18 Maggio 2022

Tangenti Grandi Opere, il ministro Lupi: "Mi dimetto"

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Maurizio Lupi a Porta a Porta annuncia le dimissioni
Maurizio Lupi a Porta a Porta annuncia le dimissioni

Il ministro alle Infrastrutture, Maurizio Lupi si dimette sabato dopo l’informativa in Parlamento. La decisone è arrivata giovedi dopo un incontro a palazzo Chigi tra il premier Matteo Renzi, il ministro dell’Interno e leader di Ncd Angelino Alfano e lo stesso ministro.  “Per me la politica – spiega da Vespa, a Porta a Porta – non è un mestiere ma passione. E’ poter servire il proprio Stato. Non ho perso né l’onore né la passione”.

A convincerlo a fare un passo indietro, (Lupi sostiene di no) sarebbe stato il presidente del Consiglio d’intesa con Alfano dopo il faccia a faccia di oggi, ma soprattutto dopo le pressioni giunte da largo del Nazareno sia da minoranza dem che da ambienti vicini al premier, tra cui Delrio, Guerini, Orfini e altri che avevano espresso forti perplessità dopo che Lupi si era per così dire, “autoblindato”.

Lupi, seppure non indagato, è ampiamente citato in molte pagine dell’ordinanza della procura di Firenze sulla presunta cupola tangentista dei grandi appalti; “organizzazione criminale corruttiva”, ha scritto il gip, con a capo Ercole Incalza, il super manager che ha gestito il settore grandi opere tra la prima e seconda repubblica e passato indenne da 12 processi penali per presunti illeciti sulle grandi opere.

Matteo Renzi, sullo sfondo Maurizio Lupi (Ansa)
Matteo Renzi, sullo sfondo Maurizio Lupi (Ansa)

Il ministro delle infrastrutture è stato spinto a lasciare dopo le intercettazioni da cui sono emersi intrecci imbarazzanti tra i quattro finiti in manette, lui e il figlio Luca. Un ruolo “eticamente discutibile”, rimproverano ambienti Pd, che ha “messo in seria difficoltà” il partito e la maggioranza di governo.

Con le dimissioni di Lupi, il premier Matteo Renzi ha risparmiato la “gogna” della mozione di sfiducia presentata in parlamento dal Movimento 5 Stelle e da Sinistra ecologia e Libertà e che doveva discutersi martedi prossimo.

IL RESTROSCENA

Un provvedimento, quello delle opposizioni, che avrebbe certamente minato la già fragile unità interna, ovvero favorito l’assalto alla diligenza da parte della minoranza capeggiata da Bersani, Cuperlo e Civati che dopo le prime intercettazioni sul ministro avevano eretto barricate. Le persone più vicine al premier hanno pressato per un epilogo del genere, con un passaggio obbligato, però, con Angelino Alfano che, secondo quanto si apprende, avrebbe non solo espresso il suo disappunto (ricordando i casi di Poletti e dei sottosegretari Pd inquisiti) ma anche inteso “trattare” la successione di Lupi.

Il ministro dell’Interno, che per gli stessi motivi aveva già perso per strada Nunzia De Girolamo (ministro con il governo Letta, “dimessa” dopo l’inchiesta degli appalti all’Asp di Benevento) e il senatore Antonio Gentile (sottosegretario di Lupi per due giorni “dimesso” dopo il caso Oragate), ha fatto intendere di non accettare ulteriori “lasciti”. Perché, come dirà Lupi a Porta a Porta, non si può “indebolire” il governo facendolo diventare un “monocolore Pd“. Con ogni probabilità il ministero attenzionato dai pm andrà ad interim a Renzi e sotto il diretto controllo dei renziani.

Al Nuovo centrodestra, potrebbe tornare una postazione di governo (Gaetano Quagliariello?) in un altro dicastero, tenuto conto, nel prossimo imminente rimpasto anche della vacatio agli Affari regionali della “dimissionata” ministra Lanzetta. Per dire, è il ragionamento dei centristi, che “possiamo pure cambiare l’ordine degli addendi, purché il risultato non cambi” in termini di equilibri politici e soprattutto di poltrone. 

Pare che oggi, durante il faccia a faccia tra i tre, siano volate anche parole “sanguigne” a questo proposito. Il premier pare comunque orientato a erodere il “terreno” sotto i piedi di Alfano che, maligna più di qualcuno nel Pd, “ha tre importanti ministeri con una forza modesta che a livello nazionale esprime il 2 percento o poco più”. Per il dimissionario Maurizio Lupi potrebbe aprirsi la strada di capogruppo alla Camera di Ap.

Il ministro definisce le dimissioni “la decisione migliore” anche perché “ho fatto insieme a Renzi una legge che si chiama Sblocca Italia” non “è possibile continuare il proprio mestiere”, in presenza di ombre e sospetti.

“Credo che forse un mio gesto – che non vuol dire ritirarmi alla politica, perché non c’è bisogno di una poltrona per fare politica – questa mia decisione rafforzerà l’azione del governo”, ha spiegato il ministro Maurizio Lupi a “Porta a porta”. “Renzi mi ha detto: “io non ti ho mai chiesto né chiederò le tue dimissioni perché non posso chiederle, dico che è una tua decisione”. Lo ripeto: né il segretario del Pd, né il presidente del Consiglio mi hanno chiesto le dimissioni”.

Dopo questa vicenda, ha spiegato il ministro, “devo ringraziare anche il mio partito. Tutto il mio partito mi ha detto che non devo dimettermi perché non c’è ragione”.  Ncd, a cominciare dal ministro dell’Interno a finire a Schifani e Sacconi aveva fatto quadrato attorno al cofondatore.

Nell’annunciare le dimissioni di sabato dopo che riferirà in Parlamento, Lupi “avverte” quanti in questi giorni hanno messo sulla graticola il figlio sia per le “regalie” che per la “sistemazione lavorativa”: Spiega Lupi “Porta a porta”: “Attaccate me ma lasciate stare mio figlio. Mio figlio è stato mandato dal politecnico di Milano a fare sei mesi di tesi e di stage a tremila dollari al mese e per sei mesi lavora presso uno studio di San Francisco”.

Dalle intercettazioni, secondo i pm, emerge l’opposto, ma l’esponente politico insiste sulla sua versione di non essersi mai rivolto al super manager: “Ma perché dovrei chiedere a Incalza di fare pressioni su Perotti per raccomandare mio figlio se avrei potuto chiamarlo direttamente?”.

“La cosa migliore – aggiunge – è che io mi assuma tutte le mie responsabilità, ma salvaguardi la mia famiglia. Credo che sia interesse di Matteo Renzi non indebolire la coalizione, non dare l’impressione e la ragione politica di indebolire questo governo che non è un monocolore del Pd. Con Matteo Renzi ci siamo dati appuntamento per domani quando rientrerà dal Consiglio Europeo per discutere con me ed Angelino Alfano per discutere come non fermare l’azione del governo”.


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