Shoah, la Polonia si difende: “Accuse italiane ingenerose, noi vittime”

Carlomagno campagna ottobre 2018
premier polacco Mateusz Morawiecki
Il premier polacco Mateusz Morawiecki

Pubblichiamo un lungo intervento dell’Ambasciata di Polonia a Roma dopo le recenti polemiche sull’istituzione della Giornata della Memoria polacca in cui un emendamento approvato dal Senato prevede sanzioni e pene fino a tre anni di reclusione per chi sostiene la corresponsabilità della nazione o popolo polacco nella Shoah.

A seguito del varo della norma da parte del Sejm, proteste si sono sollevate dagli Usa e da Israele, che vede nella norma presunte “forme di negazionismo”. La stampa italiana ha dedicato articoli definiti fuorvianti e non corrispondenti alla verità dei fatti.

Lo spirito della legge è quello di combattere la falsificazione della verità sull’Olocausto, compreso lo sminuire la responsabilità dei veri colpevoli di questi crimini, quindi preservare il buon nome e la reputazione della nazione polacca che del nazismo prima, e poi del comunismo, fu vittima e non corresponsabile del loro disegno criminale.

Questo l’intervento

Leggiamo con sconcerto i titoli e la gran parte dei commenti della stampa italiana sulla legge riguardante l’Istituto di Memoria Nazionale approvata dal parlamento polacco.

Sconcertati, perché ci appare chiaro che le intenzioni con cui è nato il progetto della nuova legge e alcune delle sue disposizioni non sono state correttamente interpretate.

I titoli troneggianti sulle pagine dei giornali e nei notiziari radiotelevisivi sono ingiusti e per noi dolorosi. Siamo un popolo che ha enormemente sofferto durante la Seconda guerra mondiale.

Ogni famiglia ha perso almeno uno dei propri cari. Non molti ricordano che il Generalplan Ost prevedeva che milioni di “subumani”, tra cui i polacchi, sarebbero stati sterminati o resi schiavi della razza ariana. La Polonia se ne ricorda sempre. Come si può quindi accusarci di negazionismo? E’ sulla nostra terra che si trovano le tracce dei crimini compiuti dai nazisti.

E’ la Polonia che preserva con grande sforzo l’area museale dell’ex campo di sterminio Auschwitz-Birkenau, divenuto patrimonio mondiale Unesco, luogo di visite e di viaggi della memoria dei giovani di tutto il mondo. Il museo nacque nel 1947 per preservare “fino alla fine dei tempi”, come diceva la legge che lo istituiva, la memoria dei crimini nazisti di cui vittime furono prima di tutto gli ebrei di tutta Europa, ma anche polacchi, rom, sinti, prigionieri di guerra e minoranze che il progetto criminale ha condannato all’annientamento.

E’ grazie alla Polonia che Auschwitz, trasformato in museo statale, non scomparve dalla faccia della terra come molti altri luoghi che erano stati costruiti sui terreni occupati dai nazisti.

E’ la Polonia che si è assunta per quarant’anni la responsabilità del mantenimento dell’ex campo nazista. Solo nel 1990 è nato il Consiglio Internazionale del Museo, il cui posto prese nel 2000 il Consiglio Internazionale di Auschwitz. E’ la Polonia che ha chiesto che l’ex campo di sterminio venisse iscritto sulla lista del patrimonio mondiale UNESCO.

Dato il deperimento galoppante dell’ex lager, dovuto a ovvie ragioni climatiche, è la Polonia che si è adoperata e ha fatto appello alla comunità internazionale richiedendo aiuto nel far fronte al dovere di cercare di mantenere intatto il luogo del genocidio affinché la memoria venga trasmessa alle generazioni future. E’ su iniziativa della Polonia che è stato creato un “fondo perpetuo” a cui ha contribuito la comunità internazionale e che permetterà di conservare in maniera adeguata l’area museale.

Ricordiamo anche che dal 2007 la denominazione ufficiale del campo di Auschwitz-Birkenau sulla lista del patrimonio mondiale di UNESCO è: “Auschwitz Birkenau. Campo nazista tedesco di concentramento e sterminio (1940-1945)”. La nuova denominazione è stata presentata all’assemblea della UNESCO insieme da Polonia e Israele ed è stata accettata, senza alcuna voce contraria, da oltre 150 paesi.

La Polonia cerca di mantiene viva la memoria non solo prendendosi cura degli ex luoghi di sterminio, ma anche attraverso nuovi progetti che ricordano la millenaria storia comune che unisce le comunità polacca e ebrea. Ne è esempio uno dei più importanti investimenti culturali degli ultimi anni è stata la creazione a Varsavia dello splendido Museo della Storia degli Ebrei polacchi POLIN, nel quale i rapporti tra le due comunità che per secoli hanno convissuto sulla stessa terra sono ben descritti.

E’ importante ricordare che durante la Seconda guerra mondiale, dopo l’attacco del Terzo Reich, quando la Polonia si trovò sotto l’occupazione tedesca, nessuno, mai, agendo a nome della Polonia e del popolo polacco ha collaborato con i nazisti.

Anche se ci furono casi di singoli individui che collaboravano con i tedeschi, non si può accusare lo stato polacco di essere corresponsabile dell’Olocausto. Anche se di rado, ma omicidi con la partecipazione della popolazione polacca hanno avuto luogo. Questi crimini richiedono la più alta condanna, e le colpe devono essere addossate ai colpevoli indipendentemente dalla loro nazionalità.

Ascolta l’intervento del premier polacco Mateusz Morawiecki (in inglese)

In dicembre 1942 il governo clandestino polacco ha istituito un’apposita organizzazione per portare aiuto agli ebrei: il Consiglio di Aiuto agli Ebrei, operante con il criptonimo “Żegota”. Era l’unica organizzazione di questo tipo in Europa. Lo Stato clandestino polacco puniva con la pena di morte coloro che denunciavano gli ebrei ai tedeschi. La posizione del Direttivo della Lotta Civile del 18 marzo 1943 diceva che “ciascun polacco che collabora con il loro operato omicida, ricattando o denunziando gli ebrei, che sfrutti la loro terribile condizione o partecipi in atti di furto a loro danno, commette un pesante crimine violando le leggi della Repubblica di Polonia e sarà immediatamente punito”.

Non per caso oltre il 25% dei Giusti tra le Nazioni del Mondo sono polacchi. E’ il gruppo più numeroso, che continua a crescere, e questo nonostante in Polonia vigesse la pena di morte per l’aiuto prestato agli ebrei, cosa che non esisteva in nessun altro paese dell’Europa occidentale.

In questo contesto, indipendentemente dall’attuale discussione intorno alla nuova legge, accusare la Polonia di negare la Shoah o addirittura della totalità dei crimini nazisti, non può che essere letto come espressione di ignoranza o di cattiva volontà.

Lo Stato e la popolazione polacca non sono antisemiti. Hanno una lunga storia di secolare convivenza con gli ebrei sulla stessa terra.

Non sono negazionisti. Una volta ancora: le colpe di singoli individui che hanno commesso atti vergognosi che, peraltro, non vengono negati, non possono essere attribuiti a una nazione intera che con gli ebrei ha condiviso le sofferenze dei crimini nazisti”.

L’Ambasciata della Repubblica di Polonia a Roma

La nuova legge 

La nuova legge sull’Institute of National Remembrance è stata concepita con il fine principale di combattere la negazione e la falsificazione della verità sull’Olocausto, ivi compreso lo sminuire la responsabilità dei veri colpevoli di questi crimini. In questo contesto attribuire allo Stato e al popolo polacco, pubblicamente e contrariamente ai fatti, la corresponsabilità per i crimini nazisti compiuti dal Terzo Reich è improprio, induce in errore e lede le vittime-cittadini della Polonia, sia di origine ebraica che polacca. Uno dei casi più lampanti è l’utilizzo dell’espressione “campi polacchi” – di morte, di concentramento, lager e via dicendo. Gli interventi delle rappresentanze diplomatiche sono in quei casi necessari, ma non bastano a risolvere il problema che puntualmente si ripresenta perfino amplificato. Lo stesso ministero degli esteri polacco nel 2017 è dovuto intervenire ben 258 volte, mentre nel 2008 i casi sono stati 103. Non contiamo gli interventi dei cittadini polacchi e degli amici della Polonia all’estero che agiscono tramite i social media o scrivendo direttamente alle redazioni di giornali, radio e televisioni.

La pena prevista dalla legge riguarderà situazioni ben precise e definite e ha per scopo di prevenire l’intenzionale e consapevole denigrazione della Polonia. La valutazione dei casi spetterà ai tribunali.

La nuova legge è diretta contro coloro che pubblicamente e contrariamente ai fatti, offendono la nazione o lo Stato polacco oppure in maniera lampante sminuiscono la reale responsabilità dei colpevoli. La legge non è diretta contro nessun altro paese, compreso Israele. Non limiterà la libertà di ricerca scientifica né la pubblicazione dei risultati di questi studi, non limiterà il dibattito storico, la libertà di parola o di espressione artistica: l’esclusione di queste attività è espressamente indicata nella legge (art. 55°, par. 3). La legge non impedisce in alcun modo la discussione pubblica riguardante l’Olocausto.

Non sarà altresì soggetto a pena l’indicazione di concreti, vergognosi casi di crimini commessi da persone concrete, indipendentemente dalla loro nazionalità. La legge si propone di difendere la verità storica e il buon nome della nazione dello stato polacco. Nella maniera più assoluta non protegge i criminali, indipendentemente dalla loro nazionalità. La legge non limiterà le discussioni pubbliche su i casi di pogrom contro gli ebrei, verificati in tutta l’Europa occupata, inclusa la Polonia. A questi crimini hanno partecipato anche i polacchi. Sono stati eventi scioccanti e vergognosi. Abbiamo il dovere morale di onorare la memoria degli ebrei uccisi durante questo tipo di avvenimenti. La legge non limita in alcun modo la possibilità di condurre ricerche scientifiche e storiche su tali eventi.

Il progetto di legge era disponibile al pubblico da oltre un anno e mezzo, è stato apertamente e ampiamente discusso. Il comitato permanente del consiglio dei ministri ha approvato il progetto il 3 giugno 2016, la prima lettura ha invece avuto luogo il 6 ottobre 2016. In molti altri ordinamenti giuridici esistono regolazioni simili che proibiscono di diffondere menzogne sull’Olocausto. Riteniamo che a questa categoria appartiene anche la definizione “campi di morte polacchi” o l’attribuzione alla Polonia della responsabilità per l’Olocausto.

Le norme della legge sull’Istituto sono basate sulla direttiva della decisione quadro del Consiglio UE 2008/913.