Estorsione e autoriciclaggio, 9 indagati e beni sequestrati

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Beni per un valore complessivo di 835mila euro, ritenuti l’illecito profitto di attività estorsive e di autoriciclaggio, sono stati sequestrati dalla Guardia di Finanza di Lamezia Terme in esecuzione di un provvedimento emesso dal gip del tribunale lametino, su richiesta della Procura, nei confronti di 9 persone, tra cui due imprenditori agricoli.

Si tratta della prosecuzione ed evoluzione delle indagini che nel giugno del 2017 avevano già portato alla notifica di altri provvedimenti cautelari a carico di un imprenditore di 52 anni, annullati poi dal Tribunale della Libertà di Catanzaro con ordinanza successivamente cassata dalla Suprema Corte.

Il Gruppo della guardia di finanza di Lamezia Terme, ha effettuato ulteriori approfondimenti che hanno consentito di accertare che i due imprenditori si sono resi responsabili di altre condotte estorsive nei confronti di altri 14 dipendenti. Sono al vaglio di questo ufficio anche una serie di azioni volte ad inquinare le prove esistenti a carico degli indagati, ragion per cui sono stati sottoposti ad indagine anche due avvocati del foro lametino e la segretaria degli stessi imprenditori.

In particolare, è stato riscontrato che nel momento in cui i finanzieri assumevano informazioni dai dipendenti dell’azienda agricola da loro gestita, uno degli imprenditori fece sottoscrivere ai suoi dipendenti degli atti di conciliazione a mezzo dei quali questi ultimi attestavano di voler rinunciare ad ogni legittima pretesa verso il datore di lavoro maturata nell’intero arco temporale del rapporto lavorativo, accettando esigue somme che l’imprenditore riconosceva loro quali asseriti emolumenti dovuti e non erogati in precedenza.

Le condizioni accettate dai lavoratori, formalmente riportate nei summenzionati processi verbali di conciliazione, sono apparse sin da subito oltremodo vessatorie per gli stessi e molto favorevoli per il datore di lavoro, in relazione a quanto emerso dalle indagini, ed è risultato evidente che trattavasi di accordi proposti evidentemente dallo stesso datore di lavoro, privi dell’indicazione chiara della res litigiosa nonché di determinatezza dell’oggetto. Tra l’altro, se lo avessero scritto, avrebbero provato documentalmente il reato, auto incolpandosi del delitto di estorsione.