Libro Nero, il “patto” tra Romeo e un finanziere. “Informazioni per un’assunzione”

Tentata corruzione (non mafia), è l'accusa per cui è stato arrestato il capogruppo dem. "Informazioni su indagini a suo carico in cambio di un'assunzione". Mediatore il segretario Pd di Melito Porto Salvo

Carlomagno campagna Alfa Romeo Giulietta Agosto 2019

“Tentata corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio in concorso”. E’ questa l’accusa per cui è stato arrestato Sebastiano “Sebi” Romeo, capogruppo del PD nel consiglio regionale della Calabria, nell’ambito dell’inchiesta della DDA di Reggio culminata stamani con altri 16 arresti, tra cui il consigliere di Fratelli d’Italia, Alessandro Nicolò, accusato di associazione mafiosa.

Sebi Romeo, secondo l’accusa, avrebbe promesso a un maresciallo della Guardia di finanza in servizio presso la Procura di Reggio Calabria, aggregato alla locale Corte di Appello, Francesco Romeo (anch’egli finito ai domiciliari), l’assunzione di una persona “non identificata” presso una impresa di trasporti ed autolinee reggina. Questa sorta di scambio (“utilità non dovute”) sarebbe avvenuto per il tramite del segretario del PD di Melito Porto Salvo, Concetto Laganà, anche lui finito in manette.

Il finanziere in cambio di questo presunto favore avrebbe promesso all’esponente politico di fornirgli informazioni coperte dal segreto istruttorio, relative a indagini pendenti presso la Procura della Repubblica di Reggio Calabria, mettendosi a disposizione per far fronte ad ogni esigenza di Sebastiano Romeo in relazione a procedimenti penali a suo carico o a carico di persone a lui vicine.

Secondo gli atti dell’inchiesta sarebbe stato Laganà ad indirizzare il Romeo finanziere verso Romeo il politico, indicandolo come uomo politico interessato all’accordo ed in grado di assicurare al primo l’utilità richiesta.

In sostanza il segretario dem di Melito Porto Salvo, avrebbe fatto da mediatore tra i due Romeo, mantenendo i contatti tra loro e organizzando incontri con modalità finalizzate a scongiurare il rischio di intercettazioni telefoniche e ambientali, anche servendosi – annota il gip nell’ordinanza – di un figlio minore.

Secondo quanto trapela, il presunto “patto corruttivo” che sarebbe stato messo in atto dai tre indagati – che tuttavia non ha nulla a che fare con fatti di mafia -, sarebbe entrato nell’inchiesta della DDA nel corso delle indagini (avviate nel 2014) che hanno portato oggi all’arresto di elementi della cosca Libri, fra gli altri, di un dentista, di un avvocato penalista e di Alessandro Nicolò, considerato dagli inquirenti il politico reggino referente dei clan Libri e De Stefano-Tegano.

Dino Granata