Le mani della gang sulle case popolari di Corigliano, tre in carcere

Tre soggetti avevano il controllo sugli alloggi. Costringevano ad andare via i legittimi assegnatari per dare le case a parenti e sodali. Contestata l'aggravante mafiosa

Carlomagno campagna Fiat Tipo Maggio 2019
Controllavano l’occupazione delle case popolari, arresti a corigliano
Alcuni degli arrestati

Avevano il controllo pressoché totale delle case popolari di Corigliano, decidendo chi doveva abitarci e far smammare i legittimi assegnatari avvicinati, intimiditi e minacciati con atteggiamenti tipici mafiosi al fine di costringere a lasciare gli alloggi per far spazio a parenti e sodali di una gang smantellata stamane dai Carabinieri della Compagnia di Corigliano Calabro.

In tre sono finiti in carcere per ordine del gip distrettuale di Catanzaro che ha accolto la richiesta formulata dalla locale Procura Antimafia guidata da Nicola Gratteri: si tratta di tre coriglianesi: Giacomo Pagnotta, 44enne, pregiudicato anche per reati associativi; Francesco Sabino, 28enne coriglianese  e Marco Giuseppe Vitelli, 24enne coriglianese, entrambi con precedenti penali. I reati contestati sono quelli di concorso in estorsione aggravata eseguita con il metodo mafioso, danneggiamento ed occupazione aggravati.

Le indagini, condotte dai militari scaturiscono da diverse segnalazioni provenienti dai legittimi assegnatari di abitazioni di edilizia residenziale pubblica (comunemente conosciute come case popolari), in cui si affermava che diversi immobili erano stati arbitrariamente occupati da persone là sistemate dagli odierni arrestati.

Più in dettaglio, il quadro delineato si fonda sulle attività investigative svolte dai Carabinieri che hanno permesso di appurare come in almeno un caso, presso un alloggio popolare dello scalo di Corigliano, gli indagati – secondo l’accusa –  compivano ripetute azioni, attuate con modalità mafiose, finalizzate a costringere i legittimi titolari ed a provocare in loro la rinuncia ad un diritto patrimoniale, con il conseguente danno materiale e morale. Tali azioni erano finalizzate non solo a preservare l’impunità degli indagati, ma anche e soprattutto a far conservare all’illegittimo possessore l’utilizzo dell’appartamento occupato, attraverso l’intimidazione del legale titolare.

Gli arrestati utilizzavano veri e propri metodi d’intimidazione mafiosa, motivo per cui il Giudice per le indagini preliminari ha ritenuto sussistente l’aggravante del metodo mafioso: alle vittime indicavano la parentela dell’illegittimo possessore dell’alloggio popolare, da loro sistemato, con un soggetto già condannato per reati associativi, ingenerando negli stessi un inevitabile timore, cui si aggiungevano affermazioni minacciose e danneggiamenti compiuti per entrare nei locali o nelle loro pertinenze.

Inoltre, spiega la Dda, il profilo criminale dei tre soggetti veniva appurato non solo dai loro precedenti penali, reati contro il patrimonio e la persona e nei confronti di Pagnotta anche reati associativi, che certificavano la loro persistenza di una specifica capacità a delinquere rivolta al detrimento del patrimonio e della libertà altrui, ma anche dal loro inserimento nel contesto criminale locale, tanto da potersi permettere di spendere il nome di un soggetto già condannato in via definitiva per il reato di associazione mafiosa ed ingenerare uno stato d’intimidazione nei confronti delle vittime.

Contestualmente sono state eseguite diverse perquisizioni domiciliari, anche con l’ausilio delle unità cinofile dello Squadrone Carabinieri Cacciatori di Calabria e controlli mirati nelle case popolari dello scalo coriglianese per acclarare altre illegittime occupazioni.

L’ indagine dei carabinieri culminata con i tre arresti di oggi è stata coordinata dal procuratore aggiunto presso la Dda catanzarese Vincenzo Luberto e dal sostituto. procuratore Alessandro Riello.