Concorsi truccati, coinvolto anche Augusto Fantozzi, ex ministro di Prodi

Carlomagno Panda Settembre 2018
Augusto Fantozzi
Augusto Fantozzi

C’è anche l’ex ministro dei governi Dini e Prodi, Augusto Fantozzi, tra le persone coinvolte nella maxi operazione della procura di Firenze culminata stamane con l’arresto, da parte dei finanzieri, di 7 docenti universitari per reati corruttivi nell’ambito di un’inchiesta su concorsi truccati.

Le misure sono scattate a seguito di un’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari, disposta dal gip su richiesta dei pm fiorentini Luca Turco e Paolo Barlucchi. Altri 22 sono stati invece colpiti dalla misura dell’interdizione dalle funzioni di professore universitario e da quelle connesse ad ogni altro incarico accademico per la durata di 12 mesi. Nell’inchiesta, denominata “Chiamata alle Armi” sono complessivamente indagate 59 persone. Tutto è nato da un ricercatore escluso da un concorso al fine di favorire un altro con un curriculum “inferiore” a quello di Jezzi Philip Laroma, il quale protestò con la commissione e nei colloqui avuti registrò tutto.

Augusto Fantozzi rischia l’interdizione dalla professione di docente, in merito alla quale il gip di è riservato di decidere dopo l’interrogatorio. “Il professor Augusto Fantozzi è completamente e indubitabilmente estraneo ai fatti in contestazione”, afferma l’avvocato Antonio D’Avirro, difensore di Fantozzi. “In primo luogo – argomenta il legale – perché era già andato in pensione all’epoca degli avvenimenti oggetto di indagine. La sua integrità è altresì testimoniata da una limpida e unanimemente apprezzata carriera accademica. Il professore – prosegue l’avvocato – sarà lieto di fornire tutti i chiarimenti necessari nell’incontro con i magistrati, che auspica possa avvenire il prima possibile”.

Ai domiciliari sono finiti Fabrizio Amatucci, docente alla Federico II di Napoli, Giuseppe Maria Cipolla (Università di Cassino), Adriano di Pietro (Università di Bologna), Alessandro Giovannini (Università di Siena), Valerio Ficari (Università di Roma 2), Giuseppe Zizzo (Università Carlo Cattaneo di Castellanza, Varese), Guglielmo Fransoni (Università di Foggia).

Secondo quanto spiegato, le indagini sono partite dal presunto tentativo da parte di alcuni professori universitari di indurre un ricercatore, candidato al concorso per l’abilitazione scientifica nazionale all’insegnamento nel settore del diritto tributario, a ritirare la propria domanda, allo scopo di favorire un altro ricercatore, in possesso di un curriculum notevolmente inferiore, promettendogli in cambio l’abilitazione nella tornata successiva.

Le indagini, spiega la GdF in una nota, hanno consentito di accertare “sistematici accordi corruttivi tra numerosi professori di diritto tributario”, – alcuni dei quali pubblici ufficiali poiché componenti di diverse commissioni nazionali nominate dal Miur -, finalizzati a rilasciare abilitazioni “secondo logiche di spartizione territoriale e di reciproci scambi di favori”, per soddisfare “interessi personali, professionali o associativi”.

Questa mattina i finanzieri hanno eseguito oltre 150 perquisizioni domiciliari in uffici pubblici, abitazioni private e studi professionali. Per 7 docenti che figurano tra gli indagati il gip Antonio Pezzuti si è riservato la valutazione circa la misura interdittiva dalla professione all’esito dell’interrogatorio.

Secondo quanto risulta da una delle intercettazioni, venivano scelti con una “chiamata alle armi” (il nome dato all’operazione) tra i componenti della commissione giudicante, e non in base a criteri di merito, i vincitori del concorso nazionale per l’abilitazione scientifica all’insegnamento nel settore del diritto tributario.

In una intercettazione uno dei docenti, componente della commissione giudicante, affermerebbe di voler favorire il suo candidato, contrapposto a quello di un collega, esercitando la sua influenza con una vera e propria “chiamata alle armi” rivolta agli altri commissari a lui più vicini.

Il ricercatore escluso registrò tutto: “Se fai ricorso ti giochi la carriera”

“Non è che si dice – è bravo o non è bravo – no, si fa così “…questo è mio, questo è tuo, questo è tuo, questo è coso, questo deve andà avanti per cui…”: così, in una registrazione col telefono cellulare fatta dal ricercatore che ha denunciato la spartizione di cattedre universitarie, parla il tributarista professore Pasquale Russo, a cui Jezzi Philip Laroma chiedeva spiegazioni della sua esclusione. Al colloquio, risalente al 14 gennaio 2014 e durato un’ora e 19 minuti, era presente un associato allo studio di Russo, Guglielmo Fransoni, commissario e anche lui indagato e messo agli arresti domiciliari.

In un altra conversazione registrata si parla di merito: “Non siamo sul piano del merito, non siamo sul piano del merito, Philip”, “Smetti di fare l’inglese e fai l’italiano”, “tu non puoi non accettare”, e “che fai? fai ricorso? … però ti giochi la carriera così…”: queste alcune frasi registrate col telefono cellulare in un colloquio da Jezzi Philip Laroma, il candidato all’abilitazione alla docenza di diritto tributario cui era stato chiesto di ritirarsi da un concorso e che invece non rinunciò.

Laroma, che allegò le conversazioni da lui registrate alla denuncia alla Guardia di finanza, si sentì rispondere in questo modo dal professor Pasquale Russo, luminare tributarista, già ordinario all’ateneo di Firenze, anche lui indagato nella stessa inchiesta. Laroma era andato a chiedere spiegazioni a Russo sul perché si dovesse ritirare e a favore di chi, scoprendo che nella lista c’era un associato dello studio di Russo, Francesco Padovani.

“C’è una priorità che veniva da… tante cose”, spiegò Russo a Laroma e quindi “la scuola”, ossia la cerchia di allievi di Russo, aveva “deciso di portare avanti Francesco”. Alle insistenze di Laroma di non voler ritirare la domanda, il professor Russo gli spiega che ciò serve “per mantenerti integra la possibilità di farlo in un secondo momento, e quindi poter ripresentarla alla tornata successiva”. Laroma invece segnalò al professore che “se loro (le commissioni giudicatrici, ndr) gestiscono la cosa pubblica in questa maniera.. penso che sia una cosa che interessi l’autorità giudiziaria”. E anche così il ricercatore si determinò a fare denuncia alle Fiamme Gialle che ha dato origine alla maxi inchiesta.