Lande desolate, oltre a Oliverio indagati anche Bossio e Adamo: “Corruzione”

Secondo la Dda i tre avrebbero stretto un "patto" per rallentare i lavori di piazza Bilotti. In cambio all'imprenditore vicino al clan Muto, Giorgio Ottavio Barbieri, sarebbero stati dati 4,2 milioni in più per l'impianto di Lorica

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Mario Oliverio, Enza Bruno Bossio e Nicola Adamo
Da sinistra Mario Oliverio, Enza Bruno Bossio e Nicola Adamo

La Procura distrettuale di Catanzaro ha emesso l’avviso di chiusura indagini nei confronti del Governatore della Calabria Mario Oliverio nell’ambito dell’inchiesta “Lande desolate”, operazione scattata il 17 Dicembre 2018 e culminata con 16 misure cautelari, tra arresti, interdizioni e l’obbligo di dimora per il governatore, misura recentemente annullata dalla Cassazione. Il provvedimento è stato emesso anche nei confronti della deputata del Pd Enza Bruno Bossio e del marito, l’ex consigliere regionale del Pd Nicola Adamo.

I tre, tutti del PD, sono indagati per corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio aggravata dalla finalità di stipula di contratti e corruzione di persona incaricata di un pubblico servizio. Insieme a loro sono coinvolti, nel secondo filone, anche Francesco Tucci e l’imprenditore in odor di mafia, Giorgio Ottavio Barbieri.

L’indagine riguarda presunti illeciti in tre appalti che sono il nucleo centrale dell’inchiesta della Dda guidata da Nicola Gratteri. Si tratta dell’impianto di risalita di Lorica, nella Sila cosentina, l’aviosuperficie di Scalea (Cosenza), e la realizzazione di piazza Bilotti a Cosenza. Oliverio, ma non Adamo e Bossio, è indagato per abuso d’ufficio nel filone principale dell’inchiesta “Lande desolate”.

In particolare, per quanto riguarda piazza Bilotti, a maggio 2016 Oliverio, insieme ad Adamo, Enza Bruno Bossio, al direttore dei lavori Francesco Tucci, e all’imprenditore Giorgio Ottavio Barbieri (l’unico arrestato nell’operazione con l’aggravante mafiosa), avrebbero stretto, secondo l’accusa, un “accordo illecito” per rallentare i lavori al fine di danneggiare elettoralmente Mario Occhiuto, allora candidato a sindaco.

Oliverio, Bossio e Adamo avrebbero esercitato “pressioni indebite” sui direttori dei lavori e sullo stesso Barbieri – imprenditore ritenuto organico al clan Muto di Cetraro -, che si era aggiudicato tutti e tre gli appalti, per giungere alle loro finalità “politiche” ed “elettorali”.
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Secondo il Gip Pietro Carè e la stessa Dda, ci sarebbe stato uno “scambio di favori” su piazza Bilotti. Secondo l’ipotesi accusatoria, Barbieri rallentava i lavori per non fare inaugurare la piazza a Mario Occhiuto, poi eletto sindaco di Cosenza, ed in cambio (quì l’ipotesi di corruzione) ci sarebbe stato un ulteriore finanziamento da parte della Giunta regionale presieduta da Mario Oliverio. A scoprirlo e ad incrociare tutto, i finanzieri di Cosenza che hanno intercettato anche Sms degli indagati a Tucci e Barbieri.
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La Giunta, come emerso dagli atti, con delibera n. 159 del 13.5.2016 decise un finanziamento aggiuntivo di 4,2 milioni di euro in favore dell’impresa Barbieri il quale versava in condizioni economiche critiche. Fondi che si erano aggiunti a quelli già stanziati per l’impianto sciistico di Lorica con la pezza giustificativa di “lavori complementari”: “Utilizzo temporaneo delle risorse in conto residui”, riportava l’oggetto.

Oltre al governatore Oliverio, la parlamentare Bruno Bossio, Adamo, Barbieri e Tucci, l’avviso di conclusione delle indagini è stato notificato anche ai dirigenti della Regione Paola Rizzo (49 anni), Rosaria Guzzo (63) e Giuseppe Zinno (64), e Vincenzo De Caro (66 anni), Gianluca Guarnaccia (43); Carmine Guido (58), Marco Trozzo, (46); Marco Oliverio (44); Carlo Cittadini (43); Ettore Della Fazia (58), Gianbattista Falvo (62); Pasquale Latella (54); Damiano Francesco Mele (52), Arturo Veltri (37).

Nei confronti di alcuni indagati la Procura ipotizza anche l’aggravante dell’articolo 7 per avere agevolato la cosca di ‘ndrangheta Muto di Cetraro. L’avviso di conclusione delle indagini di “Lande Desolate” è stato redatto dal procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri, dai procuratori aggiunti Vincenzo Capomolla e Vincenzo Luberto e dal sostituto Veronica Calcagno: in totale, sono venti i capi di imputazione contestati a vario titolo agli indagati.