione “G. Panzera”, avrebbe avuto comportaenti volti a favorire elementi di spicco della cosca “Iamonte”, egemone nel territorio di Melito Porto Salvo.

Le indagini, spiega la Dda, hanno accertato la partecipazione di Manganaro alla consorteria criminale, in favore della quale ha svolto la funzione di “tramite” degli affiliati detenuti con il mondo esterno: un’instancabile e selettiva opera di raccordo, la sua, perfezionata nel tempo attraverso la predisposizione di un sistema funzionale al passaggio di messaggi ed ambasciate da e verso il carcere.

In particolare, gli approfondimenti investigativi hanno comprovato come l’infermiere si sia più volte adoperato per far entrare all’interno dell’istituto di pena oggetti personali destinati ai detenuti eccellenti, eludendo le prescrizioni carcerarie ed approfittando del minore controllo esercitato sulla sua persona. Sullo sfondo, naturalmente, la volontà di compiacere i capi cosca, tra cui il detenuto Remingo Iamonte.

Le indagini hanno restituito, dunque, un profilo criminale ben stagliato dell’indagato che già nel 2012 (operazione “Ada”) aveva indotto l’allora sindaco di Melito Porto Salvo, Gesualdo Costantino, ad interessarsi in prima persona per l’assunzione della moglie presso una cooperativa cittadina, ritenendolo un tangibile segno di riconoscenza nei confronti dei soggetti affiliati alla cosca che ne avevano appena favorito l’elezione.

Il quadro indiziario – e con esso anche il giudizio sulla pericolosità sociale è stato infine irrobustitoda un episodio di danneggiamento di un’imbarcazione, incendiata con modalità tipicamente mafiose e senza motivi di diretto dissidio tra la vittima ed il Manganaro e dove quest’ultimo assume il ruolo di mero esecutore di direttive altrui.