‘Ndrangheta: omicidio Cartisano nel 1988, condannato a 30 anni Enzo Zappia

Il cold case della seconda guerra di mafia a Reggio. L'arresto risale a gennaio 2020 a distanza di 32 anni dal fatto. L'autore è stato incastrato dal Dna sulle tracce di sangue lasciate a terra dopo il suo ferimento. Nel conflitto a fuoco coi carabinieri rimase ucciso il complice

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Dopo 32 anni è stato condannato il presunto responsabile dell’omicidio di Giuseppe Cartisano, avvenuto a Reggio Calabria il 22 aprile del 1988. A Vincenzino Zappia, detto “Enzo”, di 52 anni, braccio destro del boss Giuseppe De Stefano e storicamente indicato dai pentiti come uno dei principali killer della seconda guerra di mafia che insanguinò Reggio Calabria tra il 1985 ed il 1991, sono stati comminati 30 anni di reclusione.

La sentenza, a conclusione del processo con rito abbreviato, è stata emessa dal gup Giovanna Sergi che ha accolto la richiesta avanzata dal pubblico ministero Walter Ignazitto. Zappia è stato difeso dagli avvocati Giancarlo Murolo e Gianfranco Giunta.

L’omicidio di Cartisano, avvenuto nella centralissima piazza De Nava, rappresentò la risposta all’agguato in cui fu ucciso il boss destefaniano Carmelo Cannizzaro. Durante la fuga, ci fu un conflitto a fuoco tra i carabinieri e i due sicari uno dei quali, Luciano Pellicanò, fu ucciso, mentre Zappia rimase ferito.

Gli accertamenti tecnici sulle tracce ematiche trovate a terra non consentirono all’epoca di risalire al killer. Dopo 32 anni, però, quella macchia di sangue, conservata negli archivi giudiziari, si è rivelata fondamentale per chiudere il cerchio sulle responsabilità nell’omicidio di Cartisano.

La dinamica dell’omicidio – I due killer entrarono in azione la sera del 22 aprile 1988 all’interno del bar gelateria Malavenda, nella centralissima piazza De Nava a Reggio, laddove affrontarono apertamente Cartisano, colpendolo a morte con numerosi colpi di arma da fuoco.

Durante la loro fuga, però, furono intercettati ed inseguiti da una pattuglia dei Carabinieri, al cui indirizzo esplosero diversi colpi di arma da fuoco allo scopo di guadagnare la fuga.
Nel corso del conflitto a fuoco che ne seguì, rimase ucciso uno dei due sicari, Luciano Pellicanò; l’altro (identificato nell’indagato Zappia) sebbene gravemente ferito, riuscì a dileguarsi, approfittando dell’aiuto fornitogli da ignoti complici.

Sulla scena del crimine, i militari rinvennero e repertarono – lungo la via di fuga dei killer – consistenti tracce ematiche. Si trattava del sangue che uno degli assassini aveva copiosamente perduto, dopo essere stato colpito alla gamba nel corso del conflitto a fuoco. Tracce ematiche conservate perfettamente nei laboratori dell’Arma.

La carriera criminale di Zappia, è ben delineata nell’inchiesta giudiziaria “Il Padrino”, per la quale era stato arrestato nel 2014 insieme ad altri numerosi esponenti delle cosche De Stefano – Tegano, tra loro federate, ad esito della quale veniva condannato alla pena di anni 17 di reclusione per associazione mafiosa.

Ma già in passato altre indagini ne avevano ben tratteggiato il suo profilo delinquenziale. Era stato coinvolto, in particolare, nella ben nota inchiesta “Olimpia”, in conseguenza della quale aveva riportato un condanna ad anni 6 di reclusione per lo stesso tipo di reato.

Più recente (2017), invece, è la sua condanna ad oltre 13 anni di reclusione – indagine “Il Principe” – in quanto riconosciuto colpevole, insieme tra gli altri a Giovanni Maria De Stefano, di “[…] un’associazione di tipo mafioso operante in Reggio Calabria e sull’intero territorio nazionale”.

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