Home Blog

Terrore a Scuola, Maestre ai Bimbi: “Sigillate le mascherine con lo scotch sennò entra il Virus”

La riapertura delle scuole in Italia è stata un disastro, e siamo solo agli inizi. Dopo i bambini in ginocchio in un istituto ligure perché il preside non avendo i nuovi banchi ha “evitato” (parole sue), di mettere quelli vecchi, la maestra di una scuola del nord Italia è andata ben oltre dicendo ai bambini di una classe elementare, che affinché il virus non entri, anche avendo la mascherina, devono sigillare con lo scotch i bordi laterali.

La testimonianza choc arriva da un video postato su Facebook dove uno di questi bimbi racconta questa allucinante esperienza. Fortunatamente lui insieme ai suoi compagnetti hanno disubbidito, però dà la dimensione dei metodi folli praticati e vissuti dai nostri figli per effetto del terrorismo mediatico e di Stato sulla presunta nuova emergenza Covid.

“Per respirare sono andato a nascondermi dietro ad un albero”, racconta il bambino nel video accompagnato da una persona che si presenta come il nonno. Anche per l’attività all’aperto le cose si mettono malissimo per i bambini. Secondo il racconto, gli alunni, al terzo giorno di scuola, devono stare rigidamente a un metro di distanza, senza poter correre, altrimenti se sudano possono contrarre il coronavirus.

Il ragazzino racconta, oltre al disagio, anche il fatto che la maestra gli ha chiesto di aiutare un suo compagno in difficoltà, a patto però di stare a un metro di distanza. Come faceva ad aiutarlo? Solo questa geniale prof potrebbe spiegarlo.

Una cosa davvero allucinante. Ed è lo stesso nonno del bambino a spronare tutti genitori a ribellarsi contro questi metodi “terroristici”. “I genitori invece di pensare alle loro cose, si occupino dei loro figli”.

Nei commenti si legge di tutto: “Ci stanno distruggendo i bambini, poi, avranno danni irreparabili”, scrive una utente, mentre altri parlano di delirio. C’è però chi addossa responsabilità anche ai genitori che accordano con il loro silenzio-assenso questi trattamenti disumani: “Dove sono i genitori, specialmente le mamme??? Perché mandate i figli a scuola, cosa vi aspettate dalla scuola? Guardate che la rovina dei figli è più nelle nostre mani che in quelle della scuola…vogliamo comprendere i valori dei figli e la loro salute o vogliamo scaricare la responsabilità sugli altri? Il bimbo parla chiaro, forse siamo noi che non sentiamo bene!”.

Il Video schermato: fonte fb 


LEGGI ANCHE

SE QUESTO E’ UN BAMBINO (di Sara Cunial)

Il prefetto di Cosenza Paola Galeone indagata per corruzione

Il prefetto di Cosenza Paola Galeone

Il prefetto di Cosenza Paola Galeone

Il prefetto di Cosenza, Paola Galeone, di 58 anni, è indagata per corruzione. Lo scrive la “Gazzetta del sud” in un articolo a firma di Arcangelo Badolati. L’ipotesi accusatoria a carico del prefetto è di avere intascato da un’imprenditrice, che ha denunciato i fatti alla polizia, una “mazzetta” di 700 euro.

Sarebbe stata videoripresa dal personale della Squadra mobile di Cosenza la consegna da parte di un’imprenditrice al prefetto dei 700 euro. La consegna della busta contenente il denaro, secondo l’ipotesi accusatoria, sarebbe avvenuta in un bar di Cosenza. Le banconote sarebbero state segnate.

La notizia che travolge in pieno la Prefettura di Cosenza, su cui vige il massimo riserbo, è stata confermata da fonti della Polizia interpellate da Secondo Piano News.

Il prefetto Galeone avrebbe proposto all’imprenditrice di emettere una fattura fittizia di 1.220 euro allo scopo di intascare la parte di fondo di rappresentanza accordata ai prefetti che era rimasta disponibile alla fine dell’anno. Sempre secondo l’accusa, 700 euro della somma concordata sarebbero andati al prefetto Galeone e 500 all’imprenditrice.

Galeone è prefetto di Cosenza dal 23 luglio del 2018. In precedenza aveva svolto le stesse funzioni a Benevento. Galeone è stata assunta nell’amministrazione civile dell’Interno nel dicembre del 1987 ed assegnata, come prima sede, alla Prefettura di Taranto, dove ha svolto vari ruoli.

Italia choc: perde contro la Bosnia e dice addio ai mondiali per la terza volta

Stavolta se possibile fa ancora più male. Dopo Russia 2018 e Qatar 2022, la Nazionale resta fuori anche dal Mondiale americano. Non bastano il cuore e il carattere di un’Italia che, in inferiorità numerica per ottanta minuti, sfiora per due volte il colpo del ko dopo il gol del vantaggio di Kean, facendosi raggiungere a dieci minuti dal novantesimo. Non bastano le parate in serie di uno strepitoso Donnarumma, le corse a perdifiato di Barella, Tonali e di uno scatenato Palestra. Gli Azzurri possono recriminare per le occasioni mancate sull’1-0 da Esposito e Dimarco, ma anche per la mancata espulsione ai supplementari di Muharemovic, autore di un fallo analogo a quello che nel finale di primo tempo era costato il rosso a Bastoni.

“Fa male – le dichiarazioni a caldo di Gattuso – ma sono orgoglioso dei miei ragazzi, non si meritavano una batosta così per l’amore che ci hanno messo. Hanno sorpreso anche me per l’attaccamento alla maglia. È una mazzata, penso che oggi sia stato ingiusto uscire. Personalmente chiedo scusa perché non ce l’ho fatta, oggi parlare del mio futuro non è importante. Oggi era importante andare ai Mondiali, ci dispiace”.

Al termine del match sono arrivate anche le parole del presidente federale Gravina: “Permettetemi di fare i complimenti ai ragazzi, che meritano grande rispetto da parte di tutti. Devo fare i complimenti a Rino Gattuso, è stato ed è un grande allenatore. Gli ho chiesto di rimanere alla guida tecnica di questi ragazzi. La parte tecnica è da salvaguardare la 100%, per la parte politica c’è la sede preposta. Ho chiesto di convocare un Consiglio federale la settimana prossima, sono valutazioni che faremo al nostro interno”.

SUBITO KEAN. Gattuso conferma l’undici sceso in campo con l’Irlanda del Nord puntando ancora sul tandem offensivo composto da Kean e Retegui. Un altro attaccante, l’eterno Edin Dzeko, è il leader di una Bosnia che schiera anche altri due volti noti del nostro campionato, i difensori di Atalanta e Sassuolo Kolasinac e Muharemovic. Parte invece dalla panchina Kerim Alajbegovic, il classe 2007 del Salisburgo decisivo con il suo ingresso in campo nella semifinale con il Galles.

Il ‘Bilino Polje’ è una bolgia, i ritmi sono subito alti. E la Bosnia non sta a guardare. La prima conclusione è dei padroni di casa, Donnarumma blocca il destro senza troppe pretese di Demirovic. L’Italia però passa al 15’: Vasilj pasticcia e rinvia addosso a Barella, che serve l’accorrente Kean. Il destro a giro di prima intenzione dell’attaccante della Fiorentina è forte e preciso, il pallone finisce la sua corsa sotto l’incrocio dei pali. E’ il tredicesimo gol in Nazionale per Moise, il sesto consecutivo. La Bosnia accusa il colpo, ma prova a reagire e Donnarumma vola per respingere la botta da fuori di Basic. Poi si ripete bloccando la girata di testa di Katic. Sul fronte opposto Retegui impegna a terra Vasilj. Non c’è un attimo per rifiatare.

AZZURRI IN DIECI. I problemi per l’Italia arrivano dalla destra, dove Bajraktarevic è di gran lunga il più ispirato dei suoi. Al 39’ l’attaccante del PSV crossa sulla testa di Demirovic, che da buona posizione manda a lato. Due minuti dopo l’episodio che cambia la partita: Bastoni in scivolata ferma fallosamente Memic lanciato a rete, Turpin non ha dubbi ed estrae il cartellino rosso. Gattuso toglie Retegui per inserire Gatti, il 3-5-2 dell’Italia diventa di fatto un 5-3-1. All’intervallo siamo avanti di un gol, ma sotto di un uomo.

RIPRESA IN TRINCEA. La Bosnia riparte con Tahirovic e Alajbegovic, aumentando ovviamente la sua spinta offensiva. Gattuso risponde mandando in campo Palestra al posto di Politano. Come da copione i padroni di casa si riversano in avanti alla ricerca del pareggio. Demirovic non arriva sul cross di Memic, poi Donnarumma respinge la conclusione di Alajbegovic. L’Italia è in apnea, si gioca in una sola metà campo. Al quarto d’ora arriva improvviso lo strappo di Kean, che si invola verso la porta ma dopo una fuga di quaranta metri calcia alto sull’uscita di Vasilj. E’ l’ultima giocata della partita dell’attaccante della Fiorentina, che lascia il posto a Esposito.

PAREGGIA TABAKOVIC. Gattuso alza i centimetri inserendo anche Cristante per Locatelli. Donnarumma salva deviando in angolo la conclusione angolatissima di Tahirovic. Ma è l’Italia che ha una doppia occasione per chiudere il match: Esposito calcia alto sull’assist di Palestra, Dimarco invece strozza il mancino da buona posizione. E’ la sliding door della serata. Arriva così il gol del neo entrato Tabakovic, che ribatte in rete dopo la respinta di Donnarumma sul colpo di testa di Dzeko. Come nella semifinale con il Galles, la Bosnia trova il pari a dieci minuti dalla fine. Al novantesimo è ancora Donnarumma a salvare su un colpo di testa ravvicinato del solito Demirovic.

TURPIN GRAZIA MUHAREMOVIC. Dopo Frattesi, entrato allo scadere per Barella, nei supplementari è Spinazzola a prendere il posto di Dimarco. L’Italia è costretta a difendersi a ridosso dell’area sperando di avere qualche occasione in contropiede. E l’occasione arriva sul finire del primo tempo supplementare con Palestra, fermato con il fallo da Muharemovic al limite dell’area: è un intervento da rosso diretto, eppure Turpin sventola solo il giallo e non viene richiamato al VAR. Gli Azzurri protestano, ma prendono allo stesso tempo fiducia. E’ ancora un ispiratissimo Palestra a servire dal fondo Esposito, Vasilj smanaccia e devia in angolo. Nel secondo tempo supplementare ancora Pio, servito da Spinazzola, va vicino al gol, mentre nella Bosnia è Alajbegovic a calamitare ogni pallone. Tahirovic ha il match point, ma dal limite dell’area non inquadra la porta. Dopo 120 minuti di passione si va ai rigori. Sbagliano Esposito e Cristante, la Bosnia invece è infallibile. A dodici anni di distanza da Brasile 2014, Dzeko e compagni tornano al Mondiale. Per la terza volta consecutiva l’Italia è fuori. Tra le lacrime degli Azzurri e l’esplosione di felicità del popolo bosniaco.

BOSNIA ED ERZEGOVINA-ITALIA 5-2 DTR (0-1 p.t)

BOSNIA ED ERZEGOVINA (4-4-2): Vasilj; Memic (dal 25’st Burnic), Muharemovic, Katic, Kolasinac; (dal 1’st Alajbegovic); Dedic, Sunjic, (dal 1’st Tahirovic), Basic (dal 25’st Tabakovic), Bajraktarev; Demirovic (dal 10’sts Hadziahmetovic), Dzeko. A disp: Hadzikic, Zlomislic, Mujakic, Celik, Gigovic, Bazdar, Radeljic. Ct: Barbarez.

ITALIA (3-5-2): Donnarumma; Mancini, Bastoni, Calafiori; Politano (dal 1’st Palestra), Barella (dal 40’st Frattesi), Locatelli (dal 25’st Cristante), Tonali, Dimarco (dal 1’pts Spinazzola), Retegui (dal 43’pt Gatti), Kean (dal 25’st Esposito). A disp: Carnesecchi, Meret, Cambiaso, Buongiorno, Pisilli, Raspadori. Ct: Gattuso.

Arbitro: Turpin (Francia); Assistenti: Danos e Pages (Francia); Quarto ufficiale: Sanchez (Spagna); VAR: Brisard (Francia); AVAR: Delajod (Francia).

Marcatori: 15’pt Kean (I), 35’st Tabakovic (B)

Note: Espulso Bastoni (I) al 41’. Ammoniti: Tahirovic (B), Donnarumma (I), Muharemovic (B), Katic (B), Frattesi (I), Vasilj (B). Sequenza rigori: Tahirovic (B) gol, Esposito (I) alto, Tabakovic (B) gol, Tonali (I) gol, Alajbegovic (B) gol, Cristante (I) traversa, Bajraktarev (B) gol.

PERCORSO A PLAY-OFF MONDIALI

SEMIFINALI (26 MARZO)

Galles-Bosnia ed Erzegovina 3-5 Dtr

Italia-Irlanda del Nord 2-0

FINALE (31 MARZO)

Bosnia ed Erzegovina-Italia 5-2 DTR

Ingente furto di cavi in rame all’Università della Calabria. “Disagi importanti”

Un ingente furto di cavi in rame è stato compiuto all’interno delle infrastrutture elettriche del campus dell’Università della Calabria. Si tratta, riferisce l’Ateneo, “di un atto di notevole gravità non solo per l’entità del danno economico, che si stima in decine di migliaia di euro ed è tuttora oggetto di attenta quantificazione, ma anche per le modalità con cui è stato compiuto”.

I responsabili hanno agito all’interno di una cabina elettrica da 20 kV, operando in condizioni estremamente pericolose, “dimostrando un livello di spregiudicatezza che desta forte preoccupazione”. Rilevanti le conseguenze per l’Ateneo con “importanti disagi” nella zona nord del campus, con interruzioni e criticità che hanno interessato il Teatro Auditorium Unical, il Polo dell’Infanzia, la mensa, diversi uffici e, in particolare, l’incubatore di imprese TechNest. “Tali disservizi – riferisce l’Ateneo – hanno inciso direttamente sul regolare svolgimento delle attività didattiche, di ricerca e dei servizi essenziali per studenti, docenti e personale tecnico-amministrativo”.

“Desidero sottolineare con forza – ha dichiarato il rettore Gianluigi Greco – che il danno non è soltanto materiale. Ogni risorsa sottratta all’Università rappresenta un’opportunità negata alla nostra comunità: borse di studio che avremmo potuto finanziare, servizi che avremmo potuto potenziare, investimenti che avremmo potuto destinare alla crescita dei nostri studenti e del territorio”.

“L’Ateneo – ha aggiunto – ha già provveduto a presentare formale denuncia alle autorità competenti e sta collaborando attivamente con le forze dell’ordine affinché i responsabili vengano individuati al più presto. Contestualmente, sono state intensificate le misure di vigilanza e sicurezza su tutto il campus, al fine di prevenire ulteriori episodi di questa natura.

In un momento come questo, è fondamentale ribadire il valore della nostra comunità universitaria, fondata su legalità, rispetto e responsabilità condivisa. Confido nella collaborazione di tutti per tutelare e difendere un patrimonio che appartiene non solo all’Università, ma all’intero territorio”.

Scoperto giro di tangenti alla Provincia di Crotone. 20 indagati, tra cui ex vicepresidente

Un presunto giro di tangenti alla Provincia di Crotone è stato scoperto dai finanzieri del Comando provinciale di Crotone che stamani hanno notificato un avviso di garanzia a 20 persone indagate, a vario titolo, per associazione per delinquere, corruzione, truffa aggravata ai danni dello Stato, frode nelle pubbliche forniture e falso ideologico.

Al centro dell’inchiesta – denominata “Teorema” – condotta dai finanzieri del gruppo di Crotone-Nucleo Mobile, figura Fabio Manica, consigliere comunale di Forza Italia, già vicepresidente della Provincia di Crotone nonché presidente facente funzione fino a pochi giorni fa prima dello svolgimento delle elezioni del nuovo presidente.

Per Manica e altri quattro indagati per corruzione, la Procura aveva chiesto misure cautelari restrittive, ma il Gip ha disposto al momento la notifica di inviti a rendere interrogatorio preventivo prima di decidere sulle misure cautelari. L’indagine, coordinata dalla Procura diretta da Domenico Guarascio e seguita dalla pm Rosaria Multari, copre un arco temporale che va dal 2023 al 2025.

Gli inquirenti hanno monitorato una fitta rete di contatti attraverso intercettazioni telefoniche e ambientali. Secondo l’accusa, Manica e altri indagati, avrebbero affidato appalti sotto soglia legati all’edilizia scolastica a professionisti amici che poi versavano una parte del compenso ricevuto per i lavori, sul conto di una società formalmente intestata ad un’altra persone ma della quale, secondo gli inquirenti, Manica era socio occulto. Il denaro finiva poi su una carta di credito che sarebbe stata utilizzata dal politico.

Attraverso una triangolazione finanziaria, i fondi venivano trasferiti a una società di consulenza creata appositamente dal gruppo, giustificando i movimenti con fatture per operazioni inesistenti.

Nel corso dell’operazione, 80 finanzieri sono stati impegnati in 16 perquisizioni anche informatiche, alla Provincia e al Comune di Crotone, in studi di consulenza professionali, nonché abitazioni private tra la Calabria e l’Emilia-Romagna. Sono stati sequestrati beni di cinque società, di cui due con sede in Emilia Romagna, alcuni immobili, giacenze di denaro su rapporti bancari e autoveicoli per 400 mila euro, di cui 172.000 considerati profitto diretto della corruzione.

Il flusso di denaro pubblico indebitamente sottratto – spiega una nota -, come emerso dalle articolate indagini svolte, veniva impiegato da parte del funzionario pubblico per spese personali (acquisto di autoveicoli, premi assicurativi, viaggi e soggiorni, spese di rappresentanza, acquisti di beni e prelievi di contante). Le restanti somme rimanevano nella disponibilità dei professionisti affidatari, secondo accordi di ripartizione. Le movimentazioni venivano giustificate da fatturazioni per consulenze.

I venti indagati sono politici, professionisti e “colletti bianchi”. I reati contestati, a vario titolo, sono corruzione, truffa aggravata ai danni dello Stato, frode nelle pubbliche forniture e falso ideologico. L’indagine riguarda il citato Fabio Manica (47 anni), Giacomo Combariati (41), Luca Bisceglia (51), Rosaria Luchetta (47), Alessandro Vallone (44), Vicky Ingarozza (42), Francesco Manica (50), Luca Vincenzo Mancuso (45), Andrea Esposito (46), Gaetano Caccia (49), Domenico Zizza (61), Francesco Mario Benincasa (60), Raffaele Cavallaro (59), Giuseppe Marinello (47), Adriano Astorino (48), Antonio Otranto (55), Michele Scappatura (56), Bina Fusaro (40), Caterina Scavo (30), Salvatore Valente (43).

Manica è stato rieletto consigliere provinciale domenica 29 marzo. Secondo gli inquirenti sarebbe stato il “dominus assoluto” di un sistema illecito in grado di drenare centinaia di migliaia di euro dalle casse pubbliche attraverso l’affidamento di lavori di edilizia scolastica. Un meccanismo definito dagli investigatori di “disarmante semplicità”. Manica, sfruttando le sue deleghe all’edilizia scolastica e alla Stazione unica appaltante, avrebbe pilotato l’assegnazione di incarichi in vari istituti superiori. I lavori – secondo gli investigatori – venivano frazionati per rimanere sotto la soglia di legge e consentire l’affidamento diretto a un “cartello di fedelissimi”, azzerando di fatto la concorrenza. L’ossatura tecnica dell’organizzazione era garantita dai coniugi Luca Bisceglia (ingegnere) e Rosaria Luchetta (architetto) i quali, una volta incassato il pagamento dalla Provincia, restituivano parte dei fondi a una ditta, la Sinergyplus di Giacomo Combariati. Da qui, il denaro tornava a Manica, che lo avrebbe prelevato materialmente tramite un bancomat intestato allo stesso Combariati.

Per schermare il conflitto d’interessi e mascherare il flusso di denaro, il gruppo si sarebbe avvalso di prestanome e consulenti. Tra questi, il commercialista Alessandro Vallone, la cognata di Manica, Vicky Ingarozza (per l’intestazione fittizia di quote societarie), e il fratello, l’avvocato Francesco Manica, considerato lo stratega legale del sodalizio. Gli indagati sono da considerarsi innocenti fino a sentenza definitiva di una eventuale condanna.

Sequestrate nel porto di Gioia Tauro 400 kg di cocaina purissima

Il Comando Provinciale della Guardia di finanza di Reggio Calabria, nell’ambito di tre distinte operazioni eseguite nell’arco di una settimana sul porto di Gioia Tauro, è pervenuto al sequestro di quasi 400 kg di cocaina purissima, suddivisi in 309 panetti.

Tale attività repressiva s’inquadra in un più complesso e articolato piano di interventi predisposto su tutto il sedime portuale, con l’intensificazione delle ispezioni e dei controlli operati allo scopo di intercettare eventuali carichi di stupefacente importati dalla criminalità organizzata attraverso l’occultamento all’interno dei numerosi container quotidianamente movimentati nello scalo gioiese.

Entrando nei dettagli, una parte dello stupefacente – occultata in un container proveniente dall’America del Nord e contenente una partita di legname destinata in Medio Oriente – è stata sottoposta a sequestro, unitamente all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, a seguito delle risultanze acquisite mediante l’ausilio dello scanner e il supporto dell’infallibile fiuto delle unità cinofile.

Un altro carico è stato sequestrato, invece, sul litorale adiacente al porto gioiese, ove era stato da poco depositato, in un tentativo di “esfiltrazione” via mare, da un soggetto, tratto in arresto, che si era servito di una piccola imbarcazione.

L’ultima partita di cocaina, infine, è stata sequestrata – grazie all’ausilio fornito dai sommozzatori dei Reparti Operativi Aeronavali di Vibo Valentia e di Palermo della Guardia di finanza – che, nel corso di un’ispezione della chiglia di una nave in arrivo sempre dal continente americano, hanno rinvenuto lo stupefacente abilmente occultato in un vano ricavato nelle prese a mare dell’imbarcazione.

L’intero carico sottoposto a sequestro, destinato al mercato italiano ed europeo, avrebbe consentito, una volta sottoposto alle procedure di taglio e destinato allo spaccio in termini di minuta vendita, un cospicuo introito stimabile intorno ai 60 milioni di euro, che è stato sottratto alle diverse organizzazioni criminali che avrebbero gestito l’intera filiera distributiva della cocaina.

Gli atti compilati nel corso delle suddette operazioni sono stati trasmessi alla Procura della Repubblica di Palmi, all’attenzione del Procuratore Emanuele Crescenti e del magistrato di turno, per la convalida e il successivo prosieguo delle indagini.

Caso Delmastro, per la Dda i soldi del clan Senese finivano nelle società dei Caroccia

Un caso politico, ma soprattutto un indagine sulla criminalità organizzata. Secondo cui l’ormai famoso ristorante che ha condotto alle dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro serviva a riciclare il denaro della camorra.

In sostanza, secondo gli inquirenti, Mauro e Miriam Caroccia, indagati dalla Procura di Roma per la società “Le 5 Forchette” – di cui fu azionista anche Delmastro – avrebbero “trasferito e reinvestito” nella loro società i proventi delle attività illecite del clan camorristico dei Senese. La Dda di Roma ipotizza quindi i reati di riciclaggio e intestazione fittizia dei beni. Una attività illecita aggravata dal fatto di averla “commessa al fine di agevolare l’associazione di stampo mafioso” – quella che fa capo al gruppo dei Senese.

Secondo l’impianto accusatorio, i due indagati nel dicembre del 2024 hanno investito nella Srl al fine di “permettere al clan di accrescere e rafforzare la sua posizione sul territorio attraverso il controllo di attività economiche” e “di reinvestire i capitali illecitamente accumulati nel corso degli anni”.

In settimana i primi interrogatori

Sono fissati a metà di questa settimana i primi interrogatori nell’indagine della Procura di Roma.
I primi ad essere ascoltati dai pm della Dda di piazzale Clodio saranno Mauro Caroccia e la figlia Miriam (entrambi difesi dall’avvocato Fabrizio Gallo) che risulta azionista della Srl che gestiva il ristorante “Bisteccheria d’Italia” di via Tuscolana a Roma.

La vicenda e le polemiche, cosa è successo fino ad oggi

Un’inchiesta de Il Fatto Quotidiano ha rivelato i legami dell’ex sottosegretario alla Giustizia Delmastro con Mauro Caroccia, condannato definitivamente a 4 anni a febbraio 2026 per intestazione fittizia di beni aggravata da favoreggiamento del clan Senese, mafia camorristica romana capeggiata da Michele “O’ Pazz” Senese.

Delmastro era socio al 25% della srl “Le 5 Forchette”, proprietaria della “Bisteccheria d’Italia” a Roma, intestata per il 50% a Miriam Caroccia, figlia 18enne di Mauro, amministratrice unica e incensurata.

La società è stata creata a Biella il 16 dicembre 2024 con altri esponenti FdI locali; Delmastro cedette le quote tra febbraio e marzo 2026, dopo la sentenza della Cassazione che ha condannato Caroccia padre. Sui giornali, riportate anche qui su RaiNews come elementi di cronaca, sono apparse foto del 2023 con Caroccia al ristorante e presenze successive, comprese quelle di gennaio 2026.

Le opposizioni (Pd, M5S, Avs) chiedono da giorni le dimissioni di Delmastro non solo da sottosegretario (dimissioni avvenuto all’indomani del referedenrum sulla giustizia), come avvenuto, e anche una sua audizione in Antimafia. Giorgia Meloni lo ha difeso pubblicamente: “Ha commesso una leggerezza”, ha detto, “ma nessun reato e resta al posto”.

L’ex sottosegretario in Antimafia

“Nel corso dell’ufficio di presidenza della commissione Antimafia è stata accolta la richiesta che il M5S aveva avanzato già il 18 marzo, assieme ad altre opposizioni, affinché la commissione si occupasse del caso Delmastro-Caroccia. La commissione acquisirà tutta la documentazione dalla procura di Roma nonché ulteriore materiale sul procedimento Hydra dalla procura di Milano, ascolterà i magistrati e altri inquirenti che seguono questa grave vicenda, i giornalisti che hanno indagato per la libera stampa e lo stesso Andrea Delmastro”. Così il capogruppo M5S in commissione Antimafia Luigi Nave.

“Abbiamo anche chiesto espressamente di ascoltare in audizione l’Ucis per approfondire il ruolo svolto dalla scorta dell’ex sottosegretario. La situazione emersa è gravissima, parliamo di presunti rapporti societari con ambienti mafiosi di primo piano di un deputato che all’epoca dei fatti era sottosegretario alla Giustizia. Oggi è emerso dalle indagini che la società fondata da Delmastro, altri tre esponenti di Fratelli d’Italia e Miriam Caroccia è sospettata di essere stato uno strumento di riciclaggio del denaro sporco proveniente da affari illeciti del clan romano dei Senese. Roba da far tremare i polsi alla sola lettura dell’ipotesi investigativa, la commissione Antimafia deve attivarsi immediatamente”, conclude.

Piemonte, Elena Chiorino si dimette anche da assessore. Era socia di Delmastro

Elena Chiorino (Ansa)

L’ex vicepresidente del Piemonte Elena Chiorino, coinvolta nell’affaire Delmastro, si è dimessa anche da assessore della giunta regionale di Alberto Cirio.
“Ho comunicato al presidente – spiega – la decisione di rassegnare le mie dimissioni irrevocabili.

È una scelta che assumo per senso di responsabilità e per il bene della Regione Piemonte, della maggioranza di centrodestra e del mio partito, Fratelli d’Italia”. “Sono una persona perbene – aggiunge – e non posso accettare che vengano strumentalizzate le evoluzioni di un’indagine che riguarda terze persone, e non la sottoscritta”.

Fedelissima dell’ex sottosegretario Andrea Delmastro e socia della Bisteccheria d’Italia, Elena Chiorino si è dimessa anche da assessore piemontese. La scorsa settimana aveva lasciato l’incarico come vicepresidente, ma aveva mantenuto le sue deleghe a Lavoro, Formazione, Istruzione e società partecipate. Una dimissione “finta”, in sostanza.

Che oggi, mentre emerge che la procura di Roma ipotizza che i Caroccia abbiano riciclato nella società i soldi del clan Senese, viene completata, spiega il Fatto Quotidiano. “Ho comunicato al presidente – ha spiegato Elena Chiorino – la decisione di rassegnare le mie dimissioni irrevocabili. È una scelta che assumo per senso di responsabilità e per il bene della Regione Piemonte, della maggioranza di centrodestra e del mio partito, Fratelli d’Italia”.

Chiorino era in società con Delmastro e altri esponenti locali di FdI nella società “Le 5 forchette”, che aveva come socia al 50% la figlia 18enne di Mauro Caroccia, condannato in via definitiva con l’accusa di essere un prestanome del potente clan Senese. Oggi, sia Caroccia senior che la figlia Miriam, ora ventenne, sono indagati con l’accusa di intestazione fittizia di beni e riciclaggio proprio nella società partecipata da Delmastro, Chiorino e gli altri.

Come tutti gli altri esponenti politici, l’ormai ex assessora aveva poi ceduto le sue quote dopo la condanna definitiva di Caroccia, la cui storia giudiziaria tuttavia era già di dominio pubblico nel momento in cui era stata costituita la società che gestiva la Bisteccheria d’Italia a Roma. “Sono una persona perbene – ha aggiunto Chiorino – e non posso accettare che vengano strumentalizzate le evoluzioni di un’indagine che riguarda terze persone, e non la sottoscritta”.

‘Ndrangheta, confisca di oltre 20 milioni nei confronti di imprenditori legati a clan

Il Comando Provinciale Guardia di Finanza di Reggio Calabria ha eseguito un provvedimento della Corte di Appello presso il Tribunale di Reggio Calabria che ha disposto la confisca definitiva di ditte individuali, società, cespiti immobiliari, autovetture, rapporti bancari e finanziari e orologi di lusso, per un valore complessivo di oltre 20 milioni di euro.

Tale misura è stata applicata a conclusione di un’istruttoria patrimoniale, sviluppata dal G.I.C.O. del Nucleo PEF di Reggio Calabria, a seguito delle indagini condotte nell’ambito dell’operazione “Araba Fenice”, dirette dalla locale Direzione Distrettuale Antimafia. Il provvedimento di confisca definitiva è stato emesso dalla Corte d’Appello nei confronti di Giuseppe Stefano Tito Liuzzo detto ‘Pino’ di 58 anni, della sua ex moglie Serena Assumma di 42 anni e degli imprenditori Antonio Pavone di 65 e Salvatore Saraceno di 69 anni.

In tale con testo investigativo, era emerso il coinvolgimento di un “cartello criminale” formato da esponenti di rilievo delle cosche di ‘ndrangheta Chirico, Musolino, Ficara-Latella, Rosmini, Fontana-Saraceno, Ficareddi, Condello, Nicolo’-Serraino impegnati nei lavori di completamento di numerosi edifici costruiti nella zona sud di Reggio Calabria.

Lo scopo della presunta “intesa criminale” era quello di realizzare un’“equa” spartizione dei lavori di ultimazione del rilevante complesso immobiliare in parola, consentendo alle predette articolazioni di ‘ndrangheta territoriali di realizzare illecitamente profitti e vantaggi a favore di “imprese mafiose”, anche attraverso la “liquidazione” delle imprese pulite che già partecipavano ai predetti lavori di costruzione.

In particolare, si elevava come figura-cardine del suddetto sistema illecito un imprenditore reggino (poi diventato collaboratore di giustizia) che, anche partecipando e sovrintendendo a summit nei quali veniva decisa e concordata la predetta “spartizione mafiosa”, si occupava di distribuire e assegnare i dianzi accennati lavori di completamento degli edifici costruiti da una società di cui era “socio occulto” (ovverosia lavori di sbancamento, pavimentazione, intonacatura, installazione impianti elettrici, idraulici e di condizionamento) a diverse imprese riconducibili alle suddette famiglie di ‘ndrangheta.

E ciò, anche attraverso tutta una serie di intestazioni fittizie di società e beni immobili e tutelando l’impianto contabile del suo “gruppo societario di fatto” attraverso l’emissione e la ricezione di un’indeterminata serie di fatture per operazioni inesistenti, che consentivano al predetto di ottenere la “quadratura” della contabilità delle ditte e delle società al medesimo riconducibili, in modo tale che le stesse continuassero ad essere operative sul mercato e in grado di generare profitti e vantaggi ingiusti.

All’esito dei vari gradi di giudizio, si è addivenuti alla confisca definitiva dell’intero patrimonio aziendale di n. 2 ditte individuali, n. 3 società di persone, nonché delle quote di una società di capitali, n. 6 immobili, n. 1 autovettura, denaro contante pari a 53.650,00 euro, n. 8 orologi preziosi, per un valore complessivo stimato in oltre 20 milioni di euro.

Israele vieta al cardinale Pizzaballa di entrare al Santo Sepolcro

Israele, con in testa il premier Benjamin Netanyahu, ha negato l’accesso al cardinale Pierbattista Pizzaballa al Santo Sepolcro, luogo sacro per i cattolici di tutto il mondo, nella Gerusalemme Vecchia. Il patriarca latino era intento a celebrare la messa per la Domenica delle Palme quando è stato bloccato dalla polizia israeliana assieme custode di Terra Santa, monsignor Francesco Ielpo. “Questione di sicurezza”, spiega l’ufficio del primo ministro. Poi il ripensamento sulla scia delle forti polemiche.

La protesta del Patriarcato
La nota congiunta del Patriarcato e della Custodia di Terra Santa ha spiegato che “I due sono stati fermati lungo il percorso, mentre procedevano privatamente” e sono stati poi “costretti a tornare indietro”. Dopo secoli, quindi i capi della Chiesa latina in Terra Santa non hanno potuto celebrare la messa nella basilica in occasione della domenica delle palme. Il divieto è stato definito “un grave precedente” che “ignora la sensibilità di miliardi di persone in tutto il mondo che, durante questa settimana, guardano a Gerusalemme”. Per il Patriarcato latino di Gerusalemme si tratta di “una misura manifestamente irragionevole e sproporzionata” causata da “considerazioni improprie” e destinata a determinare “un allontanamento estremo dai principi fondamentali di ragionevolezza, libertà di culto e rispetto dello status quo”.

La solidarietà
La notizia ha provocato proteste ovunque. Solidarietà al cardinal Pizzaballa e a monsignor Ielpo è arrivata dal governo italiano. La presidente del consiglio Giorgia Meloni ha espresso la sua vicinanza per l’episodio e in una nota ha ricordato che “il Santo Sepolcro di Gerusalemme è luogo sacro della cristianita’, e in quanto tale da preservare e tutelare per la celebrazione dei riti sacri”. “Impedirne l’ingresso al Patriarca di Gerusalemme e al Custode di Terra Santa – ha continuato Meloni – peraltro in una solennita’ centrale per la fede qual è la Domenica delle Palme, costituisce un’offesa non solo per i credenti, ma per ogni comunita’ che riconosca la liberta’ religiosa”. In serata la premier ha anche telefonato al cardinale Pizzaballa per esprimere e rinnovare la propria vicinanza personale e quella del Governo italiano, a seguito del divieto imposto oggi dalle autorità israeliane di celebrare la Messa della Domenica delle Palme presso il Santo Sepolcro. Anche il vicepresidente e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha definito “inaccettabile” il divieto, annunciando di aver dato “immediate istruzioni al nostro ambasciatore in Israele di esprimere alle autorità di Tel Aviv il nostro sdegno e confermare la posizione italiana a tutela, sempre ed in ogni circostanza, della libertà di religione”. “Inaccettabile” è l’aggettivo scelto anche dall’altro vicepresidente, il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini che ha definito anche “offensivo” quanto successo a Pizzaballa e a Ielpo, lodando invece “la posizione, chiara e inequivocabile, del governo italiano”. Solidarietà è arrivata anche dal presidente francese che “condanna” la decisione della polizia israeliana. La sinistra italiana, a partire dal Pd, invece ne ha subito approfittato per attaccare Israele. “La decisione di impedire l’ingresso al Santo Sepolcro a monsignor Pizzaballa e a monsignor Ielpo è gravissima. A loro giunga la nostra vicinanza e solidarietà. Il governo israeliano non può continuare a fare del Medio Oriente uno strumento dei propri designi politici fondamentalisti. Gerusalemme, città santa delle tre religioni monoteiste, impone una responsabilità alta e ulteriore e non può essere vittima dell’arroganza di Netanyahu”. Lo dichiarano i presidenti dei gruppi parlamentari del Pd di Senato e Camera Francesco Boccia e Chiara Braga.

Israele: accesso negato per motivi di sicurezza
“Dall’inizio dell’Operazione ‘Ruggito del Leone’ e in conformità con le direttive del Comando per il Fronte Interno, tutti i luoghi sacri della Città Vecchia di Gerusalemme sono stati chiusi ai fedeli, in particolare quelli sprovvisti di aree protette, al fine di salvaguardare la sicurezza pubblica”, ha poi spiegato la polizia israeliana, “La richiesta del Patriarca è stata esaminata ieri ed è stato chiarito che non poteva essere accolta per i motivi sopra indicati”. Il cardinale Pizzaballa “era stato informato” che l’ingresso nei luoghi di culto “non era consentito per questioni di sicurezza”, ma “ha deciso di non rispettare la nostra richiesta”, ha aggiunto l’ambasciatore israeliano Jonathan Peled a “Diario della Domenica” su Rete4, sottolineando come il divieto di ingresso sia stato “necessario”. “Ora cerceremo di capire se ci può essere una soluzione alternativa”, ha aggiunto, “Quella è una zona di conflitto, la sicurezza delle vite umane viene prima delle libertà di culto”.

L’apertura a una soluzione alternativa
Il ministero degli Esteri israeliano ha poi dichiarato che la polizia incontrerà il Patriarca latino Pierbattista Pizzaballa e “si impegnerà a esplorare soluzioni che consentano di mantenere una routine il più normale possibile, garantendo al contempo la sicurezza pubblica”. “Tutte le misure di sicurezza e precauzionali nella Città Vecchia sono una diretta conseguenza dei lanci missilistici iraniani”, afferma il ministero. “Come è noto il regime iraniano ha bombardato la Città Vecchia in diverse occasioni, colpendo siti nelle vicinanze della Chiesa del Santo Sepolcro, della Moschea di Al-Aqsa e del Muro Occidentale”, aggiunge Israele. “Ribadiamo che non vi era alcuna intenzione malevola, solo preoccupazione per la sua sicurezza e del suo seguito”, aggiunge Benjamin Netanyahu su X.

“Tuttavia, data la sacralità della settimana che precede la Pasqua per i cristiani di tutto il mondo, le forze di sicurezza stanno elaborando un piano per consentire ai leader religiosi di celebrare le funzioni nel luogo sacro nei prossimi giorni”, si aggiunge.

‘Ndrangheta, scoperto un arsenale di armi nel reggino: tre arresti

Il Comando Provinciale della Guardia di finanza di Reggio Calabria, con il supporto dello Scico e della componente aerea del corpo, ha dato esecuzione a una ordinanza di custodia cautelare nei confronti di tre soggetti – di cui, due in carcere e uno agli arresti
domiciliari – indagati per illecita detenzione e vendita di armi da guerra, armi comuni, armi clandestine e ricettazione, in taluni casi, aggravate dal metodo mafioso.

Il provvedimento, emesso dal giudice presso il Tribunale di Reggio Calabria, costituisce l’esito di un’indagine eseguita dal dipendente Nucleo Pef/Gico, con il coordinamento della Dda reggina, che trae origine dallo sviluppo di comunicazioni cifrate riferite ad alcuni degli odierni destinatari della misura
cautelare, da cui è emersa la disponibilità, in capo ai medesimi, di numerose armi comuni da sparo e da guerra.

Raffrontando le immagini veicolate tramite la suddetta piattaforma informatica criptata con quelle relative all’arsenale rinvenuto a Gioia Tauro e sottoposte a sequestro nel mese di
gennaio 2025 dalla locale Compagnia Carabinieri, è stato possibile rilevare una sostanziale corrispondenza tra alcune delle armi comuni ai due contesti.

Tali evidenze – spiega una nota – hanno trovato, altresì, un’importante conferma negli esiti degli accertamenti tecnici condotti dal R.I.S. di Messina sulle suddette armi sequestrate a inizio anno 2025 e che hanno permesso di individuare delle impronte riferibili agli odierni arrestati.

Sulla base delle risultanze investigative, nei confronti di uno dei tre indagati è stata riconosciuta
l’aggravante mafiosa, in considerazione della finalità di agevolare, soprattutto in termini di “rafforzamento militare”, le attività di una cosca di ‘ndrangheta egemone nel mandamento tirrenico.

In tal senso, allo stato del procedimento e fatte salve successive valutazioni in merito all’effettivo e definitivo accertamento della responsabilità, convergono anche le dichiarazioni rese da collaboratori di giustizia e altri riscontri investigativi acquisiti nell’ambito di altre operazioni di polizia che vedono tale soggetto come ben inserito nell’ambito della predetta
cosca.

L’ingente numero di armi detenute, custodite e, in parte, sequestrate, sono risultate riconducibili, pertanto, a quest’ultima compagine criminale quale strumento indispensabile per il perseguimento delle finalità mafiose del medesimo sodalizio, incrementandone
enormemente la “forza intimidatoria”.

Verso i mondiali, l’Italia batte 2-0 l’Irlanda e va in finale contro la Bosnia

Sandro Tonali segna l'1-0 contro l'Irlanda (Ansa/Afp)

Un primo tempo scivolato via a ritmo lento senza creare quasi nulla, un secondo decisamente più convincente con tante occasioni oltre ai gol di Tonali e Kean per il 2-0 sull’Irlanda del Nord, che tiene in corsa l’Italia per un ultimo posto al Mondiale.

Martedì la nazionale giocherà l’ultimo spareggio per mettere fine alla sua astinenza: l’avversaria sarà la Bosnia, col favore della partita in casa, a Zenjca, e dell’entusiasmo dopo l’impresa ai rigori in casa del Galles, a Cardiff.

Ci sarà da soffrire e faticare ancora, assicura Gattuso, consapevole che servirà qualcosa di piu’ di quanto visto a Bergamo, ma pronto a tirare un sospiro di sollievo per il 2-0 arrivato nel secondo tempo.

Dura quindi 45′ la paura di rivedere il brutto film che condannò gli azzurri quattro anni fa con la disastrosa beffa della Macedonia del Nord, perchè questa volta nella ripresa della semifinale play off la squadra di Gattuso cambia marcia, gioca molto più in verticale e viene a capo di un’Irlanda del Nord con tanta buona volontà e poco altro, che però riesce a congelare la partita con una difesa attenta per poi disunirsi nella ripresa.

Ci sono 23mila sciarpe azzurre che salutano l’Italia al suo ingresso in campo, mentre il minuto di silenzio omaggia un grande campione come Beppe Savoldi, scomparso proprio a Bergamo.
Gattuso recupera tutti, a partire da Alessandro Bastoni fermo da inizio marzo per la botta alla tibia rimediata nel derby e si affida alla coppia Retegui-Kean in attacco.

O’Neill schiera un portiere di 20 anni che gioca in seconda divisione inglese, da dove peraltro provengono gran parte dei suoi compagni, come l’unica punta James Donley, anche lui classe 2005. L’inizio è tutto azzurro, con un colpo di testa di Tonali al 5′ che finisce non lontano dall’incrocio dei pali di Charles, molto preoccupato da un tiro cross di Dimarco che respinge a fatica e ancora su un tiro dell’esterno dell’Inter deve distendersi con Hume che spazza via prima della ribattuta di Tonali.

Al 20′ Galbraith trova un varco centrale ma il suo tiro è innocuo. La costruzione del gioco non è certo la qualità migliore degli irlandesi ma si difendono con discreto ordine e sia Kean che Retegui non riescono mai ad avere un pallone giocabile. Non hanno certo fretta i ragazzi di O’ Neill che ben sanno che più passano i minuti e più sale l’ansia azzurra di sbloccare il risultato, e non si fanno certo problemi a spazzare via senza pensarci troppo.

Il buon inizio degli azzurri finisce troppo in fretta e, dopo i primi 10 minuti di promettente arrembaggio, di conclusioni pericolose non se ne vedono più, Ci provano soprattutto sulla fascia destra gli azzurri, con Politano tra i più attivi ma gli azzurri si procurano solo una serie di corner che non portano a nulla. Kean spara alle stelle da discreta posizione al ’38, così come alta finisce l’incornata di Bastoni sull’ennesimo angolo.

Troppo poco e troppo facile per gli irlandesi che guardano Tonali e compagni girare palla alla ricerca di un varco che non trovano mai, aspettandoli chiusi negli ultimi 30 metri. Di creare pericoli a Donnarumma non ci pensano proprio, anche perché quasi mai mettono insieme tre passaggi azzeccati di fila, ma la partita va comunque nella direzione che piace a loro e lo 0-0 dell’intervallo è risultato che a O’Neill va benissimo.

Cambia nella ripresa l’Italia e questa volta l’assalto di inizio tempo fa saltare la difesa irlandese. Prima Retegui si divora un gol sfruttando un passaggio sbagliato di Devlin per presentarsi davanti a Charles ma si allunga troppo il pallone, poi è Kean a impegnare il portiere avversario che però non può nulla sul destro che Tonali che porta tutti fuori dall’incubo tenendo basso il suo tiro secco dal limite dell’area. E’ un’altra partita e soprattutto un’altra Italia, più veloce e più concreta, che punta la porta senza perdersi in troppi passaggi.

L’unico brivido per gli azzurri è un passaggio sbagliato di Donnarumma mentre l’Italia va vicina al raddoppio con un colpo di testa di Esposito, entrato al posto di Retegui ma è Kean a chiuderla al 35′: l’attaccante della Fiorentina prima va vicino al gol con una spettacolare mezza rovesciata, poi sfrutta una buona palla di Tonali e trova l’angolo basso dove Charles non può arrivare. C’è spazio anche per il debutto di Palestra ma c’è soprattutto un grande sospiro di sollievo. Almeno fino a martedì.

Senato, Gasparri lascia da capogruppo di FI. Al suo posto Craxi

Esce Maurizio Gasparri, entra Stefania Craxi. Un avvicendamento consacrato da un’assemblea di Forza Italia di 20 minuti e un voto per acclamazione, che predecessore e successore spiegano come “normale”, deciso in autonomia (aggiunge l’uscente) e in cantiere già prima del voto referendario.

Insomma, la sconfitta del sì alla riforma della giustizia c’entra ma non troppo, dice Craxi. Per il segretario nazionale Antonio Tajani, la novità è soprattutto il segno che “Forza Italia è un partito vivo”, che “non abbiamo paura della democrazia e del confronto con il popolo”, scrive su X anticipando di un’ora il sì ufficiale alla figlia di Bettino Craxi. Convinto qui che il movimento “nel solco e nell’eredità di Silvio Berlusconi, non perderà mai la sua rotta”.

Eppure dietro l’operazione, c’è anche la spinta – sostenuta dalla famiglia Berlusconi – ad allargare il perimetro della classe dirigente, in prospettiva. La primogenita Marina lo sostiene da sempre e il messaggio riemerge nel giorno del restyling deciso a Palazzo Madama e derubricato a un’iniziativa del gruppo parlamentare azzurro. Un’operazione che – secondo fonti vicine al partito – punterebbe a consolidare un nucleo di forzisti vicini ai valori del Cavaliere e della sua famiglia, che possa competere alle prossime Politiche. Da parte di Marina però restano “immutati” la stima e il sostegno nei confronti di Tajani, come filtra da ambienti vicini alla presidente Fininvest. Più tranchant la lettura di un decano del partito: l’avvicendamento è una sorta di avviso ai naviganti mandato all’attuale leadership azzurra per modificare la rotta. A partire dalla presidenza di Gasparri. L’uomo, fedelissimo a Tajani e al partito (come gli riconosce il segretario in un tweet) fa le spese del pressing per il rinnovamento e si trova contro un gruppo di ‘dissidenti.

Sono i 14 senatori su 20 (tra cui i ministri Paolo Zangrillo ed Elisabetta Casellati) che, a quanto si apprende, firmano una lettera per dire, nero su bianco, che – per l’unità del partito – è opportuno sostituire il presidente del gruppo. Tra loro ci sarebbe anche Claudio Lotito, descritto dai suoi colleghi come polemico con il partito, per il sostegno percepito da lui come tiepido alle sue iniziative e proposte. Una mossa cha ha spiazzato Gasparri, irritandolo non poco e dandogli poche ore per gestire la via d’uscita. Ma al di là del bersaglio, la raccolta firme sarebbe una mossa di reazione. Innescata – secondo alcuni forzisti presenti, mercoledì, alla riunione post voto convocata da Tajani – dalla proposta del segretario di puntare sui congressi regionali, come arma per il rilancio azzurro.

Un’idea contestata apertamente dalla ministra Casellati e dalla senatrice Licia Ronzulli perché considerata non innovativa. Meglio puntare sui temi, anziché su tessere e territori, è stata la replica, e anche alla luce della vittoria del ‘no’ al referendum nelle regioni governate da FI. Sono emersi così malumori e distinguo, fino alla richiesta di un cambio di passo evidente. Che non dovrebbe esserci alla Camera. Anche – secondo quanto si racconta in ambienti del partito – per la ferma opposizione del leader. Pronto a fare lui personalmente un passo indietro qualora la spinta al cambiamento avesse toccato l’altro fedelissimo alla guida degli azzurri di Montecitorio. Intanto al Senato, appena eletta è Stefania Craxi a stemperare gli animi. Accerchiata dai giornalisti, nega più volte ogni “frattura” e glissa così sulle firme anti Gasparri: “Gasparri ha rassegnato le sue dimissioni e il gruppo mi ha eletto”. Aggiunge ironica che il cambio serviva perché “fare il capogruppo è logorante”. Poi torna seria e risponde alla “grande stima” che Marina Berlusconi le rivolge, ricambiandola e ricordando che è lo stesso sentimento “che nutrivano i nostri genitori l’uno con l’altro”. A 65 anni spiega di non essere “un’appassionata giovanilista” ma è convinta dell’importanza delle “quote grigie”. Alla fine si libera dalla cerchia e rivela ridendo: “La mia prima vera necessità è trovare un parrucchiere”.

Governo, si è dimessa anche il ministro Santanché: “Mia fedina immacolata”

Dopo il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e il capo di gabinetto di Nordio Bartolozzi arrivano oggi anche le dimissioni del ministro del Turismo Daniela Santanchè, ultimo capitolo, per ora, che sta mettendo in crisi il governo Meloni dopo la sconfitta lel referendum costituzionale. Le dimissioni arrivano dopo un pressing della stessa premier.

“Cara Giorgia ti rassegno, come hai ufficialmente auspicato, le mie dimissioni dal ruolo di ministro che avevi voluto affidarmi e che credo di avere svolto al meglio delle mie possibilità e senza alcuna controindicazione”, scrive Santanchè nella lettera di dimissioni alla premier Meloni in cui tra l’altro dice: “Mi premeva e mi preme sottolineare che ad oggi il mio certificato penale è immacolato e che per la vicenda della cassa integrazione non vi è nemmeno un semplice rinvio a giudizio”.

“Volevo che le mie dimissioni fossero separate dalla vicenda contingente ed assai diversa che ha riguardato l’On. Delmastro che pure paga un prezzo alto. Chiarito questo non ho difficoltà a dire ‘obbedisco’ e a fare quello che mi chiedi”, scrive ancora Santanchè. “Non ti nascondo un po’ di amarezza per l’esito del mio percorso ministeriale ma nella mia vita sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri. Tengo di più alla nostra amicizia e al futuro del nostro movimento”, conclude Santanchè.

Dovrebbe arrivare entro un paio di mesi, e comunque prima della pausa estiva di agosto, la chiusura dell’inchiesta della Procura di Milano per bancarotta fraudolenta su tre società del gruppo del biofood Bioera-Ki Group a carico del ministro del Turismo.

Rapì neonata in clinica, donna condannata a 5 anni e quattro mesi

Rosa Vespa e il marito mentre portano via la neonata dalla clinica Sacro Cuore di Cosenza (Frame video-sorveglianza)

Cinque anni e quattro mesi: è la condanna inflitta dal gup del Tribunale di Cosenza a Rosa Vespa, la 52enne che la sera del 21 gennaio 2025 rapì una neonata di appena un giorno dalla clinica privata “Sacro Cuore” di Cosenza, ritrovata poche ore dopo dalla Polizia.

Alla donna, imputata per sequestro di persona, a conclusione del processo con rito abbreviato, il gup ha concesso le attenuanti generiche e l’ha condannata al pagamento di una provvisionale da 15mila alla famiglia della neonata.

Il pm Antonio Bruno Tridico aveva chiesto la condanna a 8 anni di reclusione per Rosa Vespa, attualmente ai domiciliari e assente in aula. Presenti invece i genitori della neonata che si sono costituiti parte civile. Nel corso del processo, la donna è stata sottoposta a perizia psichiatrica disposta dal gup, ed è stata dichiarata capace di intendere e volere.

“Ci riteniamo molto soddisfatti, – ha detto la legale di Rosa Vespa, Teresa Gallucci – soprattutto a fronte della richiesta molto alta che non ci aspettavamo, visto tutta una serie di circostanze. Il giudice ha riconosciuto le attenuanti prevalenti sulle contestate aggravanti e quindi si è determinata in questi termini”. “Siamo pienamente soddisfatti perché è una sentenza giusta ed equilibrata. Per i genitori è la fine di un incubo, adesso aspettiamo il procedimento che ancora è in piedi per l’eventuale responsabilità della clinica”, ha commentato Chiara Penna, legale della famiglia della piccola.

La donna, la sera del 21 gennaio 2025, si fece accompagnare alla clinica dal marito Moses Omogo, di 44 anni – la cui posizione è stata archiviata perché risultato del tutto estraneo alla vicenda – per andare a prendere “Ansel”, quello che lei aveva raccontato fosse il loro figlio. La donna, infatti, aveva simulato una gravidanza per nove mesi ingannando marito e familiari. Al momento dell’irruzione in casa gli investigatori trovarono i due e altri familiari intenti a festeggiare l’arrivo di “Ansel” con la neonata vestita con una tutina azzurra.

Alto Ionio, 43enne condannato in primo grado per furti in abitazione

Nell’ottobre 2025, i Carabinieri della Stazione di Villapiana hanno eseguito l’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal G.I.P. del Tribunale di Castrovillari su richiesta della locale
Procura della Repubblica, nei confronti di un 43enne di Cassano all’Ionio.

Il provvedimento cautelare è scaturito dalla ritenuta sussistenza di gravi indizi di colpevolezza a carico dell’indagato – acquisiti durante le indagini svolte dai Carabinieri sotto la costante direzione e coordinamento della Procura della Repubblica – in relazione ai furti in abitazione perpetrati nel periodo compreso fra i mesi di gennaio e marzo 2025, nei territori dei comuni di Montegiordano, Roseto Capo Spulico e Villapiana.

In questi giorni è stato celebrato il primo grado di giudizio, all’esito del quale il Tribunale Castrovillari ha ritenuto il 43enne cassanese responsabile dei reati a lui imputati, emettendo nei suoi confronti sentenza di condanna alla pena di anni sette e mesi otto reclusione.

Terremoto nel governo, via i vertici della Giustizia, tranne Nordio. Pressing su Santanché

La valanga di No al riforma della giustizia scatena un terremoto riportando a galla tutti i problemi che il governo aveva cercato di nascondere sotto il tappeto nell’ultimo anno e mezzo. Inchieste, gaffe, affari opachi e processi ignorati esplodono tutti insieme nel giro di quattro ore che fanno ballare l’esecutivo provocando una scossa che ha portato alle dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e la capo gabinetto del dicastero, Giusi Bartolozzi. Pressing sulle dimissioni anche sul ministro del Turismo Daniela Santanché per le vicende Visibilia.

Il sottosegretario Andrea Delmastro e la capo gabinetto del dicastero, Giusi Bartolozzi, costretti a dimettersi su esplicita richiesta di Giorgia Meloni. Che chiede un passo indietro anche a Daniela Santanchè la quale però, almeno per ora, resiste innescando un duro braccio di ferro con la premier.

Palazzo Chigi dirama un comunicato in cui la premier fa sapere di aver apprezzato il passo indietro di Delmastro e Bartolozzi, ringraziandoli per il lavoro fatto “con dedizione”. Ma è durissima con la ministra di Fratelli d’Italia che non sembra essere intenzionata a dimettersi: “Auspico che, sulla medesima linea di sensibilità istituzionale, analoga scelta sia condivisa dal ministro del Turismo, Daniela Santanchè”, scrive in un laconico comunicato.

A carico del ministro c’è un processo a Milano per presunto falso in bilancio sulla sua società Visibilia e un’indagine per un’ipotesi di bancarotta. Non è un mistero che da tempo molti nella maggioranza caldeggiassero un suo passo indietro. Ma Santanché ha sempre resistito continuando a lavorare, anche oggi, nel suo ufficio e confermando gli appuntamenti dei prossimi giorni.

Una situazione che fa parlare di un vero e proprio terremoto politico abbattutosi su Palazzo Chigi a 24 ore dalla consultazione popolare. Che, intanto, porta a 5 le dimissioni tra gli esponenti del governo. Da Vittorio Sgarbi, sottosegretario alla Cultura, ad Augusta Montaruli sottosegretaria all’Università fino al ministro alla Cultura, Gennaro Sangiuliano.

Tranne Sgarbi, tutti esponenti di Fratelli d’Italia. Adesso e a un anno della fine della legislatura se ne aggiungono altri due. Su Delmastro pesano gli affari con la figlia di Mauro Caroccia, condannato come prestanome del clan Senese, e con cui lo storico esponente di Fratelli d’Italia ha aperto un ristorante a Roma. Per Bartolozzi, invece, è stata cruciale la gestione della campagna referendaria. E in particolare la frase choc detta a una tv siciliana: “Se vince il sì ci liberemo dei magistrati. Sono un plotone di esecuzione”. Oltre alle scelte fatte al ministero specie sul caso del rimpatrio del generale libico Almasri.

Per entrambi il passo indietro è sofferto e arriva nel pomeriggio dopo un colloquio finale con il Guardasigilli, Carlo Nordio. E ciò dopo le previsioni fatte proprio dal ministro su di loro poche ore prima. “Sono certo che il sottosegretario riuscirà a chiarire”, aveva sottolineato il ministro a Sky Tg24. E poi smentendo categorico che la sorte di Bartolozzi, suo braccio destro in via Arenula, sia in discussione (“No, assolutamente”).

Tant’è che contemporaneamente l’ex pm trevigiano si intesta la colpa politica della sconfitta del referendum. “Questa è una riforma che porta il mio nome e me ne assumo quindi la responsabilità politica – chiarisce – Se vi sono stati dei difetti di comunicazione o impostazione sono stati anche i miei”. Delmastro esce allo scoperto. E in una nota ammette: “Ho sempre combattuto la criminalità, anche con risultati concreti e importanti e pur non avendo fatto niente di scorretto, ho commesso una leggerezza a cui ho rimediato non appena ne ho avuto contezza”.

In Parlamento le opposizioni si scatenano. In coro plaudono alle dimissioni anche se “tardive”. E rilanciano chiedendo che a seguirli sia anche Santanché. Lo fa, tra gli altri, Giuseppe Conte chiedendo se “l’impatto di questo travolgente voto popolare riuscirà a far dimettere anche la ministra Santanchè”. Ma per Riccardo Magi di Più Europa, ora “la domanda è: quando si dimette il ministro Nordio?”, sottolineando che “in un Paese normale, un terremoto de genere in un dicastero chiave come quello della Giustizia porterebbe l’intero governo a cadere”.

Il passo indietro di Delmastro

Nelle ultime ore il pressing di Fratelli d’Italia si è fatto sempre più forte nei confronti del deputato e sottosegretario alla Giustizia, uno dei fedelissimi di Meloni. Delmastro ha deciso di lasciare l’incarico alla luce delle polemiche sul caso del ristorante ‘La bisteccheria’ gestito insieme alla figlia del prestanome del clan Senese. Delmastro e il capo di gabinetto del ministero della Giustizia si sono dimessi dopo un colloquio con il Guardasigilli Carlo Nordio negli uffici di via Arenula, nel tardo pomeriggio. Dopo l’incontro a tre, Delmastro ha ufficializzato il passo indietro “irrevocabile” con una nota dove riconosce di aver sbagliato: “Ho sempre combattuto la criminalità, anche con risultati concreti e importanti e pur non avendo fatto niente di scorretto, ho commesso una leggerezza a cui ho rimediato non appena ne ho avuto contezza, me ne assumo la responsabilità, nell’interesse della nazione, ancor prima che per l’affetto e il rispetto che nutro verso il governo e verso il presidente del Consiglio”.

Pressing su Santanchè

È un pressing sempre più serrato – se non un braccio di ferro – quello che si registra ai piani alti di Palazzo Chigi su Santanchè. Secondo quanto filtra, subito dopo il passo indietro di Delmastro e Bartolozzi sarebbe stato recapitato un messaggio alla ministra: Daniela, la situazione è insostenibile, serve un tuo passo indietro. Non è chiaro se a trasmetterlo sia stata direttamente la premier o suoi emissari. La risposta, però, sarebbe stata un niet. Da qui, la decisione della presidente del Consiglio di avallare un comunicato di fuoco per chiedere le dimissioni di Santanchè.

Eppure, fino a poche ore prima della nota – giudicata “insolita” negli stessi ambienti parlamentari – di Palazzo Chigi, l’entourage della ministra continuava a respingere l’ipotesi di dimissioni. “Domani al lavoro come sempre”, il mantra ripetuto nelle ultime ore. Poi, l’accelerazione. La giornata della premier è stata interamente assorbita da una serie di incontri con lo stato maggiore di Fratelli d’Italia. Sul tavolo, non solo la gestione del contraccolpo politico seguito al ko referendario del 22-23 marzo, ma soprattutto la necessità di dare un segnale di compattezza e “rigore” all’opinione pubblica. L’obiettivo, viene spiegato, è “risolvere” rapidamente i dossier interni che riguardano esponenti coinvolti in vicende giudiziarie, evitando che continuino a trascinarsi e a indebolire l’azione di governo.

Naufragio Cutro, al processo è ‘giallo’ su documenti Frontex riservati

Un’udienza carica di colpi di scena quella di oggi a Crotone per il processo sui presunti ritardi nei soccorsi al caicco “Summer Love”, il cui naufragio a Steccato di Cutro il 26 febbraio 2023 costò la vita a 94 persone.

Sul banco degli imputati, per omicidio e naufragio colposo, ci sono 4 militari della Guardia di finanza e due della Guardia costiera. Al centro del dibattimento, la consegna accidentale di documenti riservati di Frontex alle difese e dubbi sull’integrità dei dati audio acquisiti durante le indagini.

Il primo “corto circuito” è emerso quando i legali degli imputati hanno chiesto l’acquisizione di documenti inviati dall’agenzia europea Frontex dopo la chiusura delle indagini. Mentre il Pm Matteo Staccini ha frenato, spiegando che si tratta di atti sensibili per i quali è in corso una verifica sul livello di segretezza, uno dei difensori, Liborio Cataliotti, ha respo noto di avere quei documenti consegnati dalla cancelleria del Gup al momento della richiesta del fascicolo. Resta ora da appurare se si tratti effettivamente dei medesimi atti ritenuti “riservati”. Le schermaglie tra i difensori ha caratterizzato l’udienza.

Altro fronte caldo è quello tecnico. L’ingegnere Fausto Colosimo, consulente della Procura, ha ammesso davanti alle domande dell’avvocato Tiziano Saporito di non aver assistito direttamente all’estrazione dei dati della Capitaneria di porto di Roma: “Mi sono stati consegnati su un Dvd preparato da loro per questioni di sicurezza come ci è stato spiegato dal capitano D’Agostino”. Il consulente ha aggiunto di “non poter escludere che non ci fossero altri dati che non mi sono stati esibiti” né di poter garantire che i contenuti siano stati “reali o modificati”.

L’attenzione del Tribunale è stata richiamata anche dall’avvocato Vetere sulla mancanza di un file audio nella sequenza temporale. Sul fronte della Guardia costiera, l’avvocato Natale Polimeni ha interrogato il consulente sulle modalità di conservazione forense dei dati (“sono stati acquisiti con codice Asci e quindi immodificabili” ha risposto), mentre l’avvocato Marilena Bonofiglio ha rintracciato il file audio da 8 secondi, precedentemente ritenuto mancante, definendolo “un file muto con interferenze”. La stessa difesa ha poi sollevato dubbi sui fruscii presenti nelle registrazioni del Gan di Taranto.

Il processo riprenderà il prossimo 7 aprile alle ore 14.30, quando sarà chiamato a deporre l’ammiraglio Maurizio Carannante, consulente tecnico della Procura.

I carabinieri salvano una 22enne dopo una chiamata della madre al 112

La tempestiva segnalazione di una madre, unita alla professionalità dei carabinieri hanno scongiurato il gesto insano di una giovane a Rocca Imperiale (Cosenza).

Durante un servizio perlustrativo tre carabinieri in servizio alla Stazione di Rocca Imperiale facente parte della compagnia di Cassano all’Ionio, sono intervenuti sul lungomare aiutando una 22enne a desistere dal suo proposito. La ragazza ha inviato un messaggio whatsapp alla madre, manifestando le sue intenzioni.

La donna, compresa la gravità della situazione, ha immediatamente allertato il Nue 112. La Centrale operativa del Reparto territoriale dei Carabinieri di Corigliano-Rossano ha quindi inviato una pattuglia sul posto dove si è recata anche la comandante della stazione libera dal servizio.

La marescialla ha individuato la giovane in evidente stato di agitazione e grazie a un approccio basato sull’empatia e sull’ascolto, è riuscita a stabilire un contatto con la ragazza, instaurando un rapporto di fiducia che l’ha fatta desistere. Dopo aver raccolto lo sfogo della giovane, la marescialla è riuscita a riportare la calma, affidando la studentessa alle cure dei familiari.

Referendum, affluenza sfiora il 60%. Trionfa il “NO” con il 53,5%. Meloni delusa

La maggioranza degli italiani, che ha votato al referendum sulla Giustizia, ha scelto il “No”. L’affluenza è stata superiore al 58%. “Rispettiamo questa decisione”, è stato il commento della premier Giorgia Meloni.

Una valanga di NO, quasi il 54 per cento, boccia la riforma Nordio sulla giustizia del governo Meloni. Si è votato domenica 22 e lunedì 23 marzo. Boom dell’affluenza, nonostante l’argomento della questione era molto tecnico.

La Costituzione non verrà quindi cambiata, anche se il 46 vota SI’ al referendum e il Paese di nuovo si spacca. Tornano alle urne i giovani e l’affluenza sfiora il 59 per cento. Ma è subito chiaro che la contesa è squisitamente politica.

La vittoria del No priva la premier della sua aura di invincibilità e resta sullo sfondo il cuore tecnico della riforma: separazione delle carriere tra Pm e giudici, due Csm e un’ Alta Corte per giudicare i magistrati. Il campo largo coglie al balzo la vittoria e si ricompatta lanciando le primarie.

Giorgia Meloni si è spesa con tutta se stessa. E oggi che la sconfitta le scopre un tallone d’Achille conferma quello che ha detto fin da subito: “non me ne vado se perdo il referendum”. Come fece Matteo Renzi nel 2016.

A un anno dalla fine della legislatura la premier si rammarica di una “occasione persa”, ma non arretra. “La sovranità popolare si rispetta”, si inchina con amarezza al verdetto. Come fanno anche i suoi vicepremier Antonio Tajani, leader di Fi (“Ma basta toni da guerra civile”) e Matteo Salvini, leader della Lega, tiepido nel sostenere una riforma pretesa soprattutto da Forza Italia e oggi anche fisicamente lontano (in missione in Ungheria a sostenere Orban). Ora si andrà avanti – certo con un altro spirito – senza abbandonare la giustizia, con il premierato e la legge elettorale, come dice il leader di Nm Maurizio Lupi.

‘Ndrangheta, i carabinieri sequestrano 40mila euro in casa di un ex latitante

I Carabinieri del Comando provinciale di Cosenza hanno eseguito un decreto di perquisizione, emesso dalla Procura della Repubblica di Catanzaro – Direzione Distrettuale Antimafia, che ha interessato i locali di un immobile ubicato nel centro storico di Cetraro all’interno del quale vi era fondato motivo di ritenere che Luca Occhiuzzi, imputato innanzi al Gup presso il Tribunale di Catanzaro del reato di partecipazione ad associazione di stampo mafioso, detenesse materiale illecito.

Il provvedimento è scaturito dal prosieguo delle indagini condotte dai militari del Nucleo Investigativo a carico dell’uomo, detenuto presso il carcere di Santa Maria Capua Vetere dopo essere stato arrestato, in regime di latitanza, il 15 febbraio 2025, essendosi precedentemente sottratto all’esecuzione di un’ordinanza cautelare in carcere che lo vedeva indagato per tentato omicidio aggravato dal metodo mafioso.

Le indagini, poste in essere dai militari dell’Arma, sotto la direzione e il coordinamento della Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale di Catanzaro, hanno consentito di rilevare in capo all’Occhiuzzi, benché detenuto, la disponibilità di un telefono cellulare illecitamente utilizzato per acquisire e trasferire informazioni di interesse per il gruppo criminale cetrarese di riferimento.

Tra le informazioni acquisite dai Carabinieri in sede di disamina del dispositivo mobile illecitamente utilizzato dal giovane figurava il reiterato riferimento ad un “magazzino blu”, rispetto al quale, nelle interlocuzioni da egli intrattenute con una giovane cui era legato da relazione sentimentale, ha espresso sollievo in ordine al fatto che non fosse stato oggetto di controlli da parte delle forze di polizia.

Per tali ragioni, nel pomeriggio del 18 marzo i Carabinieri del Nucleo Investigativo e della Compagnia di Paola, dopo aver individuato in modo certo i locali cui alludeva l’Occhiuzzi, vi hanno fatto accesso rinvenendo e sequestrando denaro contante per quasi 40.000 euro, verosimile provento delle attività delittuose ascritte all’uomo e al gruppo criminale cui, nell’ipotesi accusatoria, è ritenuto appartenere.

Caso Delmastro, il ristorante e i rapporti con i Caroccia: cosa è successo

A pochi giorni dalla tornata referendaria lo scontro politico si è acceso su una vicenda giudiziaria che tira in ballo il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro. L’esponente di FdI aveva una quota in una società in cui tra gli altri soci figurava la figlia di un uomo legato al clan Senese. Il politico si difende: “Già fuori da società, mia battaglia sempre chiara”. Ma le opposizioni lo attaccano e chiedono le dimissioni. Il caso finisce in Antimafia: la prossima settimana si valuteranno in ufficio di presidenza eventuali proposte di audizione. Ecco cosa è successo.

La vicenda

La miccia del caso è un articolo comparso sulle pagine del Fatto Quotidiano e in particolare la storia di una società, “Le 5 Forchette Srl”, di cui aveva una quota Delmastro. Della compagine societaria faceva parte come amministratore unico anche Miriam Caroccia, all’epoca 18enne figlia di Mauro, attualmente in carcere a Viterbo dove sta scontando una condanna definitiva a 4 anni per l’indagine della Dda di Roma sul clan di stampo camorristico capeggiato da Michele Senese, detto “O’ Pazz”. La famiglia Senese ormai da anni ha assunto un ruolo predominante negli affari criminali della Capitale.

Il ristorante

La Srl, fondata davanti ad un notaio di Biella il 16 dicembre 2024, aveva al suo interno altri esponenti biellesi di Fratelli d’Italia: come scrive Repubblica si tratta della vicepresidente della Regione Piemonte, Elena Chiorino, di Cristiano Franceschini, segretario provinciale di FdI e assessore al Comune di Biella. E Davide Eugenio Zappalà, consigliere FdI in Regione. La Srl aveva l’unità locale in via Tuscolana, al civico 452, dove è stato aperto il ristorante “Bisteccheria d’Italia”. Locale reclamizzato dallo stesso Mauro Caroccia nell’aprile del 2025 con un video sui social. Tra la fine di febbraio e il marzo scorso, dopo la sentenza definitiva della Cassazione nella maxi indagine dei magistrati di piazzale Clodio, Delmastro ha ceduto definitivamente la sua quota.

La foto

Nelle scorse ore Repubblica ha pubblicato una foto che ritrae Delmastro insieme a Mauro Caroccia, prestanome del clan Senese. Lo scatto risale al 2023, circa un anno prima dell’avvio della partnership imprenditoriale con la figlia dell’uomo. La foto, realizzata in uno dei ristoranti della famiglia Caroccia, è accompagnata da una didascalia: “Sottosegretario alla Giustizia Delmastro. Anche lui ha scelto il vero baffo”.

Le immagini del 2025 e 2026

Poi il quotidiano Domani rivela che Delmastro sarebbe tornato nel ristorante della famiglia di Mauro Caroccia e pubblica un’immagine scattata a fine gennaio 2026 al locale Bisteccheria d’Italia. Insieme a lui Raffaele Tuttolomondo, sindacalista della polizia penitenziaria. Il Fatto Quotidiano, invece, mostra uno scatto che risalirebbe allo scorso 3 giugno in cui vengono immortalati il sottosegretario alla Giustizia insieme alla capa di gabinetto Giusi Bartolozzi e ad altre persone a cena nello stesso locale.

La replica del sottosegretario

Dal canto suo Delmastro – già condannato in primo grado ad otto mesi per rivelazione di segreto d’ufficio in relazione alla vicenda dell’anarchico Cospito – ha respinto qualsiasi insinuazione. “La mia storia antimafia è chiara ed evidente, la mia battaglia contro la mafia è chiara ed evidente”, ha detto. “Il mio livello di scorta non nasce per altri motivi se non per la mia battaglia contro la mafia”. Delmastro non utilizza mezzi termini e definisce “la mafia una montagna di merda”, rivendicando il suo percorso politico e i tentativi di aggressione da parte “dei tanti mafiosi che stanno negli istituti penitenziari”. Poi entra nel merito della vicenda: “Si parla di una società con una ragazza non imputata e non indagata, che si scopre essere ‘la figlia di’” sottolinea affermando che appena ha scoperto come stessero le cose “ho lasciato la società. E l’ho fatto – aggiunge – per il rigore etico e morale che mi contraddistingue”.

Le opposizioni attaccano

Pd, M5s e Avs sono andate all’attacco, chiedendo alla premier Meloni di chiarire, prendendo una posizione prima del referendum, e sollecitando l’intervento della commissione Antimafia. Secondo le opposizioni, la presidente del Consiglio era a conoscenza “della vicenda da un mese”. E la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein chiede all’inquilina di Palazzo Chigi di “prendere posizioni chiare” e, soprattutto, di farlo prima del referendum. In una nota congiunta i membri Pd chiedono “alla presidente della Commissione, Chiara Colosimo, di acquisire gli atti sulla vicenda che riguarda esponenti piemontesi di Fratelli d’Italia, in primis il sottosegretario Delmastro. Notizie di stampa hanno rivelato che questi esponenti politici di primo piano in Piemonte gravitanti nell’area territoriale biellese, hanno dato vita a una società che ha intrattenuto rapporti con esponenti della famiglia Caroccia”. Per il M5s le parole del sottosegretario sono “disarmanti”. “Non è minimamente credibile – sostengono i membri pentastellati in Antimafia – che una ragazza di 18 anni agisca da sola come amministratore unico con il 50% delle quote di una società, è evidente che dietro di lei si muove il ben noto gruppo familiare. Delmastro vuole dirci di essersi accorto solo dopo una sentenza definitiva che Miriam Caroccia è figlia di?”.

Meloni: “Cittadini valuteranno se c’è stata una manina”

“Delmastro è stato leggero, ma da qui a dire che è connivente… Se c’è stata una manina che dice ‘tiriamo fuori la cosa peggiore sul governo negli ultimi giorni di campagna sul referendum’, gli italiani valuteranno. Però non c’entra niente con il referendum sulla giustiza”, ha replicato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni nell’edizione speciale del Tg La7 “Sì o no” dedicato al referendum sulla giustizia.

La vicenda in Antimafia

Probabile che la questione, chiuse le urne, si trasferisca in Commissione Antimafia. Le opposizioni hanno già chiesto un intervento e, in base a quanto filtra, la prossima settimana saranno valutate in ufficio di presidenza dell’organo parlamentare le richieste per una audizione di Delmastro. La volontà – si apprende da ambienti della Commissione – è quella di chiarire la questione senza alcuna intenzione di tirarsi indietro. Agli atti dell’Antimafia, tra l’altro, già da tempo ci sarebbero i faldoni relativi all’indagine sul clan Senese.

NOTIZIE DALLA CALABRIA

ITALIA E MONDO

Italia choc: perde contro la Bosnia e dice addio ai mondiali per la terza volta

I rigori condannano gli Azzurri. A Zenica segna subito Kean, poi Bastoni lascia l’Italia in dieci e nel finale, dopo due occasioni per il raddoppio, pareggia Tabakovic. Non bastano i miracoli di Donnarumma, ai penalty la spuntano i padroni di casa. Gattuso: “Così fa male, ma sono orgoglioso dei ragazzi. Chiedo scusa perché non ce l’ho fatta, oggi non è importante parlare del mio futuro”. Gravina: “Ho chiesto a Gattuso di restare, per la parte politica faremo le valutazioni al nostro interno”

SOSTIENI L'INFORMAZIONE INDIPENDENTE

Questo sito, per scelta, non intende monetizzare mostrando fastidiosi e invasivi banner pubblicitari che irritano l'utenza. Si sostiene grazie alle donazioni dei lettori.