Omicidio Fiamingo, “Errore fatale” chiedere pizzo al fratello del clan Mancuso

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Da sinistra in alto Cosmo Michele Mancuso, Giuseppe Accorinti, Salvatore Polito e l’auto luogo del delitto. In basso la conferenza stampa con Nicola Gratteri

Avrebbero tentato un’estorsione alla persona sbagliata e nel posto sbagliato il boss Francesco Mancuso di Limbadi e il suo fidato sodale Raffaele Fiamingo, detto “Il Vichingo”, che pagò con la vita. Nella notte del 9 luglio 2003 il primo fu ferito gravemente, il secondo fu ucciso colpito con numerosi colpi di pistola calibro 9.

La richiesta estorsiva fu rivolta al titolare di un panificio di Spilinga, nel Vibonese, di cui era titolare il fratello di Antonio Prenesti, 53 anni, di Nicotera, ritenuto elemento di spicco del clan Mancuso, oggi arrestato nell’ambito dell’operazione della Polizia in codice “Errore fatale”, la cui inchiesta è stata coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro.

In carcere sono finiti i presunti autori dell’omicidio di Fiamingo, allora 44enne, presunto boss di Rombiolo, e del ferimento del boss Francesco Mancuso, di Limbadi, detto “Ciccio tabacco”. Il titolare del panificio avrebbe avvertito il fratello del tentativo di estorsione.

Secondo quanto emerso dalle indagini, Antonio Prenesti avrebbe, quindi, chiesto l’autorizzazione di vendicarsi dello “sgarbo” di Fiamingo al boss Cosmo Mancuso, alias Michele, zio di Francesco Mancuso, che avrebbe autorizzato l’agguato contro il “Vichingo” e il nipote. Per questo Michele Mancuso è stato raggiunto dalla nuova ordinanza della in carcere a Prato.

Sceso dall’auto per ritirare il denaro, Raffaele Fiamingo, al quale fu fatto credere che la presunta vittima avrebbe pagato, si trovò dinnanzi ai colpi di pistola che sarebbero stati esplosi da Antonio Prenesti e Domenico Polito, 55 anni, di Tropea, considerato il braccio armato del clan Mancuso, e anche lui arrestato venerdì quale esecutore materiale del fatto di sangue.

Ad accompagnare sul luogo dell’agguato i due presunti sicari sarebbe stato il presunto boss di Zungri, Giuseppe Accorinti, 60 anni, anche lui finito in manette. Francesco Mancuso, rimasto ferito in auto, fu poi accompagnato dal figlio in ospedale a Vibo. Alla base delle accuse, anche le dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia del Vibonese e del Lametino, fra i quali Emanuele Mancuso, primo “pentito” della potente cosca vibonese.