Un terremoto giudiziario investe i vertici del Garante per la Privacy. Una indagine della Procura di Roma vede indagati il presidente dell’autorità, Pasquale Stanzione e l’intero Collegio. Le accuse sono pesanti: corruzione e peculato. Il procedimento, avviato nei mesi scorsi dopo una serie di servizi mandati in onda da Report, giovedì mattina ha vissuto di una improvvisa accelerazione con le perquisizioni della Guardia di Finanza che ha proceduto all’acquisizione di documenti oltre ai telefoni e pc degli indagati.
Al centro dell’indagine presunte “spese pazze” compiute dal board ed episodi di corruzione legati a sanzioni opache comminate negli ultimi due anni. L’attività istruttoria, coordinata dall’aggiunto Giuseppe De Falco, rappresenta lo snodo giudiziario allo scontro in atto da mesi tra la trasmissione condotta da Sigfrido Ranucci e l’Autorità. “Sono tranquillo”, si limita a dire Stanzione che è accusato in concorso con Ginevra Cerrina Feroni, Agostino Ghiglia e Guido Scorza. Con l’acquisizione di atti gli inquirenti sono in cerca di ulteriori tasselli per l’impianto accusatorio che si basa anche sul racconto di alcuni testimoni tra cui l’ex segretario generale Angelo Fanizza, dimessosi due mesi fa dopo il caso relativo alla richiesta di controlli sulle mail dei dipendenti nella ricerca della “talpa” che ha fornito a Report elementi per le sue inchieste.
“In seguito ai nostri servizi, la Procura ha aperto un’indagine”, aggiunge Sigfrido Ranucci. Per quanto riguarda l’accusa di corruzione nel decreto di perquisizione si fa riferimento alla vicenda Ita Airways. Gli indagati avrebbero ricevuto tessere “Volare Executive”, del valore di 6 mila euro ciascuna, come presunta utilità in cambio della mancata sanzione alla società. In particolare i pm scrivono che i quattro indagati “omettendo un atto del loro ufficio, ovvero non erogando alcuna sanzione se non una meramente formale alla società Ita Airways (nella quale – si legge – per altro il responsabile della protezione dei dati era, per gli anni 2022 e 2023, un avvocato membro dello studio legale fondato da Guido Scorza e del quale è tutt’ora partner la moglie di questi), a fronte del riscontro di irregolarità formali e procedurali nel monitoraggio delle comunicazioni, ricevevano come utilità le tessere”. Sulla gestione dei fondi i magistrati di Roma contestano agli indagati di esserseli “appropriati attraverso la richiesta di rimborsi per spese compiute per finalità estranee all’esercizio di mandato”.
Agli atti sono citati l’acquisto di carne, circa sei mila euro in tre anni, o sedute dal parrucchiere. Gli inquirenti hanno evidenziato un “significativo aumento” nei costi di rappresentanza e gestione che nel 2024 ha raggiunto i 400 mila euro. Soldi impiegati anche per viaggi, soggiorni in alberghi a cinque stelle’, cene di rappresentanza, servizi di lavanderia, fino a ricomprendere “fitness e cura della persona”.
Nel decreto vengono citate anche le missioni all’estero. “In particolare quella del G7 di Tokyo (2023), il cui costo ufficialmente comunicato sarebbe stato di 34.000 euro, ma che, secondo fonti interne e documentazione informale, avrebbe superato gli 80.000 euro, di cui 40.000 destinati ai soli voli”. Altro capitolo riguarda l’utilizzo dell’auto di servizio. In questo segmento di indagine i pm tirano in ballo Ghiglia che avrebbe utilizzo la Citroen aziendale per “recarsi presso la sede di un partito politico per finalità estranee al mandato”. Tra gli episodi elencati anche la procedura sulla “sanzione irrogata nei confronti della società Meta in relazione all’immissione in commercio dei smartglasses, dispositivi caratterizzati da evidenti criticità sotto il profilo della tutela della privacy, tanto dei detentori quanto dei terzi”, si legge nel decreto. Immediate le reazioni a livello politico con le opposizioni, in particolare Avs e +Europa, che chiedono le dimissioni del Collegio. E Sandro Ruotolo della segreteria del Partito Democratico, responsabile Informazione si chiede: “Cos’altro dobbiamo aspettare per le dimissioni dei membri del collegio del Garante per la protezione dei dati personali?”.
Chi è Pasquale Stanzione
Pasquale Stanzione, classe 1945, originario della provincia di Benevento, è uno dei giuristi italiani più autorevoli nel campo del diritto privato e dei diritti della persona. Dal 2020 è presidente del Garante per la Protezione dei Dati Personali, l’Autorità chiamata a vigilare su uno dei terreni più sensibili dell’era digitale: la tutela della privacy. Una figura fino a poco tempo fa lontana dai riflettori, oggi al centro di un duro scontro politico e mediatico che ne mette in discussione l’operato e l’indipendenza.
Una carriera accademica lunga oltre quarant’anni
Laureato in Giurisprudenza nel 1968 all’Università “Federico II” di Napoli, Stanzione ha costruito un curriculum accademico di primo piano. Ha insegnato diritto privato per oltre quarant’anni all’Università di Salerno, dove è stato direttore del Dipartimento di Diritto civile e dell’Istituto per i rapporti civili ed economici. Ha coordinato il dottorato in “Diritti della persona in prospettiva comparata”, è stato avvocato patrocinante in Cassazione e membro del Consiglio di Presidenza della Giustizia Amministrativa. È autore di oltre duecento pubblicazioni scientifiche tra libri e articoli, ed è stato promotore di progetti di ricerca anche a livello internazionale.
L’approdo al Garante della Privacy
Nel 2020 Stanzione viene nominato componente del Garante per la Privacy, in quota Partito democratico. Pochi giorni dopo, l’intero Collegio lo elegge presidente all’unanimità. Una scelta che allora viene letta come la valorizzazione di un profilo tecnico, con un forte background giuridico, in un’Autorità indipendente chiamata a bilanciare diritti fondamentali, innovazione tecnologica e potere delle grandi piattaforme digitali. Per cinque anni la sua presidenza procede senza scosse evidenti, con interventi spesso rigorosi e decisioni non sempre gradite a politica, aziende e media.
L’inchiesta di Report e il caso politico
Nelle ultime settimane il Garante è però finito in un vortice di polemiche innescato da una serie di inchieste di Report, la trasmissione di Rai3. I servizi hanno sollevato dubbi sull’indipendenza dell’Autorità, mettendo sotto la lente alcune decisioni considerate controverse, le spese di rappresentanza e i rapporti con soggetti istituzionali e privati.
Le rivelazioni hanno immediatamente avuto un impatto politico. Dalle opposizioni sono arrivate richieste di dimissioni dei vertici e di azzeramento dell’Authority. Ma anche Fratelli d’Italia ha aperto alla possibilità di uno scioglimento, con dichiarazioni durissime come quelle di Giovanni Donzelli: «Favorevoli, con grande slancio e giubilo, allo scioglimento di qualsiasi ente o autorità nominata dalla sinistra».
La replica di Stanzione: “Accuse infondate”
Stanzione ha scelto di rispondere in prima persona. In un’intervista al Tg1, ha escluso qualsiasi ipotesi di dimissioni e ha respinto le accuse al mittente. «Le accuse sono totalmente infondate: non c’è stata mai una decisione assunta per una ragione diversa dall’applicazione rigorosa della legge in piena indipendenza di giudizio», ha dichiarato. Secondo il presidente del Garante, la narrazione di un’Autorità subalterna alla maggioranza di governo sarebbe una mistificazione finalizzata a delegittimarne l’azione, soprattutto quando le decisioni risultano “sgradite o scomode”.
Perché Pasquale Stanzione è indagato
Dalla polemica politica si è poi passati al fronte giudiziario. La Procura di Roma ha aperto un fascicolo che vede indagati Stanzione e gli altri membri del Collegio del Garante, con ipotesi di reato che vanno dal peculato alla corruzione. Le indagini, condotte dalla Guardia di Finanza, riguardano in particolare alcune spese di rappresentanza e presunte irregolarità nella gestione di procedimenti sanzionatori, anche nei confronti di grandi gruppi tecnologici. Gli accertamenti traggono origine proprio dalle segnalazioni e dai servizi televisivi andati in onda su Rai3. Nei giorni scorsi sono stati acquisiti documenti, computer e telefoni negli uffici dell’Autorità. Al momento non risultano rinvii a giudizio né responsabilità accertate: l’inchiesta è nella fase preliminare e vale pienamente la presunzione di innocenza.
