5 Febbraio 2023

Arresto Messina Denaro, Andrea Bonafede esiste realmente. I pm lo hanno interrogato

Il "prestanome" non avrebbe risposto alle domande degli inquirenti. Nel documento falsificata solo la foto. Il boss siciliano aveva anche la sua tessera sanitaria con cui faceva le terapie per la sua malattia. Gli inquirenti cercano di ricostruire la fitta rete di fiancheggiatori che in questi trent'anni di latitanza hanno dato supporto e aiuto al boss trapanese. E spuntano colletti bianchi e massoneria

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Andrea Bonafede, nome utilizzato dal boss Matteo Messina Denaro, non è un nome di fantasia ma esiste realmente. Il suo documento è stato falsificato dal latitante che ha apposto sopra una sua foto, non è dato sapere se con la presunta complicità del signor Bonafede. Con quel documento Denaro ha potuto girare in lungo e in largo per la Sicilia senza timore che venisse riconosciuto. Aveva anche la tessera sanitaria intestata a Bonafede che, insieme alla carta di identità, il capomafia utilizzava per presentarsi in ospedali e cliniche per farsi le terapie e ricevere le cure adeguate per il suo cancro al colon.

Bonafede, classe 1963, è stato interrogato ma secondo quanto trapela non avrebbe risposto agli investigatori che stanno cercando di ricostruire la rete di coperture di Messina Denaro.

Il documento trovato in possesso del boss riporta le generalità di Andrea Bonafede, geometra, 59 anni, di Campobello di Mazara, la differenza sta nella foto che è di Messina Denaro.

Gli inquirenti, si diceva, cercano di ricostruire la fitta rete di fiancheggiatori che in questi trent’anni di latitanza hanno dato supporto e aiuto al boss trapanese.

In conferenza stampa ieri il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia ha affermato che il livello di coperture ha raggiunto sfere di alto rango della società, quindi non solo picciotti e gregari mafiosi: “Certamente è stato aiutato da una parte della borghesia” siciliana, ossia colletti bianchi insospettabili che gravitano nel mondo politico, istituzionale, imprenditoriale e tra professionisti, senza escludere la Massoneria – molto radicata nel trapanese -, e appartenenti infedeli alle forze dell’ordine.

A Campobello di Mazara, centro in provincia di Trapani, a otto km di distanza da Castelvetrano, paese di origine di Messina Denaro, gli investigatori credono vi siano il covo o i covi utilizzati dal super boss catturato ieri a Palermo. E in questi luoghi che i magistrati sperano di trovare documenti scottanti e di grande interesse investigativo che potrebbero far tremare quella certa “borghesia” citata dal procuratore.


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