La Mafia “democratica” eleggeva gli uomini d’onore, 27 arresti

Carlomagno campagna novembre 2018

Giuseppe Greco intercettazioni contro clan di Santa Maria di Gesù

Era un’organizzazione mafiosa moderna e vigorosa quella di Santa Maria di Gesù, il clan palermitano sgominato stamane dal Ros, che arrivava persino ad eleggere, in modo che si può definire “democratico”, reggenti, capi, sottocapi e gregari con un sistema che prevedeva anche la campagna elettorale. Al termine, c’era lo spoglio e chi aveva ottenuto più consensi si accaparrava ruoli da “uomini d’onore”. Una formula inedita che aveva molte similitudini con le vere elezioni politiche e il modus di campagna elettorale dei partiti.

Ci sono anche questi particolari nell’inchiesta della Dda di Palermo con cui stamane i Carabinieri del Ros e i colleghi del Comando provinciale palermitani hanno sgominato la cellula mafiosa di Santa Maria di Gesù, eseguendo 27 misure cautelari tra carcere e arresti domiciliari emesse dal gip su richiesta della Procura distrettuale antimafia di Palermo. Il gruppo è accusato di aver commesso per il clan estorsioni, traffici di droga, rissa, furto, trasferimento fraudolento di valori ed esercizio abusivo di attività di gioco o di scommessa.

Nella circostanza è stato sottoposto a sequestro preventivo un bar, con inclusa attività di esercizio delle scommesse, ubicato in Palermo e del valore di 200.000 euro.

Le indagini sul Mandamento di Santa Maria di Gesù

L’operazione, denominata Falco, scaturisce da un’ulteriore fase di una articolata manovra investigativa avviata nel 2011 dal Ros sul mandamento mafioso di Santa Maria di Gesù – Villagrazia e che, sviluppata progressivamente con le indagini Torre dei Diavoli, Brasca e Bingo Family, ha consentito di documentarne la perdurante operatività e di individuarne i vertici e gli appartenenti.

In particolare con l’attività investigativa Torre dei Diavoli, conclusa l’11 dicembre 2015 con l’esecuzione di un provvedimento di fermo emesso dalla Dda di Palermo nei confronti di 6 indagati, cui seguiva una ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico di 10 indagati, è stato accertato il coinvolgimento di alcuni degli odierni indagati (Natale Giuseppe Gambino, Salvatore Profeta, Antonino Profeta, Francesco Pedalino, Gabriele Pedalino e Lorenzo Scarantino) nell’agguato mortale consumato il 3 ottobre 2015 ai danni di Salvatore Sciacchitano, con contestuale ferimento di Antonino Arizzi. Nonché il ruolo di reggente assunto da Giuseppe Greco all’interno della famiglia mafiosa di Santa Maria di Gesù.

Con l’indagine Brasca, conclusa il 16 marzo 2016 con l’emissione di un provvedimento cautelare nei confronti di 62 indagati, è stato disvelato l’organigramma mandamentale con al vertice l’allora in vita Mario Marchese, alias Mariano, mentre con l’attività investigativa Bingo Family, conclusa l’1 luglio 2016 con l’ordinanza di misura cautelare nei confronti di 3 indagati sono state accertate le condotte estorsive aggravate dal metodo mafioso ai danni dei responsabili di una importante sala Bingo del capoluogo, perpetrate dall’odierno indagato Cosimo Vernengo classe ‘64, dal fratello Giorgio Vernengo e da Paola Durante.

L’indagine Falco

Le attività tecniche svolte nell’ambito dell’indagine Falco hanno consentito di individuare con precisione ruoli, gerarchie, dialettiche e controversie della famiglia mafiosa di Santa Maria di Gesù, nonché di documentare diversi reati fine commessi dagli indagati.
La complessiva analisi delle acquisizioni ha permesso di evidenziare che gli associati hanno curato la riorganizzazione dell’articolazione mafiosa e le relative elezioni dei vertici; profuso ogni sforzo al fine di ottenere un ferreo e penetrante controllo del territorio; fatto ricorso sistematico alla violenza quale strumento per la realizzazione degli obiettivi dell’associazione; operato al fine di ottenere un completo assoggettamento alla pratica estorsiva delle varie entità economico-commerciali del territorio; provveduto a svolgere attività di sostegno e mutua assistenza ai sodali, compresi i detenuti, attraverso la distribuzione dei proventi delittuosi.

Il processo di riorganizzazione e il “sistema elettorale mafioso”

L’odierna indagine ha consentito di riscontrare l’intero processo di riorganizzazione della famiglia di Santa Maria di Gesù che vede tra gli affiliati Giuseppe Greco (già condannato per associazione mafiosa, tratto in arresto dal Ros con l’indagine Torre dei Diavoli quale reggente della citata famiglia), Gaetano Messina (consigliere della famiglia), Natale Giuseppe Gambino (sottocapo), Salvatore Profeta (di fatto consigliere del reggente), Antonino Profeta, Giuseppe Contorno, Francesco Pedalino (capo decina), Cosimo Vernengo classe 64, Cosimo Vernengo classe ‘66, Salvatore Lo Iacono, Salvatore Gregoli e Girolamo Mondino.

In particolare è stata documentata un’attività tipica di Cosa nostra, in passato descritta soltanto dai primi collaboratori di Giustizia, ovvero l’elezione dei rappresentanti mediante un sistema elettivo a cui hanno aderito tutti gli uomini d’onore della famiglia.

Attraverso lo stretto monitoraggio degli affiliati, a settembre del 2015 sono state documentate le fasi precedenti, concomitanti e successive ad una importante riunione svoltasi il 10 settembre 2015 presso un ristorante palermitano durante la quale sono state formalizzate le cariche interne della famiglia di Santa Maria di Gesù.

Alla presenza di almeno 12 uomini d’onore, Giuseppe Greco veniva confermato reggente mentre Natale Giuseppe Gambino e Gaetano Messina divenivano rispettivamente sottocapo e consigliere.

Ottenevano invece la carica di capodecina sia Francesco Pedalino che Mario Taormina. Antonino Profeta, pur in assenza di un incarico formale, veniva presentato come rappresentante di Giuseppe Greco mentre Salvatore Profeta sceglieva di non concorrere per alcun ruolo sia per l’età avanzata che per non sottrarre posti ai citati sodali.

Le acquisizioni in ordine alla documentazione delle fasi delle elezioni del reggente (definito “il principale”) rappresentano un dato assolutamente inedito nel panorama investigativo, poiché la vigenza di tale pratica era emersa soltanto nei riferimenti dei primi collaboratori di Giustizia degli anni ’80 (Tommaso Buscetta, Vincenzo Marsala, Salvatore Contorno e Francesco Marino Mannoia).

Le procedure di elezione, ad imitazione delle vere competizioni politiche, sarebbero tuttora basate su una preliminare attività di propaganda a favore dei candidati, anche se in realtà non vi sarebbe stato nella circostanza un vero e proprio antagonista alla figura di Giuseppe Greco che, in funzione della carica di reggente già assunta, avrebbe ottenuto da subito il consenso degli affiliati più autorevoli, tra i quali lo stesso Salvatore Profeta il quale si è offerto di appoggiare Giuseppe Greco probabilmente per la sua parentela con il collaboratore Vincenzo Scarantino, certamente ingombrante, e per via dell’età avanzata.

Dopo l’attività di propaganda è stata disvelata la vera e propria elezione. In sintesi essa è avvenuta attraverso il voto di tutti gli affiliati che esprimerebbero la preferenza a scrutinio palese (“ad alzata di mano… per vedere l’amico”) anche se nel passato si ricorreva ad urne consegnate ai capodecina per la raccolta tra i soldati.

La procedura elettiva avverrebbe oggi solo per le cariche di capofamiglia/reggente e consigliere, mentre le nomine per i ruoli di sottocapo e capodecina sarebbero riservate allo stesso principale in precedenza eletto.

Se la base dell’organizzazione esprimerebbe i vertici, il capofamiglia/reggente designerebbe a suo insindacabile giudizio i propri collaboratori. Secondo tale principio si inquadra l’assegnazione a Antonino Profeta di un incarico fiduciario al di fuori delle funzioni tradizionali ed alle dirette dipendenze del vertice che l’avrebbe autorizzato ad eludere le rigide regole della gerarchia mafiosa e l’obbligo di informazione dei quadri immediatamente superiori.

Il quadro investigativo si è arricchito di interessanti riferimenti al periodo precedente la 2a guerra di mafia allorquando le elezioni costituivano un mero fatto formale, essendo la carica di capofamiglia (e capomandamento) di pertinenza esclusiva dello storico esponente Stefano Bontate inteso il principe di Villagrazia o il Falco, poi ucciso il 23 aprile ‘81.

Il ricordo della assoluta autorità di Bontate, benché vittima del tradimento dei suoi stessi collaboratori schieratisi con i corleonesi, si è rivelata circostanza ancora presente a distanza di molti anni tra gli attuali indagati che hanno stigmatizzato come “il generale non ne ha vinto mai guerra senza soldati”, esaltando la forza della famiglia come entità (tutti siamo utili e nessuno è… indispensabile!) in grado di imporsi all’interno ed all’esterno (l’unica legge che conosci tu… è quella del più forte!).

Il riordino dell’organizzazione era divenuto necessario dopo l’eliminazione violenta nel settembre 2011 di Giuseppe Calascibetta, a seguito di contrasti nella cattiva gestione della cassa comune, con la contestuale carica protempore assunta da parte di Giuseppe Greco.

Le fasi di fibrillazione registrate in quel frangente avevano determinato la necessità di una formalizzazione dello status quo, al fine di legittimare i rapporti di forza interni alla famiglia.

In tale ottica era imprescindibile l’esigenza di palesare la capacità di estrinsecazione della forza da parte del gruppo di vertice, al fine sia di congelare la posizione di supremazia annichilendo eventuali oppositori sia di riaffermare il controllo sul territorio di influenza, punendo anche iniziative di soggetti legati alla medesima compagine mafiosa senza che fossero preventivamente autorizzate.

In merito sono stati documentati violenti atti intimidatori, sfociati in risse e financo in un omicidio. In tal senso è stato accertato il pieno coinvolgimento dell’articolazione mafiosa nell’agguato mortale consumato ai danni di Salvatore Sciacchitano, ucciso il 03.10.2015 in quanto reo di aver partecipato, solo poche ore prima ed in compagnia di Francesco Urso (figlio e nipote degli uomini d’onore Giuseppe Urso inteso Franco e Cosimo Vernengo classe ‘64, entrambi oggi tratti in arresto), al ferimento di Luigi Cona, soggetto legato al medesimo sodalizio pur non essendone organico.

Il controllo del territorio e il riconoscimento esterno dell’associazione

La famiglia mafiosa di Santa Maria di Gesù è stata in grado di esercitare a pieno il controllo del territorio, perpetrando con pervicacia la pratica dell’estorsione, senza che nessuna delle vittime abbia denunciato le imposizioni subite.
Del pari, il riconoscimento esterno dell’associazione è stato espresso anche da imprenditori che, in linea con la ricostruzione giurisprudenziale della figura dell’ “imprenditore colluso”, hanno fatto ricorso agli indagati al fine di ottenere la commissione di lavori presso terzi.
Ai minori livelli della famiglia, anche se talvolta accompagnati da soggetti di maggior peso criminale, era inoltre delegato anche l’esercizio della violenza necessario per esercitare il controllo sul territorio e, in tal senso, è stato documentato un pestaggio ai danni di un soggetto non identificato a cui partecipavano Giuseppe Tinnirello, Lorenzo Scarantino e Antonino Profeta, raggiunti poi da Francesco Pedalino.

Il ferreo rispetto delle regole di cosa nostra

Le intercettazioni, eseguite in luoghi considerati assolutamente sicuri dagli indagati, hanno inoltre consentito di avere cognizione del ferreo ed ortodosso rispetto delle regole di cosa nostra.

Salvatore Profeta e Giuseppe Natale Gambino si sono profusi in vere e proprie lezioni di mafia da impartire ai più giovani affiliati, con riferimento a regole di comportamento e di interrelazione gerarchica.

Proprio in occasione di un rimprovero mosso da Giuseppe Greco a Gambino, relativamente ad una estorsione affidatagli, le propalazioni utilizzate dal rimproverato per discolparsi hanno rappresentato il primo caso in cui indagati intercettati hanno esplicitato l’esistenza in termini di cosa nostra, peraltro invocandola come entità d’appartenenza di supremo e incondizionato rispetto e in ossequio alla quale l’affiliato mai avrebbe disatteso gli ordini ricevuti (“Quando parliamo di cosa nostra… parliamo di cosa nostra! Quando dobbiamo babbiare …babbiamo!”).

Il sostegno di detenuti e familiari e la gestione della cassa comune del sodalizio

La rigidità del dettame mafioso è estesa, nelle risultanze investigative, all’operoso sostentamento dei detenuti e dei familiari, in ossequio ad un dovere imprescindibile, a cui poter assolvere attraverso gli introiti provenienti dalle estorsioni.

Sono state in tal senso puntualmente documentate le dazioni di denaro in favore della coniuge di Carlo Greco, fratello di Giuseppe, storico capo mandamento attualmente detenuto all’ergastolo.

Le intercettazioni, infine, rivelavano l’esistenza di una cassa comune gestita per conto dell’intera famiglia; in merito è stato possibile documentarne il passaggio da Giuseppe Natale Gambino a Francesco Pedalino in seguito alla determinazione delle cariche e dei ruoli e, dopo l’arresto di Pedalino, a Pietro Cocco il quale provvedeva a registrare entrate e uscite e a custodire il denaro occultandolo.