‘Ndrangheta, colpo ai clan Serraino e Libri: 12 arresti

Operazione "Pedigree" della Polizia contro le potenti consorterie reggine. L'ascesa e il ruolo apicale di Maurizio Cortese nel gestire gli "affari" anche dal carcere

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polizia roma

È in corso dalle prime ore di questa mattina una vasta operazione della Polizia di Stato, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, finalizzata all’esecuzione di 12 ordinanze di custodia cautelare (11 in carcere e uno agli arresti domiciliari) emesse nei confronti di elementi di vertice, luogotenenti e affiliati alle potenti cosche della ‘ndrangheta Serraino e Libri operanti nella città dello Stretto, ritenuti tutti responsabili di associazione mafiosa e, a vario titolo, di estorsione, intestazione fittizia di beni, danneggiamento, porto e detenzione illegale di armi da fuoco, corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, illecita concorrenza con violenza o minaccia, incendio, aggravati dal metodo e dell’agevolazione mafiosa.

La Squadra Mobile di Reggio Calabria, insieme agli agenti anti crimine della Calabria, hanno eseguito anche numerose perquisizioni e il sequestro di alcuni esercizi commerciali.

Nell’operazione, in codice “Pedigree”, sono impiegati circa 100 agenti della Polizia di Stato. Le indagini sono state svolte dalla Squadra Mobile sotto le direttive dei pm della Dda di Reggio Calabria guidata da Giovanni Bombardieri, Stefano Musolino, Walter Ignazitto, Paola D’ambrosio e Diego Capece Minutolo.

Fra gli arrestati figurano Maurizio Cortese, boss di San Sperato; il suocero Paolo Pitasi, già principale collaboratore di Francesco Serraino, noto come il “boss della montagna”, assassinato durante la seconda guerra di ‘Ndrangheta; Domenico Sconti genero del predetto Francesco Serraino; Sebastiano Morabito elemento di vertice della cosca Libri nella frazione Gallina. Arrestata anche Stefania Pitasi, moglie di Maurizio Cortese e figlia di Paolo Pitasi.

Le indagini sono state condotte con il ricorso alle intercettazioni grazie alle quali è stato possibile individuare le dinamiche criminali, segnatamente quelle di carattere estorsivo, che hanno determinato il graduale rafforzamento della cosca Serraino e in particolare dell’articolazione di San Sperato diretta da Maurizio Cortese. Determinanti anche le dichiarazioni di alcuni collaboratori di Giustizia.

L’inchiesta
Le indagini – spiegano gli inquirenti – hanno portato alla luce le dinamiche criminali delle consorterie della ‘Ndrangheta operanti, attraverso le loro articolazioni territoriali, nel quartiere di San Sperato e nella frazione Gallina, nonché nel comune di Cardeto e a Gambarie d’Aspromonte, principalmente nel settore delle estorsioni in danno di imprenditori e commercianti anche attraverso l’imposizione di beni e servizi, nonché nell’impiego dei proventi delle attività delittuose in esercizi commerciali attivi nel campo della ristorazione [bar] e della vendita di frutta, intestandoli a sodali o a compiacenti prestanomi allo scopo di eludere il sequestro con l’applicazione delle disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali.

L’ascesa di Maurizio Cortese
L’inchiesta della Dda di Reggio Calabria ha consentito di accertare come il vertice della cosca Serraino sia attualmente rappresentato da Maurizio Cortese, genero di Paolo Pitasi, già uomo di fiducia di Francesco Serraino, il “boss della montagna”, assassinato durante la seconda guerra di ‘Ndrangheta.

Nel corso degli anni, Maurizio Cortese – catturato da latitante nel 2017 dalla Squadra Mobile e dai Carabinieri – ha acquisito una sempre maggiore importanza nell’ambito dei gruppi mafiosi, riuscendo a scalare le gerarchie della cosca Serraino, con specifica competenza territoriale nel quartiere di San Sperato.

Oggi quella diretta da Maurizio Cortese è una consorteria strutturata della ‘ndrangheta unitaria, che trova la sua forza anche nei legami coltivati con esponenti carismatici di altre potenti cosche di Reggio Calabria, che ne hanno determinato il graduale potenziamento e l’ascesa al vertice.

Strettissimo il legame con i capi storici della cosca Labate [intesi i”Ti Mangiu”] egemone nei quartieri cittadini di Gebbione e Sbarre. Fattivo e proficuo il rapporto con la cosca Libri di Cannavò, ogni qual volta si è posta l’esigenza di risolvere problematiche comuni e dirimere controversie afferenti alla rispettiva competenza territoriale.

Stabili le relazioni con la potente cosca De Stefano-Tegano e in particolare con Luigi [Gino] Molinetti, storico esponente del clan di Archi – recentemente arrestato nell’ambito dell’operazione Malefix – sia per la fornitura di acqua minerale, sia per ottenere l’autorizzazione preventiva ad aprire un bar in una zona non sottoposta al controllo della cosca Serraino, bensì sotto il dominio della cosca De Stefano-Tegano, nel rispetto delle regole della `Ndrangheta, sia infine per ricevere aiuto nell’accaparramento di clienti e nelle attività di reperimento di macchinari aziendali necessari per l’apertura di un esercizio commerciale.

I telefoni in carcere e il linguaggio criptico per gestire gli affari
Maurizio Cortese è riuscito a gestire dal carcere gli affari illeciti della cosca attraverso i colloqui con la moglie Stefania Pitasi e le comunicazioni epistolari con altri affiliati, nonché con l’utilizzo di apparecchi telefonici cellulari introdotti abusivamente all’interno della struttura carceraria. Pur essendo detenuto, Cortese ha continuato a svolgere le sue funzioni di capo cosca, impartendo direttive dal carcere per eseguire estorsioni, per ordinare danneggiamenti di esercizi commerciali, per imporre la fornitura di beni e per pianificare intestazioni fittizie di attività commerciali.

Dall’indagine sono emersi diversi elementi che dimostrano come il capo cosca avesse a disposizione in carcere un telefono cellulare – rinvenuto il 9 aprile 2019 dalla Polizia Penitenziaria – con il quale riusciva a comunicare riservatamente con l’esterno e ad impartire disposizioni alla moglie la quale si prestava a fare da postina e ad altri sodali, con l’uso di un linguaggio criptico ma attinente alle dinamiche e alle attività delittuose della cosca di cui continuava a tenere le redini nonostante lo stato di restrizione.

Il core business delle estorsioni e l’assistenza ai detenuti
Dalle indagini è stato svelato un dinamismo sempre più accentuato nel sistematico ricorso ad attività estorsive nei confronti di imprenditori e commercianti che operano nei territori in cui essa esercita l’egemonia mafiosa. Vittime di estorsioni imprenditori e commercianti. Dalle indagini è emerso che con l’intimidazione mafiosa Cortese ha costretto un rivenditore ad acquistare pane – che in gran parte sarebbe rimasto invenduto e non reso al fornitore – presso l’esercizio abusivo della moglie Stefania Pitasi che utilizzava un forno a legna fatto in casa; ha posto in essere pressioni estorsive, avvalendosi di Antonino Filocamo, nei confronti del titolare di un bar di San Sperato, al fine di ottenere il pagamento di una mazzetta di 2.500 euro e di fronte alle difficoltà palesate dall’esercente, ha ordinato a Sebastiano Massara di danneggiare l’esercizio commerciale.

Il verificarsi dell’evento delittuoso è stato scongiurato dall’intervento della Squadra Mobile che, sotto le direttive della Dda, ha perquisito l’abitazione del soggetto incaricato di eseguire l’azione delittuosa.

Una ditta impegnata nella ristrutturazione di un immobile è stata costretta da Cortese Maurizio, dalla moglie e dal suocero, a corrispondere una percentuale di 1.000 euro sull’importo dei lavori. Diversi creditori di Salvatore Paolo De Lorenzo, ritenuto affiliato alla cosca, sono stati costretti da Maurizio Cortese a rinunciare ai crediti, tra cui uno di 105.000 euro vantato a titolo di corrispettivo per alcuni lavori di edilizia dallo stesso commissionati.

Maurizio Cortese, ha intimato alle persone offese di non avanzare richieste di pagamento, avvertendole del suo personale interesse alla rimessione dei debiti del correo. Dalle generali attività di indagine è emerso che i proventi estorsivi erano destinati al finanziamento degli affiliati e a supportare economicamente i detenuti e i loro familiari.

Il danneggiamento di esercizi commerciali di alcuni affiliati a vantaggio di altri
Dalle indagini sono stati acquisiti elementi che dimostrano come, nell’ottica della massimizzazione dei profitti estorsivi, Maurizio Cortese non abbia esitato ad ordinare la distruzione del bar di un affiliato (Domenico Morabito) al fine di avvantaggiarne un altro [Antonino Filocamo], operante nella stessa zona di Viale Calabria, dal quale avrebbe ottenuto maggiori prebende. È emerso che Domenico Morabito, gestore di fatto del bar “Mary Kate” sul Viale Calabria, pagava Cortese per essere stato autorizzato ad aprire l’esercizio commerciale nella zona notoriamente controllata dai Labate.

Tuttavia il capo cosca, ritenendosi non soddisfatto dalle prestazioni di Morabito – che, peraltro, avrebbe riferito di aver aperto l’esercizio commerciale senza il placet di alcuno – ha preferito ampliare i suoi guadagni accettando offerte più cospicue da Antonino Filocamo, titolare del “Royal Cafè”, ubicato nelle vicinanze del “Mary Kate” che Cortese ha deciso quindi di far chiudere con due gravi danneggiamenti eseguiti mediante incendio con il concorso di Filocamo.

E così, nella serata del 12 aprile 2019, il bar “Mary Kate” subiva un grave danneggiamento causato da un incendio doloso. Filocamo e Cortese avevano concordato che se Morabito avesse riaperto il bar, essi avrebbero posto in essere ulteriori danneggiamenti.

Il 13 maggio 2019, Morabito avviava i lavori di ristrutturazione dell’esercizio commerciale. Ed esattamente 5 giorni dopo l’inizio dei lavori, i1 “Mary Kate” subiva un nuovo danneggiamento mediante incendio. Ulteriori intese intercorse tra i predetti consentivano a Morabito di riaprire il bar.

I nomi degli arrestati
Misura in carcere per Maurizio Cortese, di 40 anni, già detenuto per altra causa; Domenico Sconti (63), genero di Francesco, alias don Ciccio Serraino, “boss della montagna”; Domenico Morabito (45); Salvatore Paolo De Lorenzo  (49); Antonino Filocamo (32); Antonino Barbaro (34); Sebastiano Massara (34); Stefania Maria Pitasi (37), moglie di Maurizio Cortese; Carmelo Leonardo (57); Bruno Nucera (52); Sebastiano Morabito (54). Ai domiciliari Paolo Pitasi,  68enne, suocero di Maurizio Cortese e padre di Stefania Maria Pitasi.

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