Concorso esterno per Naccari Carlizzi: Gip nega arresto: “Vicino ai clan ma ora senza incarichi”

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Libro Nero, Naccari Carlizzi indagato per concorso esterno in associazione mafiosa
L’ex consigliere calabrese e assessore, Demetrio Naccari Carlizzi

Concorso esterno in associazione mafiosa è il reato per cui l’ex vicesindaco di Reggio e già consigliere e assessore regionale Demetrio Naccari Carlizzi (PD), è indagato dalla DDA di Reggio Calabria nell’ambito dell’inchiesta “Libro nero”, indagine che stamani è culminata con 17 arresti, tra cui i due attuali consiglieri a palazzo Campanella, Alessandro Nicolò (FdI) e Sebi Romeo (PD), il primo in carcere con l’accusa di associazione mafiosa, il secondo per tentata corruzione insieme a un finanziere e ad un esponente dem di Melito Porto Salvo.

La Procura distrettuale reggina aveva chiesto per lui gli arresti, ma il gip l’ha rigettata non ravvisando esigenze cautelari. Secondo i magistrati antimafia, Naccari Carlizzi avrebbe contribuito “concretamente”, senza farne formalmente parte, al “rafforzamento, alla conservazione ed alla realizzazione degli scopi delle cosche di ‘ndrangheta attive nella provincia di Reggio Calabria, come il clan Libri, al centro dell’inchiesta.

Secondo l’accusa, l’apporto che avrebbe fornito Naccari Carlizzi consisteva nello stringere uno stabile, solido e proficuo “pactum sceleris” con i rappresentanti delle più potenti cosche, tra cui la citata Libri, Alampi, Serraino e Condello, operanti nel mandamento di Reggio Calabria città.

L’accusa contesta all’esponente politico (già nei guai per un’altra inchiesta sull’assunzione della moglie in ospedale all’epoca in cui rivestiva cariche istituzionali, ndr), in occasione delle tornate elettorali comunali e regionali, avrebbe chiesto e ottenuto per sé o per i candidati da lui indicati, i voti raccolti dai rappresentanti delle cosche di ‘ndrangheta nelle aree territoriali di rispettiva pertinenza.

Sempre secondo la Dda, in cambio, Demetrio Naccari Carlizzi avrebbe assicurato la sua disponibilità ai picciotti di ‘ndrangheta l’aggiudicazione di appalti, faccende da sbrigare nella pubblica amministrazione, l’assunzione in enti pubblici e privati di affiliati o comunque di soggetti vicini al sodalizio, nonché il conferimento di incarichi pubblici, l’inserimento in prestigiosi circuiti politico-relazionali idonei a rafforzare la capacità di influenza dei sodali, oltreché l’appoggio politico in occasione di consultazioni elettorali.

Il Gip nega l’arresto per Demetrio Naccari Carlizzi e spiega perché

Il giudice per le indagini preliminari Domenico Armaleo nelle 759 pagine dell’ordinanza, nel premettere che, allo stato degli atti, “è dato evincere una storica vicinanza (di Naccari Carlizzi) agli ambienti della locale criminalità organizzata soprattutto in prossimità di competizioni elettorali”, ossia la “sua disponibilità ad assecondare le richieste del Giuseppe Demetrio Tortorella (il dentista arrestato stamane perché ritenuto organico al clan Libri, ndr) e di Stefano Sartiano (l’odierno arrestato considerato al vertice della consorteria mafiosa), la dice lunga circa la sua dimestichezza nell’approcciare conclamati appartenenti al sodalizio dei Libri (e non solo) con cui scendere a patti secondo la logica del do et des”.

“Ad ogni buon conto – scrive il giudice nell’ordinanza -, deve, per un verso, tenersi in considerazione l’epoca di commissione dei fatti e, per altro verso, sottolinearsi che l’indagato, per quanto emerso nella richiesta cautelare, non ricopre attualmente alcun ruolo in seno alle istituzioni politiche cittadine e regionali”.

“E necessario, infine, rammentare – prosegue il magistrato – che pur non dovendo il giudice individuare una “specifica occasione” per delinquere, difficile appare ricostruire, in relazione al predetto indagato, un pericolo di reiterazione del reato che deve essere non solo concreto — fondato cioè su elementi reali e non ipotetici — ma anche attuale, nel senso che possa formularsi una prognosi in ordine alla continuità del “periculum libertatis” nella sua dimensione temporale, fondata sia sulla personalità dell’accusato, desumibile anche dalle modalità del reato per cui si procede, sia sull’esame delle sue concrete condizioni di vita”.

“In relazione al suddetto indagato, pertanto, non appare potersi ravvisare situazione
tale da rendere giustificata l’applicazione di misura”, chiude il gip sul conto dell’esponente del PD.

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