Angelo Pino ucciso per l’orgoglio ferito del killer. La ricostruzione dell’omicidio

Per tutta la sera la vittima e la donna sono stati seguiti. Poi, in via Costabile l'assassino entra in azione e spara a bruciapelo uccidendo il rivale in amore

Carlomagno campagna Jeep Cherokee Novembre 2019
Angelo Pino ucciso per l'orgoglio ferito del killer. La ricostruzione dell'omicidio
Nella foto l’auto della vittima Angelo Pino, nel riquadro a sinistra e Giuseppe Guadagnuolo, in quello a destra

Pedinava l’ex moglie da giorni e sabato sera, dopo averla vista in compagnia dell’amante, è andato fuori di senno per cui ha deciso di levare di mezzo per sempre l’antagonista; quel “rivale” che era riuscito a “strappargli” la “sua” donna, la moglie (o ex) che lo aveva lasciato qualche mese addietro perché evidentemente esasperata dal suo atteggiamento e da un rapporto ormai logoro e in frantumi.

C’è tutto un movente di gelosia e rancore dietro la morte di Angelo Pino, l’ex agente di Polizia penitenziaria ucciso con alcuni colpi di pistola nella notte tra sabato e domenica a Sambiase di Lamezia. Il presunto autore è Giuseppe Guadagnuolo, 54 anni, fermato dalla Procura con la pesante accusa di omicidio e porto abusivo di armi.

Dalle indagini dei carabinieri di Lamezia Terme, che a stretto giro hanno chiuso il caso, è emerso che Angelo Pino era stato osservato e pedinato. Dopo aver lasciato l’attuale compagna, con la quale aveva trascorso insieme qualche ora, la vittima a bordo della sua Fiat stava rincasando quando è stato avvicinato in via Costabile ed è stato ammazzato.

Le fasi del delitto in una ventina di minuti circa. In un video diffuso dai militari dell’Arma c’è la sequenza della morte, dal pedinamento fino all’omicidio e ritorno. Otto minuti dopo la mezzanotte si vede l’auto di Guadagnuolo transitare per le vie di Sambiase. Siamo alle prime o seconde fasi di un pedinamento forse durato ore.

In quei minuti avrebbe visto insieme l’ex moglie con l’amante che ha parcheggiato la sua auto vicino la stazione carabinieri di Sambiase. La rabbia monta, e vorrebbe agire all’istante colpendo magari entrambi, ma sarebbe stato troppo rischioso. In fondo, poi non avrebbe voluto fare del male a lei. Ce l’ha solo con lui, che si è “permesso” di sfiorare la “sua amata”.

Lasciata la donna, a mezzanotte e 45 la Fiat Sedici bianca di Angelo Pino sbuca da una strada secondaria per immettersi sulla via di casa. Dalla strada opposta, dopo qualche secondo spunta l’auto Hyundai Atos di Giuseppe Guadagnuolo che con gelida calma segue a distanza la vittima predestinata.

Pochi minuti di strada e poi l’incontro mortale. Imboccata via Costabile, all’altezza della Chiesa, ad Angelo Pino viene probabilmente sbarrata la strada dall’auto dell’assassino. Guadagnuolo scende dal mezzo e si avvia verso il bersaglio. E’ freddo e deciso. La vittima abbassa il finestrino per chiedere spiegazioni di quel gesto prepotente che si vede solo nei film polizieschi o negli agguati criminali.

Poche parole, forse nessuna. Il killer impugna l’arma che aveva con sé, infila il braccio nel finestrino e spara rabbioso e a bruciapelo almeno tre proiettili diretti in pieno petto di Pino. I bossoli verranno ritrovati tutti in auto. Forse la pistola si è inceppata, non è chiaro, ma se avesse potuto in quel momento, accecato da rabbia e gelosia, avrebbe scaricato tutto il caricatore addosso al “rivale”. La povera vittima capisce poco o nulla e muore pressoché sul colpo.

Lui, l’omicida, riprende la sua Hyundai e riparte per tornare a casa. Durante il tragitto getta l’arma in un’area di sterpaglie e con dei rifiuti. E lì che darà alle fiamme i suoi indumenti. Sarebbe stato lui a indicare ai carabinieri il luogo dove potevano trovare l’arma del delitto: una vecchia pistola clandestina calibro 7.65.

Un passante intorno all’una e trenta vede l’auto in mezzo alla strada con il corpo di Pino riverso sul sedile e dà l’allarme al 112. Si precipitano sul posto i carabinieri e dopo qualche ora riescono a capire che l’unica pista da seguire è quella del delitto passionale. Lo convocano in caserma e dopo ore di interrogatorio l’uomo crolla e confessa.

Giuseppe Guadagnuolo non aveva mai accettato la separazione; in fondo non accettava che la sua “sconfitta” amorosa e l’orgoglio ferito, potesse diventare per lui un grande macigno con cui convivere; un peso che veniva di giorno in giorno alimentato anche da dicerie di paese e qualche malignità nei suoi confronti.

Dino Granata