21 Aprile 2024

Regionali in Lazio e Lombardia, vince l’astensione al 60%. Dalle “macerie” prevale il centrodestra

Alle 15 di lunedì ha votato il 40% degli elettori aventi diritto contro il 70,82 percento delle regionali del 4 marzo 2018 (quasi 31 punti in meno), dove però si era votato in una sola giornata. La disaffezione alle urne è di percentuali mai registrate prima. 6 elettori su dieci hanno disertato i seggi

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Il vero vincitore alle elezioni regionali di Lazio e Lombardia è l’astensionismo. Secondo i dati del ministero dell’Interno su tutte le 1.882 sezioni scrutinate, nelle due regioni ha votato il 40% degli elettori aventi diritto contro il 70,82 percento delle regionali del 4 marzo 2018, allorquando, paradossalmente, si era votato in una sola giornata.

Alle attuali, si è votato domenica e lunedì nella speranza, appunto delusa, che i votanti fossero di più. La disaffezione alle urne è di percentuali mai registrate prima. 6 elettori su dieci hanno disertato i seggi. Gli aventi diritto erano circa 12 milioni. 7.200.000 circa di elettori sono rimasti a casa, mentre 4,8 milioni hanno esercitato il loro diritto. A dati definitivi sull’affluenza, nel Lazio ha votato il 37,20% (66,55 nel 18), mentre in Lombardia il 41,67% contro il 73,11 percento del 2018.

Su questa base del 40 percento di votanti, il centrodestra ha prevalso conquistando entrambe le regioni: in Lombardia la coalizione azzurra vince con il leghista Attilio Fontana, che ha ottenuto il 54,67% contro il 33,97% racimolato da Pierfrancesco Majorino (centrosinistra + M5s). Terza Letizia Moratti che si attesta sul 9,87%.

Nel 2018 Fontana, con la Lega trainante al 30 percento, vinse con il 49,75% (2.793.369 voti), mentre lo sfidante, Giorgio Gori del centrosinistra, ottenne il 29,09% (1.633.373 preferenze).

Nel Lazio il candidato del centrodestra Francesco Rocca ha ottenuto il 53,88% contro il 33,50 percento di Alessio D’Amato, in rappresentanza del centrosinistra. Terza con il 10,76% Donatella Bianchi, candidata del M5s e del polo progressista.

Alle passate elezioni del 2018 si affermò di poco il dem Nicola Zingaretti (32,93% – 1.018.736 voti), contro il candidato del centrodestra Stefano Parisi che ottenne il 31,18% (964.757 preferenze). Una differenza di quasi 54mila voti tra i principali sfidanti.

L’esecutivo – con la premier Meloni, Tajani e Salvini -, come da copione, esulta per la “vittoria”, affermando che i risultati elettorali di Lazio e Lombardia “rafforzano il governo”, mentre l’altra faccia delle regionali mostra invece una massiccia fuga dalle urne. Segno di grande insofferenza da parte degli italiani che stanno vivendo (e pagando) la più grande crisi socio-economica dal dopoguerra ad oggi. Per cui di festeggiare non c’è proprio nulla. Il risultato non rafforza il popolo, anzi.

Da queste elezioni regionali emerge con forza un dato: la totale sfiducia dei cittadini verso questa classe politica, che elezioni dopo elezioni si allarga sempre di più.

E non sono le dichiarazioni “rassicuranti” della Meloni piuttosto che dal decadente centrosinistra a fare breccia. Entrambi si mostrano servi sciocchi del blocco liberal-europeista e dei circoli èlitari occidentali che hanno una visione cinica e radicalmente opposta al mondo reale.

Questa Nazione e il popolo italiano per risollevarsi e tornare a essere una potenza rispettabile,  come lo era trent’anni fa, hanno estremo bisogno di liberarsi al più presto del cappio della corrotta Unione europea e dalla moneta unica della finanza internazionale, l’Euro, che in 20 anni ha cancellato il ceto medio e sta impoverendo sempre di più milioni di cittadini. Questo è il senso del non voto di oggi, come del resto è stato il 25 settembre 22.


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