
L’entrata a gamba tesa nel dibattito sullo sbocco della crisi di governo da parte di Renzi, che non vuole il voto, come dice Salvini (sarebbe folle andarci ora, meglio un governo istituzionale con M5s, Pd e FI, ndr), riapre lo scontro interno al Pd. “Davanti alla forzatura istituzionale di Salvini, il Parlamento ha due strade: assecondare Capitan Fracassa e andare al voto, oppure creare un Governo NoTax che eviti l’aumento dell’IVA e scongiuri il rischio dell’uscita dall’Euro”, chiarisce Renzi che evocava addirittura un accordo tra dem, M5s e Forza Italia pur di far proseguire la legislatura.
Una posizione che spacca il Pd con Zingaretti che dice no “ad accordicchi” con i cinquestelle sottolineando che “non ci sono scorciatoie”. Duro anche l’ex ministro Calenda con Renzi: “proposta folle”. Ma il dibattito è infuocato e si moltiplicano gli appelli all’unità. Gentiloni: “Ci aspettano prove difficili. Quando il gioco si fa duro i duri smettono di litigare”.
E più di qualcuno fa notare a Renzi che lui fece saltare l’ipotesi di un governo tra Pd e M5s. “Mai con questi”, disse nelle concitate fasi che sono poi culminate con la formazione del governo Lega-Cinquestelle.
Sullo sfondo dello scontro tra le due anime dem, il fondato timore di Renzi che Zingaretti possa non ricandidare più i “moderati” renziani, adesso in maggioranza in Parlamento. Una ipotesi che toglierebbe potere contrattuale all’ex premier, da sempre a favore per un governo di “scopo” come fece prima con FI (Patt del Nazareno) e poi con Ncd di Alfano.
Intanto Salvini insiste e chiede di andare al voto al massimo ad ottobre. Il leader della Lega promette tasse al 15% e nessun aumento dell’Iva con la “manovra già pronta”, grida all’inciucio (quello che vorrebbe Renzi, ndr) e chiude al reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia di Di Maio. E annuncia la nascita della sua coalizione. Il capo dei Cinquestelle si affida al Capo dello Stato così come Zingaretti che frena sul voto subito. E sulla fiducia a Conte spunta il “lodo” Grasso. L’appello condiviso è che tutto sia messo nelle mani del capo dello Stato.