Migranti, crolla il modello Riace realizzato da Lucano in barba alle leggi

La storia della città fino ai guai giudiziari del sindaco che diceva: "Sono un fuorilegge". Rinviato a giudizio con altre 26 indagati nell'inchiesta Xenia

Carlomagno campagna Fiat 500 aprile 2019

Mimmo Lucano migranti RiaceIl sindaco di Riace (ora sospeso), Domenico Lucano, conosciuto in tutto il mondo per il “modello” d’accoglienza dei migranti realizzato nel piccolo centro della costa ionica del Reggino, era stato sottoposto ai domiciliari il 2 ottobre scorso dai finanzieri del gruppo di Locri che avevano eseguito un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip del Tribunale della città calabrese con cui si disponeva anche il divieto di dimora per la sua compagna, Tesfahun Lemlem, nell’ambito di un’operazione denominata “Xenia”.

Le indagini, coordinate e dirette dalla Procura della Repubblica di Locri, erano state avviate in merito alla gestione dei finanziamenti erogati dal ministero dell’Interno e dalla Prefettura di Reggio Calabria al Comune di Riace, per l’accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo politico.

Già dall’ottobre del 2017 Lucano era stato iscritto nel registro degli indagati. Nel corso dell’inchiesta, secondo gli inquirenti, erano emerse irregolarità che il primo cittadino avrebbe commesso nell’organizzare “matrimoni di convenienza” tra cittadini del posto e donne straniere, al fine di favorire illecitamente la permanenza di queste ultime nel territorio italiano. “Sono un fuorilegge”, diceva intercettato dai finanzieri.

Lucano e la sua compagna avrebbero architettato degli espedienti volti ad aggirare la disciplina prevista dalle norme nazionali per ottenere l’ingresso in Italia. Dalle intercettazioni dei finanzieri, sarebbe emerso, in particolare, il ruolo di Lucano nell’organizzazione del matrimonio di una cittadina straniera cui era già stato negato per tre volte il permesso di soggiorno.

La Guardia di Finanza avrebbe poi raccolto elementi circa l’affidamento diretto, definito “fraudolento”, del servizio di raccolta e trasporto dei rifiuti senza le procedure di gara previste dal codice dei contratti pubblici. Due le cooperative sociali, la “Ecoriace” e L’Aquilone”, che secondo l’accusa, il sindaco avrebbe favorito.

Le due coop non avrebbero avuto i requisiti di legge richiesti per l’ottenimento del servizio pubblico, in quanto non iscritte nell’apposito albo regionale previsto dalla normativa di settore. Al riguardo, viene contestato a Lucano di aver prima tentato inutilmente di far ottenere l’iscrizione alle cooperative, poi avrebbe istituito un albo comunale delle cooperative sociali cui poter affidare direttamente lo svolgimento di servizi pubblici.

Per quanto riguarda la gestione dei flussi di denaro pubblico destinati alla gestione dell’accoglienza dei migranti, il Gip, pur rilevando una “tutt’altro che trasparente gestione, da parte del Comune di Riace e dei vari enti attuatori”, delle risorse erogate per l’esecuzione dei progetti Sprar e Cas, e parlando di “estrema superficialità”, e “diffuso malcostume”, aveva negato la contestazione di reati specifici.

Dopo l’arresto di Lucano, a Riace si recarono qualche migliaio di persone della sinistra e associazioni pro-migranti a sostegno del sindaco. Sotto casa il primo cittadino si affacciò facendo il saluto comunista, con il pugno chiuso.

Intervistato da più parti, si è sempre detto estraneo alle accuse della procura di Locri guidata dal magistrato Luigi D’Alessio, il quale venne aspramente criticato, anche sui media nazionali, per aver “osato” toccare il beniamino della sinistra, nonché messo in discussione il “modello” di accoglienza migranti di Riace.

Con il pronunciamento del Riesame, a Lucano erano stati revocati i domiciliari, ma era stato disposto il divieto di dimora a Riace. In conseguenza dell’arresto era stata disposta sospensione dalla carica decisa dalla prefettura di Reggio Calabria per effetto della legge Severino. La Cassazione successivamente rinviò tutto al Riesame senza annullare la misura cautelare del divieto di dimora a Riace.

Infine la decisione del gup di Locri di rinviare tutti a giudizio con accuse a vario titolo di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, abuso d’ufficio e altri reati. L’inizio del processo è fissato per l’11 giugno 2019.

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