‘Ndrangheta, 4 arresti e cinque misure a Reggio Calabria

Carlomagno Panda Ibrid Luglio 2021
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I Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria, coadiuvati dalla locale Guardia di Finanza, a conclusione di indagini coordinate dalla Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia, diretta dal Procuratore Giovanni Bombardieri, nell’ambito dell’operazione denominata “Mercato Libero”, hanno eseguito 9 misure cautelari con l’accusa a vario titolo di associazione mafiosa, tentata estorsione in concorso e trasferimento fraudolento di valori.

In carcere sono finiti Emilio Angelo Frascati, di 51 anni, ritenuto responsabile di associazione mafiosa e Gaetano Tomaselli, 43enne, ritenuto responsabile di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso.
Agli arresti domiciliari Demetrio Frascati, 47enne e Paolo Frascati, di 40 anni, entrambi ritenuti responsabili di trasferimento fraudolento di valori.

Inoltre, tutti soci della cooperativa Effe Motors sono stati destinatari di misura cautelare interdittiva del divieto di esercitare imprese e uffici direttivi di persone giuridiche e imprese, per la durata di mesi 6, in ordine al reato di trasferimento fraudolento di valori.
Antonia Temi, 51 anni, Saverio Musarella, (61), Caterina Nicolò, (47), Elvira Caterina Cocchiarale, (51), e Emilio Angelo Romeo, (56).

È stato altresì disposto il sequestro preventivo delle quote e dell’intero compendio aziendale della società cooperativa Effe Motors, concessionaria autorizzata per i marchi Honda e Mazda con sede in Reggio Calabria.

É stato disposto, inoltre, su proposta della Guardia di Finanza di Reggio Calabria il sequestro preventivo finalizzato alla confisca c.d. allargata, di un immobile a sei piani fuori terra ed un piano interrato sino in località Fondo Schiavone del comune di Reggio Calabria, oltre all’autovettura intestata alla moglie di uno degli indagati.

L’attività, diretta dal Sostituto Procuratore Dda Sara Amerio, ha consentito ai Carabinieri del Nucleo investigativo cittadino di sviluppare le iniziali indagini relative ad un tentativo di estorsione perpetrata il 2 agosto 2017 in danno della impresa “Paeco srl”, azienda lucana impegnata nella realizzazione dell’opera pubblica per la riqualificazione del quartiere Ravagnese, collegamento viario sulle golene del torrente Sant’Agata, tra la Superstrada Jonica e la zona sud di Reggio Calabria. Tale appalto è stato aggiudicato dalla società Paeco srl in data 23.11.2015 per un importo complessivo di oltre 3,2 milioni di euro più iva.

In seguito alla predetta richiesta estorsiva è stata avviata l’attività d’indagine che ha consentito, soprattutto attraverso l’individuazione fotografica di uno degli operai presenti durante l’azione estorsiva, di pervenire all’identificazione di uno dei presunti responsabili in Gaetano Tomaselli, ritenuto organico alla cosca di ‘ndrangheta dei Libri, come già emerso nell’ambito dell’inchiesta “Teorema – Roccaforte”, che aveva già disvelato il modus operandi di alcune pregresse richieste estorsive poste in essere dallo stesso Tomaselli in danno di commercianti locali.

Al fine di individuare ulteriori correi all’azione estorsiva, nel mese di agosto 2017, è stato avviato un monitoraggio investigativo nei confronti degli operai presenti in cantiere, riponendo particolare attenzione sul responsabile di cantiere, il quale aveva denunciato la notitia criminis alle forze dell’ordine solo tre giorni dopo la richiesta estorsiva, giustificando tale ritardo con la necessità per il direttore tecnico e procuratore speciale della Paeco srl di confrontarsi con il proprio legale di fiducia. Tuttavia, le risultanze investigative consentivano di appurare come il reale motivo dell’indugio andasse ricercato nel tentativo da parte dei rappresentanti dell’impresa Paeco srl di interessare esponenti, o comunque, soggetti vicini alla criminalità organizzata reggina, per far fronte alla richiesta estorsiva mediante “aggiustamenti interni”, tipici degli ambienti mafiosi.

Nello specifico, le emergenze investigative hanno evidenziato come i gestori dell’impresa Paeco srl, attraverso il responsabile di cantiere, abbiano investito della questione Emilio Angelo Frascati, individuandolo quale referente di zona della ‘ndrangheta cui affidarsi per intercedere con i vertici della cosca Libri per risolvere la questione estorsiva.

Seguendo tale direttrice, le investigazioni si sono concentrate sulla figura di Emilio Angelo Frascati, al fine di delineare la sua partecipazione all’articolazione di ndrangheta dei Libri, prendendo in esame sia le risultanze tecniche circa il suo intervento, nella veste di intermediario, nella suddetta vicenda estorsiva, sia analizzando il contributo dichiarativo proveniente da molteplici collaboratori di giustizia.

Il suddetto Emilio Angelo Frascati è figlio di Antonino Frascati, condannato in via definitiva per il reato di associazione di tipo mafioso, quale partecipe della cosca Libri, consorteria che detiene l’egemonia criminale dove c’era il cantiere della Paeco srl.

Nel corso delle indagini finalizzate a delineare le dinamiche sottese alla citata richiesta estorsiva, è stata avviata un’attività di video osservazione sulle opere di cantiere svolte dalla Paeco srl.

Tali attività hanno consentito di svelare plurime violazioni di natura ambientale poste in essere dai vertici della società Paeco nell’interesse ed a vantaggio della medesima, con la collusione dell’Ufficio della Direzione dei Lavori. Nello specifico, si appurava che, nel corso delle operazioni di movimento terra, scavo e demolizione, la società aveva gestito abusivamente un ingente quantitativo di rifiuti speciali pericolosi e non, già presenti sull’area di cantiere, tra cui anche materiale contenente amianto frantumato. Il prodotto ricavato, invece di essere selezionato e/o smaltito secondo quanto previsto dalle norme ambientali, è stato in realtà miscelato con terra e rocce da scavo e poi riutilizzato per riempire avvallamenti e terrapieni.

Gli indagati, pur di ampliare i propri profitti, piuttosto che procedere all’immediata sospensione dei lavori, segnalando quanto accertato agli organi competenti, continuavano, con la complicità dei suddetti responsabili comunali, nell’attività di movimento terra, sbancamento e riempimento su quasi tutta l’area di cantiere, perfettamente consapevoli del grave danno che avrebbero arrecato all’ambiente ed incuranti dei siti di amianto ivi presenti.

Il cantiere in argomento è stato successivamente posto in sequestro dal Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri di Reggio Calabria che, a seguito di un accesso al sito, ha riscontrato la presenza in loco di rifiuti pericolosi, tra i quali – appunto – l’amianto frantumato. Gli accertamenti compiuti sul cantiere in occasione del sequestro hanno inoltre consentito di evidenziare numerose violazioni in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro, che sono state contestate all’impresa aggiudicatrice.

Tale gestione illecita di rifiuti ha trovato peraltro riscontro nelle attività di sondaggio compiute dal consulente tecnico incaricato dall’Autorità Giudiziaria, a compiere studi approfonditi sull’area di cantiere circa la presenza dei rifiuti pericolosi e non pericolosi.

Gli esiti della consulenza hanno evidenziato come l’area interessata dalla realizzazione delle golene del Torrente Sant’Agata costituisse una vera e propria discarica. Tale dato tuttavia era noto sin dalla progettazione dell’opera, posto che la condizione e lo stato in cui versava l’intera area del torrente erano già noti dal novembre 2007, allorquando il sito in questione era stato inserito nel piano delle bonifiche della Regione Calabria. Ad oggi, la suddetta area non è stata ancora bonificata.

Nello stesso solco di indagine confluiscono inoltre gli esiti di indagine svolti sul conto di Demetrio e Paolo Frascati, fratelli del suddetto Emilio Angelo, in ordine al reato di trasferimento fraudolento di valori, volto a mascherare la titolarità di un noto concessionario di autovetture da tempo attivo in Reggio Calabria, che in realtà è a loro perfettamente riconducibile.

Nello specifico, è stato ricostruito come i fratelli Frascati, da sempre attivi nel commercio degli autoveicoli, a seguito dei provvedimenti giudiziari che hanno portato nel tempo al sequestro ed alla successiva confisca dei beni da loro acquisiti illecitamente, tra cui la concessionaria di autovetture Frauto srl, abbiano messo in atto una manovra elusiva finalizzata a mascherare i loro capitali aziendali nel timore di subire ulteriori provvedimenti in tema di misure di prevenzione patrimoniale.

Dalle indagini è emerso come la Società Cooperativa Effe Motors (concessionario di autovetture) sia stata fittiziamente intestata ai soci della stessa, già dipendenti della Frauto Srl, quest’ultima riconducibile a Demetrio e Caterina Frascati, in quanto sottoposta in sequestro in data 25.02.1997, agli esiti del procedimento “Olimpia”, e poi sottoposta in confisca irrevocabile.

Il meccanismo fraudolento attuato dagli indagati è stato volto a garantire ai fratelli Frascati la continuità nella gestione della Frauto S.r.l., in seguito al sequestro e successiva confisca di cui sopra. Per tale scopo, gli ex dipendenti della Frauto S.r.l., con il contributo agevolatore di Elvira Cocchiarale ed Emilio Angelo Romeo, cugini e collaboratori fidati dei fratelli Frascati, hanno costituito la cooperativa Effe Motors, tramite la quale chiedevano ed ottenevano dall’Agenzia del Demanio la concessione a titolo gratuito del patrimonio aziendale della Frauto S.r.l., avvalendosi della normativa allora in vigore, volta a tutelare i livelli occupazionali delle aziende soggette a confisca.

Sono state esaminate le fasi che hanno portato alla nascita, sequestro e confisca della Frauto S.r.l., ed alla conseguente formazione della società cooperativa Effe Motors che oggi gestisce il patrimonio in ragione di una concessione a titolo gratuito da parte del Demanio dello Stato.
Dal compendio delle risultanze investigative è emerso una continuità tra la Frauto e la Effe Motors, con una perfetta sovrapposizione di ruoli e competenze che i Frascati hanno mantenuto invariati nel tempo, anche e soprattutto grazie alla fattiva collaborazione dei loro storici dipendenti che “formalmente” amministravano, per giunta gratuitamente, il patrimonio che lo Stato ha dapprima sequestrato e successivamente confiscato ai Frascati, poiché riconosciuto ufficialmente quale provento di attività delittuosa.
É emerso, in sostanza, dall’attività di indagine come l’attività di rivendita auto venisse gestita interamente da Paolo e Demetrio Frascati, laddove i soci, anche quelli inseriti formalmente ai vertici dell’organigramma dell’ente (quali presidente e consiglieri di amministrazione) erano ai predetti subordinati, eseguendo le direttive da questi ultimi impartite ed a loro tenuti a rendere conto per tutto ciò che concerne il rapporto lavorativo alle dipendenti della società.

Il quadro indiziario sottoposto alla valutazione del Gip è costituito da copioso materiale intercettivo ed attività di osservazione che hanno fatto ritenere la gestione diretta della società cooperativa Effe Motors da parte dei fratelli Demetrio e Paolo Frascati, consentendo di ricostruire in dettaglio il reato di trasferimento fraudolento di valori realizzato, appunto, dai Frascati attraverso la creazione della Effe Motors.

Sono stati, inoltre, espletati accertamenti finalizzati alla ricostruzione dell’iter procedurale che ha portato all’affitto a titolo gratuito dei beni della ex Frauto alla cooperativa Effe Motors. Dalla disamina della documentazione acquisita è stato possibile rilevare che nell’iter amministrativo vi sono state, in più occasioni, lacune procedurali, evidentemente dovute a superficialità dei funzionari/dirigenti che nel tempo si sono succeduti, oltre che evidenti difetti di comunicazione tra le varie amministrazioni interessate.

Le investigazioni si sono incentrare anche sugli accertamenti di natura patrimoniale, svolti dalla Compagnia di Reggio Calabria della Guardia di Finanza, a carico dei Frascati, i cui esiti hanno evidenziato significativi elementi sperequativi che hanno contraddistinto le condotte “anomale” di Elvira Cocchiarale e del cugino Demetrio Frascati, le cui entrate lecite e note all’erario confrontate con il costo della vita media annuale, hanno fatto emergere incompatibilità rispetto ai loro beni posseduti ed ai risparmi accumulati.

L’attività nel suo complesso ha consentito di porre sotto sequestro beni per un valore complessivo di circa 10 milioni di euro.

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