Arrestato per bancarotta l’imprenditore Vittorio Farina

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L'ex stabilimento della Bei Ilte a Moncalieri
L’ex stabilimento della Bei Ilte a Moncalieri

La Guardia di Finanza di Torino ha arrestato Vittorio Farina, 62 anni, amministratore unico della Bei Ilte di Moncalieri, società torinese dichiarata fallita nel 2016, attiva nel settore dell’editoria (stampava Pagine Gialle), in esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Torino.

Secondo le ipotesi investigative, l’imprenditore avrebbe depauperato il patrimonio societario mediante la distrazione di risorse per oltre 50 milioni di euro, aggravandone il dissesto di circa 25 milioni di euro.

In particolare l’amministratore, a partire dal 2010, avrebbe intrapreso una politica di dismissione di tutte le attività e delle partecipazioni della fallita in favore di un gruppo di circa 15 soggetti giuridici a lui riconducibili, con finalità del tutto estranee agli interessi sociali e prive di valide ragioni economiche.

Secondo l’accusa, per far fronte allo stato di crisi in cui versava già dal 2009, l’amministratore avrebbe disposto la cessione dello stabilimento produttivo della società, sito in Moncalieri, ricavandone 60 milioni di euro, importo in buona parte impiegato per finalità estranee agli interessi dell’impresa.

L’attività di indagine, condotta dal Nucleo di Polizia Tributaria di Torino e coordinata dalla Procura della Repubblica del capoluogo piemontese, ha posto l’accento su diverse ipotesi di condotte distrattive fra le quali la distribuzione di dividendi e alcune concessioni di finanziamenti, mai restituiti, in favore delle altre società del gruppo, nonché cessioni di rami di azienda a prezzi inferiori a quelli reali e l’acquisizione di partecipazioni di società decotte, finalizzata a far fuoriuscire risorse dalla fallita.

Inoltre l’amministratore, dice l’accusa, al fine di celare la totale perdita del patrimonio netto societario e, conseguentemente, di procrastinare nel tempo l’inevitabile declaratoria fallimentare, a partire dal 2010, avrebbe predisposto bilanci d’esercizio non corrispondenti alla realtà dei fatti societari.

Nel tentativo di evitare azioni di risarcimento da parte della curatela, l’indagato ha, infine, versato in favore del ceto creditorio, rappresentato dal curatore fallimentare, una significativa somma di denaro che, a seguito di ulteriori accertamenti, sarebbe stata sottratta da un’ulteriore società di cui lo stesso è socio.

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