Denis Bergamini fu ucciso e gettato sotto il camion

Carlomagno Fiat City Car elettrtica Maggio 2021
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Denis Bergamini
Denis Bergamini, a destra il cadavere del calciatore dopo l’investimento del camion

Denis Bergamini sarebbe stato ucciso “soffocato” con un sacchetto di plastica e poi gettato sotto un camion la sera del 19 novembre del 1989, a Roseto Capo Spulico. E’ quanto emerge dalla nuova perizia medico-legale disposta dal gip del tribunale di Castrovillari dopo l’esame autoptico effettuato in seguito alla riesumazione della salma del calciatore del Cosenza Calcio, a luglio.

Prende dunque corpo l’ipotesi di omicidio avanzata dalla procura di Castrovillari guidata da Eugenio Facciolla che in primavera ha riaperto l’inchiesta sulla misteriosa morte del centrocampista del Cosenza Calcio, per due volte archiviata come suicidio.

Secondo quanto emerso, la nuova autopsia non combacia con l’ipotesi originaria del suicidio e rafforza l’esito della consulenza del Ris di Messina che sarebbe appunto “incompatibile con l’ipotizzato decesso causato dall’impatto con l’autocarro in movimento”. Bergamini, sarebbe morto per asfissia, quindi prima soffocato con una busta di plastica e poi gettato sotto il camion, simulando così un gesto volontario del campione.

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In un’altra perizia, il professore Avato scrisse che sul cadavere del calciatore non si evidenziavano segni di trascinamento sull’asfalto, come invece sarebbero dovuti esser presenti nell’ipotesi di un persona che si getta sotto un mezzo in corsa.

Nell’inchiesta della procura di Castrovillari sono indagati Isabella Internò, ex fidanzata del calciatore e l’autista del camion che lo investì, Raffaele Pisano. La Internò, che si è sempre dichiarata estranea a queste accuse, quel giorno era da sola con il calciatore, unica testimone di quello che ritiene essere stato un gesto volontario dell’ex fidanzato.

Una tesi quella che avrebbe portato Bergamini a togliersi la vita alla quale da subito non avevano creduto i familiari, le persone a lui più vicine né i tifosi rossoblu. E sono stati loro, in particolare la sorella Donata a lottare contro quel verdetto e a fare riaprire le indagini.

Il procuratore della Repubblica di Castrovillari Eugenio Facciolla, rintracciato telefonicamente dall’Ansa, non ha inteso, al momento, rilasciare commenti. Presto, comunque, potrebbero aggiungersi nuovi elementi ad un caso sul quale da troppo tempo si attende di fare piena luce.

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