Le Elezioni americane e la “manina” italiana nella frode anti Trump

Gli avvocati del Tycoon non hanno dubbi: “Una manina italiana nei brogli pro Biden”. Sospetti su presunto software manipolatore dei voti realizzato da uomini dell'ambasciata Usa con un'azienda della difesa

Carlomagno Panda Ibrid Luglio 2021
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Da sinistra Joe Biden e Donald Trump

di Daniele Capezzone per “la Verità

La notizia, se sarà confermata nei suoi dettagli, ha del clamoroso. Anche Roma e l’ Italia sarebbero state coinvolte nella spy story potenzialmente più grave e sensazionale di questi anni, e cioè nella possibile manipolazione del risultato delle ultime elezioni presidenziali Usa. È ciò su cui il team legale della campagna Trump sta investigando, in un’ inchiesta che, dopo una assai rumorosa tappa in Germania (di cui La Verità ha parlato il 2 dicembre), ha avuto proprio a Roma un altro fondamentale momento di indagine.

È perfino scontato ipotizzare che i detrattori di Donald Trump diranno che si tratta di un’ altra puntata dello show post elettorale del presidente tuttora in carica, e invocheranno elementi di prova che il team legale di Trump ritiene di poter rendere pubblici nei prossimi giorni.

Ricordiamo il punto di partenza. Sidney Powell, la legale che con Rudy Giuliani guida il team giuridico di Trump, e che ha già al suo attivo la difesa del generale Michael Flynn, punta il dito da giorni su una strumentazione telematica progettata con lo scopo esplicito di spostare voti da un candidato all’ altro, ovviamente a danno di Trump. Questo software elettorale potrebbe essere stato utilizzato anche a distanza, da altri Paesi, per intervenire sulla tabulazione delle schede elettorali.

Già ieri abbiamo parlato della società Dominion voting systems, fondata in Canada, le cui apparecchiature e software sono utilizzati in oltre 20 Stati americani. E sempre ieri abbiamo evocato il clamoroso giallo relativo alla città tedesca di Francoforte, teatro di un sequestro di materiale informatico secondo una prima ipotesi a danno di Dominion (che smentisce), secondo un’altra ipotesi a danno della compagnia spagnola di software elettorale Scytl (che smentisce a sua volta), e infine secondo una terza ipotesi a carico di una server farm gestita dalla Cia e oggetto di un presunto clamoroso raid (con tanto di scontro a fuoco) da parte di uomini delle Forze speciali dell’ esercito Usa, secondo le dichiarazioni rese dal lieutenant general Thomas McInerney.

Per altro verso, c’ è l’ ultima pista investigativa su cui la campagna Trump si dichiara a uno stadio avanzato di indagine: una parte del presunto switch elettorale, cioè del meccanismo per spostare voti manipolando i risultati, sarebbe stata pensata (forse sin dalla primavera scorsa) e poi realizzata anche dall’ Italia, attraverso una triangolazione tra un official statunitense operante presso l’ ambasciata Usa a Roma (ipotesi che, se confermata, non rimarrebbe ovviamente priva di conseguenze), figure militari di altissimo livello, e la collaborazione tecnica di una società italiana nel settore della difesa.

Tutto sarebbe avvenuto attraverso quella che viene chiamata una military encryption, quindi codici e crittografie militari per proteggere certe operazioni e renderle difficilmente decodificabili.

Ora, naturalmente, è doveroso precisare che l’onere della prova grava sulla campagna Trump e sui suoi legali.

Ma resta ben più che la sensazione che l’ Italia sia tutt’ altro che una realtà marginale anche in questa storia. Si ricorderanno le missioni a Roma, nel 2019, dell’ attorney general William Barr, del procuratore John Durham, e di Gina Haspel, direttore della Cia. All’ epoca, in particolare in coincidenza con le visite di Barr (ministro della Giustizia, dunque un politico a tutto tondo), balzò agli occhi l’ asimmetria di status degli interlocutori italiani verso cui Conte lo indirizzò, e cioè i vertici dei nostri servizi, e non controparti politiche di pari grado rispetto all’ ospite. Qualcuno ipotizzò che Conte, all’ epoca, avesse voluto agire – politicamente parlando – on the quiet, alla chetichella, per dare a Trump la sensazione (ma forse solo quella) di una collaborazione rapidissima e concreta. Altri sostengono invece che non ci sia stata alcuna concreta cooperazione italiana.

La tesi investigativa Usa era nota, a proposito del lato italiano del cosiddetto Russiagate: e cioè che a Roma, nel 2016, qualche manina avesse contribuito a fabbricare prove farlocche contro l’ allora candidato Trump, per inventare una relazione politica con Mosca e farne la base di un attacco giudiziario (che poi, una volta eletto Trump, si materializzò in un respinto tentativo di impeachment).

Per mesi, i media italiani si sono ostinati a tenere bassa la vicenda. Perfino a seguito di una conferenza congiunta con Sergio Mattarella, quando Donald Trump in persona evocò una catena di corruzione originata dall’ amministrazione Obama e disse a chiare lettere: «Si è cercato di nascondere ciò che è stato fatto in alcuni Paesi e uno di questi potrebbe essere l’ Italia», anche allora i nostri mainstream media preferirono concentrarsi sul racconto delle smorfie e delle faccine dell’ interprete italiana: ennesima distrazione di massa.

Vedremo se anche stavolta andrà nello stesso modo. E vedremo anche, sempre ammesso che il team legale della campagna Trump dettagli e circostanzi le accuse, se emergerà un qualche filo – oggettivo o soggettivo – a legare gli eventi del 2016 a quelli di questo 2020, anche nel loro lato italiano.

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