Ignazio Marino torna in sella e beffa Renzi. Pd non ha numeri per mandarlo via

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Ignazio Marino e Matteo Renzi
Ignazio Marino e Matteo Renzi

Come ampiamente paventato, il sindaco di Roma Ignazio Marino ha ritirato le dimissioni presentate il 12 ottobre scorso. Si torna al punto di partenza, con il sindaco che invoca “un confronto in aula”, ma intanto “beffa” Renzi, Orfini e tutto il Pd che non hanno da soli i numeri per mandarlo a casa: con dimissioni in blocco o mozione di sfiducia. L’opposizione dal canto suo gongola e non intenderebbe andare in soccorso al duo Renzi-Orfini.

La mossa di Marino di ritirare l’addio è consentita dal comma 3 dell’articolo 53 del Testo unico degli enti locali (D.lgs. n. 267/2000) che testualmente recita: “Le dimissioni presentate dal sindaco o dal presidente della provincia diventano efficaci ed irrevocabili trascorso il termine di 20 giorni dalla loro presentazione al consiglio. In tal caso si procede allo scioglimento del rispettivo consiglio, con contestuale nomina di un commissario”.

Il termine utile era il 2 novembre. Adesso si aprono scenari imprevedibili che saranno di inasprimento certo delle tensioni già esistenti tra Marino e i renziani già da settimane nel panico. Sono stati infatti questi ultimi a costringerlo a lasciare causa “il malgoverno della città”. Lui, il sindaco, dopo un tira e molla politico alla fine ha ceduto, ma ha ricordato a tutti che aveva i famosi 20 giorni per ripensarci qualora non giungessero dal Nazareno “segnali politici”.

Ignazio Marino nella lettera scritta ai romani aveva chiesto una “verifica politica” che evidentemente non è arrivata dal Pd romano e nazionale. “Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”, dice un vecchio adagio.

Nel pomeriggio, nella sede del Pd, Matteo Orfini ha incontrato i consiglieri dem da cui è emerso che i consiglieri del Pd si sono detti pronti a dimettersi in massa nel caso in cui Ignazio Marino avesse ritirato le sue dimissioni.

Intanto, al ritiro delle dimissioni di Marino si registrano i definitivi abbandoni dell’assessore ai trasporti Stefano Esposito, del vicesindaco di Roma Marco Causi e di Marco Rossi Doria, assessore alla Scuola. “Le mie dimissioni sono già partite – spiega Esposito – e non credo che sarò il solo”.

Con Marino tornato in sella, il Partito democratico cerca di fargli evaporare la poltrona con le dimissioni dei 19 consiglieri dem. Ma per arrivare allo scioglimento serve il 50 percento del consiglio, ossia 25 consiglieri che si dimettono in blocco. Non è però scontato che tutti i 19 del Pd siano d’accordo. Rimangono i 5 eletti della lista civica per Marino che sarebbero per il no, i consiglieri di Sel (4, no) e di Centro democratico (1, da vedere). Con una inedita alleanza tra Pd e M5S si arriverebbe a quota 23. Mettendoci ipoteticamente il consigliere di Centro democratico si arriverebbe a 24.

L’opposizione dal canto suo gongola e non sembra disposta a sacrificare la legislatura per fare un favore né al Pd né a Orfini men che meno a Renzi. Forza Italia, Fdi, Marchini e gli altri vorrebbero fare esplodere le contraddizioni interne al Pd semplicemente stando fermi. In politica del resto non esiste il reato di “omissione di soccorso”. Bisognerà capire che faranno i fittiani e il gruppo misto.

C’è da capire poi un’altra cosa. Se sembra acclarato che a Ignazio Marino prima ancora dell’exit strategy pd non siano giunti “segnali” in questi giorni, è anche vero che il sindaco non è stato con le braccia conserte: ha testato gli umori dei singoli consiglieri e per arrivare alla decisione di ritirare le dimissioni saprà il fatto suo. Non è da escludere che possa varare una giunta inedita con dentro espressioni di diverso colore politico, anche dalle file dell’opposizione.

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