Stige, le mani del clan sui boschi della Sila e le centrali a biomassa

Carlomagno campagna novembre 2018

biomassa legnoCentrale a biomassa. Il disboscamento spregiudicato della Sila serviva a questo, a rifornire, insieme ai rifiuti, di materia prima le centrali dell’energia rinnovabile tanto cara ad ambientalisti e faccendieri. Un business da milioni di euro l’anno dove ‘ndrangheta e amministratori compiacenti andavano a braccetto.

Un affare citato anche dall’ordinanda Stige, ormai nota come la madre di tutte le inchieste in Calabria, da oltre vent’anni a questa parte. La Sila è la grande riserva naturale per produrre materia prima: i boschi, il cippato, ossia legname (anche quello bruciato per via degli incendi è molto utile) che serve a produrre quell’energia “pulita”, la stessa dell’eolico del clan Arena di Isola Capo Rizzuto.

Il re delle ditte boschive in Sila, a San Giovanni in Fiore, è quella riconducibile ai “F.lli Spadafara”, il cui titolare Pasquale Spadafora (e fratelli), è ritenuto dalla Dda di Catanzaro un imprenditore organico al “locale” di ndrangheta di Cirò Marina Farao Marincola che sull’altopiano Silano, a sovrintendere su tutto, piazza il pastore Vincenzo Santoro, alias “U Monacu” che conosce vita, morte e miracoli della Sila, nonché covi per i latitanti. La ditta Spadafora aveva il monopolio e se c’erano altre ditte interessate al taglio di alberi passavano guai.

E il tema biomassa emerge in molti punti degli atti dell’inchiesta Stige. Spadafora è l’imprenditore arrestato insieme all’ex vicesindaco di San Giovanni in Fiore Giovanbattista Benincasa, storico esponente della destra locale, accusato di corruzione per un presunto scambio di utilità con l’aggravante di aver agevolato il clan: Benicansa avrebbe chiesto a Spadafora la compartecipazione agli utili delle attività boschive della sua ditta nel commercio del “cippato”, e in cambio avrebbe assunto la moglie di Spadafora al comune di San Giovanni in Fiore.

I due, da quanto si legge nelle intercettazioni si mostrano molto amici e hanno frequenti contatti telefonici, ignari di essere intercettati dal Ros dei carabinieri che registra silezioso e trascrive il rapporto tra gli indagati sul tema del legname e delle aste boschive.

Annota il Pm: “Tra tali colloqui si evidenzia quello intervenuto in data 15/12/2010 nel quale BEINCASA faceva riferimento ad una forzatura ottenuta presso l’assessorato all’agricoltura da tale OLIVA Giuseppe (dirigente di settore della Regione Calabria) il quale avrebbe consentito a redigere, grazie all’intervento di un dipendente a nome “VALENTE” (identificato in VALENTE Francesco) un documento in favore degli SPADAFORA al fine di rientrare il possesso del c.d “tesserino” forestale” per tornare a tagliare alberi.

Le intercettazioni risalgono a dicembre 2010 e il centrodestra dalla primavera di quell’anno amministra la Regione Calabria. Assessore all’agricoltura e forestazione l’allora governatore Giuseppe Scopelliti nomina Michele Trematerra da Acri, potente esponente politico dell’Udc che a ogni elezione, dopo il padre Gino, ha dimostrato di prendere voti a carrellate. Michele è citato in più passaggi, in particolare da Vincenzo Santoro “U Monaco” sia per avere e tenersi buono  “un punto di riferimento” negli uffici della regione Calabria, sia per la raccolta di voti per la candidatura alle Europee 2014 del padre di Michele, Gino Trematerra.

“Il 21.05.2014 FOGLIA Luigi (dipendente ex Afor) non solo rassicurava lo SPADAFORA riferendogli di aver provveduto a trattare la pratica (la concessione di un’istanza per l’autorizzazione al taglio di un faggeto in località Montenero del Comune di San Giovanni in Fiore, ndr), rassicurandolo del buon esito del suo intervento, ma il giorno successivo, ossia il 22/05/2014, addirittura caldeggiava, tentando di assicurarsi i voti della famiglia SPADAFORA, la candidatura alle elezioni europee di TREMATERRA Gino, padre di TREMATERRA Michele, al tempo Assessore Regionale del Dipartimento Agricoltura e Foreste, indicando quest’ultimo come interlocutore di riferimento presso gli uffici regionali ed affermando: «E SI, MA NOI QUALCHE COSA GLIELA DOBBIAMO RACCOGLIERE, FINO ALL’ANNO PROSSIMO C’È LUI LÀ, SE ABBIAMO BISOGNO DI QUALCHE CAZZO». SPADAFORA Pasquale gli riferiva che il suo intervento sarebbe valso almeno 50-60 voti in favore di quel candidato”.

Tornando all’intercettazione tra Spadafora e Benincasa i due parlano di centraline a biomassa visto che il lavoro per la ditta Spadafora scarseggia. Ed è l’ex vicesindaco a parlarne al Pasquale: “[…] Per fortuna che ci sono queste centrali sennò […]. E Poi ancora: “L’unica nostra salvezza sono queste centrali a biomassa che sennò la forestazione se n’era andata a fanculo pure”.

L’argomento delle aste boschive e del cippato per biomassa è di grande interesse per il clan cirotano: Scrive ancora il pm: “In particolare, Cataldo MARINCOLA aveva deciso di mettere ordine nel settore delle aste boschive e del taglio degli alberi in genere, ambito economico divenuto di assoluto interesse per le cosche di ‘ndrangheta cosentine e crotonesi, che potevano lucrare elevati profitti dalla vendita sia del legname da ardere sia del cd. cippato da biomassa. Aveva quindi disposto che a sovrintenclere alla gestione delle ditte boschive del territorio fosse proprio SANTORO Vincenzo. Il collaboratore OLIVERIO Francesco, riferisce, nel dettaglio, quale era il sistema utilizzato da SANTORO Vincenzo per lo svolgimento del mandato affidatogli da Cataldo MARINCOLA. SANTORO Vincenzo aveva creato un vero e proprio cartello di imprese, in grado di determinare l’aggiudìcazione delle gare d’appalto indette dagli enti proprietari dei terreni boschivi ad un prezzo di poco superiore alla base d’asta. Il rispamio per la ditta aggiudicataria, derivante da una simile operazione, procurava un surplus di utili che veniva introitato da SANTORO Vincenzo il quale lo destinava, secondo regola, per metà alla bacinella della ‘ndrina del comune dove l’appalto si svolgeva e per metà alla bacinella del locale di Cirò. ll cartello gestito dal “Monaco” (Santoro, ndr) era formato dalle ditte TASSO, SANTORO, MARRAZZO e ZAMPELLI e poteva godere della compiacenza, se non della collusione di esponenti del Corpo Forestale dello Stato”.