Riace, nuovi guai giudiziari per Lucano: indagato anche per truffa e falso

Si tratta di un secondo filone dell'inchiesta "Xenia" con cui lo scorso 2 ottobre l'ex sindaco di Riace finì ai domiciliari. Ieri è stato rinviato a giudizio insieme ad altri 26 indagati.

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Domenico Lucano
Domenico Lucano

Il sindaco sospeso di Riace, Domenico Lucano, 61 anni, è nuovamente indagato dalla Procura di Locri con l’ipotesi di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche. Insieme a lui sono state iscritte nel registro altre 9 persone. All’ormai ex sindaco di Riace viene contestato anche il reato di falso ideologico.

Si tratta di un avviso conclusione indagini in un secondo filone dell’inchiesta “Xenia” che lo scorso 2 ottobre portò Lucano ai domiciliari per sfruttamento dell’immigrazione clandestina, abuso d’ufficio e altri reati.

Accuse per cui proprio giovedì Mimmo Lucano, come viene chiamato, è stato rinviato a giudizio dal gup di Locri insieme ad altri 26 indagati coinvolti nell’inchiesta e dovrà comparire al processo il prossimo 11 giugno.

Secondo l’accusa, Lucano avrebbe “indotto il Servizio Centrale del sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati e la Prefettura di Reggio Calabria, ricorrendo all’artifizio di predisporre una falsa attestazione a firma del sindaco ove veniva dichiarato che le strutture di accoglienza per ospitare i migranti a Riace erano rispondenti e conformi alle normative vigenti, laddove in effetti così non era”.

L’assenza di questi requisiti avrebbe consentito, secondo l’impianto accusatorio della procura guidata da Luigi D’Alessio, un ingiusto profitto con pari danno degli enti pubblici del denaro corrisposto a titolo di locazione.

Le nove accuse – Nove i capi d’accusa, tutti per il reato di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche. Lucano è indagato a vario titolo in concorso perché, nella qualità di sindaco e in alcuni casi, al contempo, di responsabile dell’unità operativa ufficio amministrativo del Comune di Riace, avrebbe indotto in errore il ministero dell’Interno e la Prefettura di Reggio Calabria, predisponendo una falsa attestazione in cui veniva dichiarato che le strutture di accoglienza per ospitare i migranti esistenti nel territorio del Comune di Riace erano rispondenti e conformi alle normative vigenti in materia di idoneità abitativa, impiantistica e condizioni igienico sanitarie.

“Laddove così in effetti non era” è l’ipotesi accusatoria della Procura, in quanto i vari immobili risulterebbero in alcuni casi privi di collaudo statico e certificato di abitabilità, e in altri casi privi del solo certificato di abitabilità.

“Documenti indispensabili” per come richiesto sia dal manuale operativo Sprar che dalle convenzioni stipulate tra il Comune di Riace e la Prefettura. “Dovendosi rilevare, altresì – annota diverse volte la Procura – la mancanza in capo a Lucano di qualunque competenza riconosciuta dall’Ordinamento circa il giudizio relativo ai requisiti tecnici che dovevano possedere gli immobili”.

Oltre a Lucano, gli indagati sono l’amministratore della cooperativa “Girasole” e i privati proprietari degli appartamenti utilizzati per l’accoglienza: Maria Taverniti, amministratore unico della cooperativa; Giuseppe Tavernese, Debora Porcu, Giovanni Sabatino; Cosimo Damiano Pazzano; Raffaele Belfiore; Rinaldo Deluca; Luana Tosarello; Marco Iacopetta.