Bomba a Limbadi, paese sotto choc ma ancora ostaggio dei Mancuso

In paese tutti conoscono tutti, ma nessuno ha voglia di parlare. Davanti a microfoni e taccuini dei giornalisti c’è chi cambia strada e chi sostiene di non sapere nulla

Carlomagno Jeep Compass Febbraio 2021

autobomba limbadiLimbadi, il centro in cui lunedì un’autobomba ha ucciso una persona ferendone un’altra, è uno dei tre Comuni del Vibonese che rischiano lo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni mafiose. Le Commissioni d’accesso nominate dal prefetto hanno presentato le loro conclusioni nel marzo scorso.

L’ombra del commissariamento incombe, oltre che sul Comune di Limbadi, anche su quelli di Briatico e San Gregorio d’Ippona. Le relazioni sono state già inoltrate al ministero dell’Interno per le valutazioni dei tre casi. La parola sull’eventuale scioglimento, come previsto dalla procedura, spetta al ministro dell’Interno e dovrà poi passare al Consiglio dei ministri.

Briatico e San Gregorio d’Ippona hanno già subito in passato il commissariamento per mafia. Il consiglio comunale di Limbadi, invece, nel 1983 fu stato sciolto d’autorità dall’allora presidente della Repubblica, Sandro Pertini. Non c’era ancora una normativa antimafia che consentisse il commissariamento per inquinamento mafioso, ma si prese atto che fra gli eletti figurava Ciccio Mancuso, considerato fondatore e patriarca dell’omonimo clan di ‘ndrangheta.

L’autobomba ha ucciso Matteo Vinci e ferito gravemente il padre Francesco, ricoverato a Palermo per le gravi ustioni riportate. Matteo Vinci, ex rappresentante di medicinali, alle ultime elezioni comunali si era candidato alla carica di consigliere senza essere eletto, il padre era carrozziere. Gli inquirenti si mantengono cauti sul movente, ma le modalità hanno portato il caso all’attenzione anche dei magistrati della Dda di Catanzaro che affiancano la procura ordinaria in questa prima fase delle indagini.

Non è infatti passato inosservato l’episodio che vide le vittime protagoniste di una rissa con i vicini, fra cui alcuni esponenti del potentissimo clan dei Mancuso per un terreno conteso. Chi conosce la storia più remota di Limbadi racconta che nell’Ottocento i Vinci erano ricchi proprietari di molti possedimenti nel paese. Poi la famiglia era decaduta e, pur vivendo dignitosamente, non erano più i signori di un tempo.

Da almeno tre generazioni c’è chi ha fatto il carrozziere e chi il netturbino. Il terreno conteso con i Mancuso, potente casato di ‘ndrangheta, si trova in contrada “Ceravolaro”. Probabilmente, dicono in paese, è uno dei pochi beni sopravvissuti all’antica ricchezza perduta dei Vinci. Un appezzamento di cui rivendica la proprietà Rosaria Mancuso, sorella di Giuseppe, Pantaleone, Diego e Francesco (i primi due sono detenuti), il gotha del clan che fa affari con i Narcos colombiani ed esercita il suo dominio ben oltre il Vibonese e la Calabria, grazie alle ramificazioni all’estero oltre che nel Nord Italia.

In paese tutti conoscono tutti, ma nessuno ha voglia di parlare. Davanti a microfoni e taccuini c’è chi cambia strada e chi sostiene di non sapere nulla di quello che è accaduto la sera precedente. C’è paura. Qualcuno descrive Matteo Vinci come “un ragazzo per bene”, “un bravo ragazzo”, ma nessuno vuol sentire la parola ‘ndrangheta. La paura prevale, tanto che in un paese di appena 3.600 anime, ai confini con la provincia di Reggio Calabria, c’è addirittura chi risponde di non conoscere i Vinci.

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