Barbieri, la cosca Muto e i clan cosentini: “Piazza Bilotti è cosa nostra”


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costruttore Giorgio Ottavio Barbieri e il boss Franco Muto
Da sinistra il costruttore Giorgio Ottavio Barbieri e il boss Franco Muto

Appalti milionari vinti senza avere un centesimo. In Calabria succede anche questo. Chiunque, a queste latitudini, con i giusti agganci politico-mafiosi può improvvisarsi imprenditore di successo e costruttore. L’unico impegno per “prenditori” e politica collusa è avere l’abilità di mettere le carte a posto tramite la burocrazia compiacente e mazzettara.

Giorgio Ottavio Barbieri, testa di ponte tra clan e politica, è uno di questi, secondo le Dda di Reggio Calabria e Catanzaro che già nel 2017 gli contestavano di aver messo le mani su un giro di appalti per quasi 100 milioni di euro, denaro che in larga parte confluiva poi nelle tasche dei mafiosi. Tra gli appalti vinti ci sono la funivia di Lorica, l’avioscalo di Scalea e, appunto, piazza Bilotti a Cosenza, tutti e tre entrati nell’inchiesta “Lande desolate” della distrettuale di Catanzaro e in cui è coinvolto il presidente della Regione Calabria Mario Oliverio.

Barbieri, nativo di Cosenza ma trapiantato a Roma, è ritenuto imprenditore organico ai Muto di Cetraro, potente cosca che ha interessi in tutta la provincia e a Cosenza città, dove il “re del pesce”, alias Franchino Muto, è nato e cresciuto prima di spostarsi sul Tirreno a dirigere i suoi affari.

Ed è soprattutto su Cosenza, per piazza Bilotti (ex piazza Fera), che il costruttore mostra la sua sicurezza di poter operare senza “interferenze” dei clan locali, che pure si erano fatti avanti per estorcere quattrini da mettere nella “bacinella” paventando anche un attentato al cantiere.

Il lasciapassare dei Muto e i clan di Cosenza: “Piazza Bilotti è cosa nostra” 

Nel 2013 un’associazione temporanea di imprese (Ati) guidata dalla Barbieri Costruzioni Srl (e comprendente anche la Cittadini Srl) si aggiudica l’importante appalto pubblico, 16 milioni di euro, per il rifacimento di piazza Bilotti a Cosenza.

Il collaboratore di giustizia Adolfo Foggetti riferisce come l’intenzione di Maurizio Rango, a capo del clan Rango-Zingari, di eseguire un’intimidazione sul cantiere di piazza Bilotti, fosse stata fermata da Mario Gatto, reggente del clan degli italiani, il quale gli aveva detto che l’impresa appaltatrice dei lavori di piazza Bilotti non poteva essere “toccata” in quanto “amica dei Muto”. (“E abbiamo parlato insieme a Maurizio Rango per vedere, per far fare qualche danneggiamento, per mettere qualche bottiglia come per … a titolo estorsivo. Rango mi diceva che dovevamo parlare con tutti. Dopo di che Maurizio Rango parla, esterna il fatto a Mario Gatto” il quale  “ci aveva detto che Luigi Muto gli aveva detto che era una ditta di fuori ed era una ditta amica loro, e che, quindi, al momento, non si poteva toccare…”).

Tale dichiarazione viene riscontrata anche dai collaboratori Daniele Lamanna  e Luciano Impieri, i quali riferiscono come, nel 2014, gli italiani avessero avuto sì “il permesso di entrare” nell’appalto di piazza Bilotti ma “limitatamente” all’impresa che, in subappalto, si occupava del rifacimento dei marciapiedi.

“L’ombrello protettivo” del clan Muto si manifesta, però, in modo ancora più eclatante nel corso del 2016, allorché riprendono le pressioni estorsive dei clan cosentini sul cantiere di piazza Bilotti. Infatti, dalle conversazioni intercettate dalla Dda emerge come la mattina del  5 gennaio 2016 Barbieri si sia incontrato a Cosenza, alla presenza di Giorgio Morabito (elemento di collegamento con la criminalità reggina dei Bagalà e dei Piromalli) e Franco Muto (o di un suo rappresentante), con gli esponenti dei clan cosentini, riuscendo a spuntare, grazie all’intervento del “vecchio” Franco Muto, un accordo giudicato dal Morabito assolutamente vantaggioso rispetto alle normali percentuali della “tassa ambientale” (“…ha dittu oro ..è oro chillu ca t’ha fattu fare!!” il vecchio tuo è sempre buono …ed illu che deve capire, minchia da quale pulpito mi viene detto”).

Tuttavia, nell’estate del 2016, probabilmente profittando della sopravvenuta carcerazione di Francesco Patitucci, riprendono vigore gli appetiti dei cosentini, con Renato Piromalli che “fa visita” a Massimo Longo (fiduciario di Barbieri) ed addirittura alcuni emissari che si recano a chiedere “informazioni” direttamente a Franco Muto, individuato quale referente criminale dell’appalto.

Nel commentare i nuovi accadimenti, Longo afferma che il gruppo Barbieri a Cosenza non debba pagare nessuno (“…ma a Cusenza unn’addi da nenta a nessunu…a Cusenza…”) e si mostra certo che proprio Patitucci avrebbe redarguito gli autori dell’improvvida iniziativa (“…te lo deve dire Giorgio con chi ha trattato, con chi è andato a Cosenza?… è uno che, a Cosenza, li piscia a tutti… u sa cumu si va mangia… io ho fatto un accordo e voi iati parlati…..cumu vi permettiti a circare ancora informazioni, l’accordo l’è fattu io”), mentre, dal canto suo, Barbieri si dichiara pronto a denunciare,  ma non certo i Muto bensì gli ‘ndranghetisti cosentini che erano venuti meno all’accordo (“Barbieri:…in questi giorni scorsi, sono andati…addirittura a casa di Franco!!, a Cetraro…quelli che sono venuti qua..”.

Longo:… quello che t’ha detto, Giorgio…?
Barbieri
:… non l’ho visto ancora io…mo che lo vedo mercoledì…viene qua e ce parlo, quando fu, ha detto piazza Bilotti non esiste proprio, fu l’accordo, quindi a questi devono sistemare loro con l’amico frizz, Renato famoso che veniva, è venuto qua a fa scena muta…se rompono il cazzo io glielo dico francamente, guarda, io sono stato di parola… se loro non lo fanno io vado dalle guardie…”).

Dino Granata

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