Calabria, ‘ndrangheta e vittime di racket. Le croci bianche della “Bestia”

La lunga scia di sangue, da Lucio Ferrami a Mario Dodaro, da Silvio Sesti a Sergio Cosmai, dal bambino Pasqualino Perri, a Fazio Cirollo, Antonino Maiorana, Giannino Losardo.


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cimitero americano firenze croci biancheUna enorme distesa di croci bianche su una terra bagnata dal sangue. Ad ognuna di queste croci è assegnato un nome e sotto ciascuna di esse giacciono loro, gli eroi di una resistenza coraggiosa e solitaria contro la ‘ndrangheta. Erano uomini normali. Avevano affetti, sentimenti, figli. Persone perbene cadute sotto l’arroganza della “Bestia” solo per essersi opposte al racket e alla sopraffazione mafiosa. Gente onesta come Lucio Ferrami, Mario Dodaro, Silvio Sesti, Sergio Cosmai, il bambino Pasqualino Perri, Fazio Cirollo, Antonino Maiorana, Giannino Losardo.

Delitti impuniti e martiri innocenti, dimenticati nei campi arati dall’indifferenza di chi pensava fosse meglio non impicciarsi in affari altrui. Generazioni culturalmente omertose che hanno in parte consegnato ai posteri una Calabria con poche speranze e, forse, con un triste epitaffio già scolpito nel suo destino. Forse. Perché dal sacrificio degli eroi dimenticati sta germogliando una nuova era fatta di libertà e giustizia, di rabbia e voglia di riscatto. Un fermento in continua espansione alimentato da uomini e donne liberi che hanno detto basta alla sindrome della paura. E oggi si dedicano anima e corpo alla missione di rieducare una terra stuprata dalla storia e un popolo soffocato dai mafiosi.

Non sono i professionisti dell’Antimafia. Non sfilano sulle passarelle né cercano telecamere, ma vanno nelle scuole a diffondere il verbo della Legalità. A urlare a viso aperto ai giovani liceali che la ‘ndrangheta fa schifo. Al Liceo Classico “Telesio” di Cosenza diretto da Rosa Barbieri, ieri è stata una giornata emotivamente intensa. Da una parte una sala gremita di studenti, dall’altra persone che contro la “Bestia” sono in prima linea.

Dal sostituto alla Dda di Catanzaro, Vincenzo Luberto a Sabrina Garofalo, del coordinamento cosentino di Libera; dal caposervizio di Gazzetta del Sud, Arcangelo Badolati al presidente del Circolo della Stampa “Sessa”, Gregorio Corigliano, il quale ha spronato i giovani a reagire sottolineando come il cammino nell’educazione legalitaria sia ancora lungo se è vero che a Palermo, secondo il Tagliacarne, solo l’8% dei commercianti dice di pagare il pizzo e soltanto 1.8% è vittima di usura. C’è qualcosa che non quadra mettendo il dato a confronto con quello di Sos Racket, che porta al 50% la percentuale delle estorsioni.

Mafia fantasma? «Le vittime che oggi ricordiamo – ha detto agli studenti Badolati – sono state uccise negli anni in cui ministri e sottosegretari dicevano che la ‘ndrangheta a Cosenza non esisteva». Badolati nel ricordare gli eventi delittuosi ha detto che «il nostro Libero Grassi ce l’abbiamo a casa nostra. Si chiama Lucio Ferrami, il primo a ribellarsi al racket ma nessuno se ne è mai accorto».

Seduti in prima fila commosse Franca Ferrami e Maria Avolio, sorella e moglie dell’imprenditore massacrato dalle ‘ndrine. «Siamo qui – afferma invece Garofalo – per interrogarci sulla nostra missione che è quella di fondare la democrazia su valori di libertà e giustizia».

Appassionato l’intervento del pm antimafia Luberto: «Reagite con sdegno alla sopraffazione – ha detto fra l’altro ai giovani -. Indignatevi e non abbiate paura poiché la vostra paura alimenta il potere economico e criminale della ‘ndrangheta. Rispettate le regole del vivere civile e qualche speranza di riscatto dalla stagione dell’indifferenza può esserci».

Dino Granata


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