Marò, ecco la verità dell'ex ministro Giulio Terzi di Sant'Agata

Giulio Terzi di Sant'Agata con i marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone
Giulio Terzi di Sant’Agata con Massimiliano Latorre e Salvatore Girone

Estratto dal libro “Marò, le voci dei protagonisti” scritto dalla giornalista Carla Isabella Elena Cace per l’editrice “Pagine”  

Ambasciatore Terzi, lei ha seguito il caso sin dalle primissime fasi in qualità di Ministro degli Esteri. Ce ne vuole parlare?

“Appena ho avuto notizia di questo incidente, avvenuto fuori dalle acque territoriali indiane (come riconosciuto successivamente dalla sentenza della Corte Suprema indiana del 18 febbraio 2013) e della richiesta della Guardia Costiera indiana di far invertire la rotta alla Enrica Lexie per indirizzarla verso il porto di Kochi, ho subito detto che la nave non doveva assolutamente lasciare le acque internazionali. Mi è apparso subito evidente che dovevamo tenere la nostra nave e i nostri militari in sicurezza: in acque internazionali la giurisdizione italiana sulla propria nave di bandiera era incontestabile. Gli indiani non avrebbero potuto in alcun modo agire con un atto di forza in alto mare. Modificando invece una situazione di fatto favorevole alla nave e ai nostri militari italiani avremmo corso gravi rischi. Mandai immediatamente una e-mail urgente al mio Capo di Gabinetto chiedendogli di sottolineare immediatamente questa posizione al Ministero della Difesa.

Mi era perfettamente chiaro che la Farnesina non aveva certo autorità o titolo per “dare istruzioni” in un ambito rientrante nella catena di comando militare: una linea gerarchica costituita da Squadra Navale, Comando Operativo Interforze fino ad arrivare al Ministro della Difesa, come si deduce dalla normativa che regola la presenza dei nuclei militari di protezione (Vessel Protection Detachment) a bordo delle navi mercantili. Mi era tuttavia immediatamente apparsa la necessità di rappresentare con nettezza alla Difesa una valutazione di fondamentale buon senso, maturata in base all’esperienza dalla Farnesina nella gestione di numerose crisi riguardanti nostri connazionali all’estero nelle quali la “situazione di fatto” influisce spesso, sin dall’inizio, assai più delle azioni diplomatiche e legali che poi seguono.

La risposta che mi arrivò subito mi sorprese e mi irritò: mi riferirono che l’incidente non era “appena avvenuto”, ma che si era verificato diverse ore prima, e che la nave aveva già invertito la rotta, eseguendo ordini e indicazioni del Ministero della Difesa, perciò si trovava, nel momento in cui mi era stata fatta la prima comunicazione già circondata da unità della Guardia Costiera indiana, e molto vicino al porto di Kochi. Chiesi subito copia di tutte le comunicazioni intercorse tra Unità di Crisi della Farnesina e Autorità militari, e dovetti constatare con estremo disappunto il fatto che il Ministero della Difesa aveva informato l’Unità di Crisi della Farnesina soltanto parecchie ore dopo, tutto questo risulta agli atti dei Ministeri interessati (…)”.

Ma allora si può ipotizzare che ci sia stato un preciso “disegno”, per come si sono svolti i fatti?
“(…) La volontarietà di tenere all’oscuro il Ministero degli Esteri è uno di quegli aspetti sul quale mi auguro che faccia piena luce una Commissione parlamentare d’inchiesta (…) Per la lunga esperienza che ho dei processi decisionali interni alle Amministrazioni dello Stato, mi sembra inimmaginabile che una decisione di questa rilevanza sia stata presa unicamente a livelli intermedi. Sono invece convinto, e non sono certo il solo, che essa sia stata presa ai livelli più elevati della catena di comando (…) Questo è stato il punto: l’aver gestito l’immediato seguito di un incidente, che può sempre avvenire, senza prestare la massima attenzione alla tutela dell’immunità funzionale e della sicurezza dei nostri militari. Prima di consegnarli ad un’autorità di polizia straniera bisognava porsi il problema con estrema serietà (…)”.

L'ex ministro Giulio Terzi di Sant'Agata
L’ex ministro Giulio Terzi di Sant’Agata

Quindi il ministro della Difesa, il Comando Operativo Interforze e la Squadra Navale sono i primi responsabili di questo disastro…
“Non è un’impressione. E’ scritto nelle carte, gli atti lo documentano. Tra l’altro, nell’ottobre del 2012, proprio il Ministro della Difesa Di Paola, rispondendo all’interrogazione del senatore Domenico Gramazio [toggle title_open=”Chiudi” title_closed=”ECCO INTERROGAZIONE E RISPOSTA | 7 MESI PER RISPONDERE A UN ATTO ISPETTIVO” hide=”yes” border=”yes” style=”default” excerpt_length=”0″ read_more_text=”Read More” read_less_text=”Read Less” include_excerpt_html=”no”]INTERROGAZIONE GRAMAZIO 13-3-2012

Atto Senato

Interrogazione a risposta scritta 4-07057
presentata da
DOMENICO GRAMAZIO
martedì 13 marzo 2012, seduta n.690
GRAMAZIO – Al Presidente del Consiglio dei ministri – Premesso che:

ampio risalto, in queste ultime ore, su tutta la stampa nazionale hanno avuto le dichiarazioni del Ministro degli affari esteri, Giulio Terzi di Sant’Agata, che ha affermato: “In nessun caso la nave doveva entrare in acque territoriali indiane” (si veda “Il Velino” del 12 marzo 2012). Infatti pochi giorni dopo l’arresto dei due sottufficiali di Marina, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, il Ministro si era recato in India per chiedere il rilascio dei due marò senza che questo sia avvenuto;

purtroppo, le affermazioni del Ministro non permettono di comprendere chi realmente abbia dato ordine al comandante della nave di entrare nel porto indiano con la conseguenza dell’arresto dei due marò,

si chiede di conoscere se il Presidente del Consiglio dei ministri sia a conoscenza di chi sia la responsabilità di aver creato una grave situazione di conflitto istituzionale tra Italia ed India, situazione che con il passare delle ore si fa sempre più complicata.

(4-07057)

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RISPOSTA MINISTRO DELEGATO DI PAOLA 23-10-2012

Atto Senato

Risposta scritta pubblicata nel fascicolo n. 185
all’Interrogazione 4-07057

Risposta. – L’azione condotta dal Governo, a seguito dell’incidente che il 15 febbraio 2012 ha coinvolto la petroliera italiana “Enrica Lexie”, è stata da subito e resta volta ad ottenere il rimpatrio dei due fucilieri di marina con tutti i mezzi politici e legali disponibili.

La ferma opposizione del Governo a ogni pretesa indiana di effettuare investigazioni sulla nave e sul personale a bordo, si è accompagnata, sin dall’inizio, alla decisa affermazione della giurisdizione italiana sul caso, in conformità al diritto internazionale generale e convenzionale, in quanto il fatto è avvenuto in acque internazionali su una nave battente bandiera italiana e ha visto il coinvolgimento di militari italiani, facenti parte del nucleo militare di protezione (NMP) a bordo del mercantile, operanti nell’ambito di un’operazione antipirateria raccomandata da norme internazionali.

In questa delicata fase conclusiva del processo dinanzi alla Corte suprema indiana, l’azione di difesa legale e di supporto diplomatico è stata massima e i nostri militari hanno potuto beneficiare del contributo di esperti internazionalisti italiani chiamati ad affiancare il team di legali fin da subito approntato a loro difesa.

Il Governo fa, quindi, affidamento sull’imparzialità di giudizio della Corte Suprema di Nuova Delhi ai fini di un pronunciamento che riconosca la piena giurisdizione italiana sul caso, l’immunità funzionale dei due militari italiani e il conseguente annullamento del processo penale presso le corti dello Stato indiano del Kerala.

Ciò posto, si precisa che la M/N Enrica Lexie è stata indotta ad entrare nelle acque territoriali indiane dalle autorità locali dello Stato del Kerala, che hanno chiesto al mercantile di dirigere in porto per collaborare all’identificazione di alcuni sospetti pirati fermati nell’area in cui l’unità era stata interessata all’evento.

Nella fattispecie, l’autorizzazione a procedere verso le acque territoriali indiane è stata data dalla compagnia armatrice, una volta contattata dal comandante della nave. Ciò, tuttavia, per la presenza del NMP a bordo, è avvenuto a seguito di preventiva informazione della catena di comando militare nazionale, che, peraltro, sulla base del quadro di situazione a quel momento noto, non aveva ravvisato elementi che potessero indurre a negare un’attività di collaborazione con uno Stato anch’esso coinvolto nella lotta alla pirateria.

Al momento della richiesta di dirigere in porto, quindi, non vi erano motivi per sospettare quanto sarebbe poi accaduto e soddisfare tale richiesta appariva in linea con la naturale collaborazione internazionale tra Stati. È evidente, dunque, che si è trattato di giudizi e conseguenti decisioni che solo successivamente hanno dovuto confrontarsi con un contesto di riferimento assai diverso e carico di ben più ampie criticità.

Peraltro, come noto, è stata recentemente approvata, presso la 4a Commissione permanente (Difesa) del Senato, la risoluzione XXIV-46 che prevede tra gli impegni al Governo anche quello di rivedere e di ottimizzare il protocollo d’intesa siglato tra il Ministero e la Confederazione italiana armatori (Confitarma).

Al riguardo, sono già in avanzato stato di definizione le modifiche al protocollo.

Concludendo, si assicura che il Governo continua a riservare alla vicenda la massima attenzione, concentrandosi sulle indagini in corso, sull’eccezione di giurisdizione e d’immunità funzionale, proseguendo nel contempo nell’opera di sensibilizzazione dei Paesi amici, anche in seno alle principali organizzazioni internazionali, con l’immutato obiettivo di riportare in Italia i due marò.

DI PAOLA GIAMPAOLO Ministro della difesa

23/10/2012
[/toggle] conferma che l’autorizzazione era stata data dal suo Ministero, condendo la ricostruzione dei fatti con considerazioni e giustificazioni piuttosto “acrobatiche (…)”.

Lei si recò pochi giorni dopo il 15 febbraio in India.
“(…) Mi recai a Kochi, per dare pubblicamente all’India la il segnale dell’elevatissima priorità politica che la questione dei nostri Maro’ aveva per il Governo e per l’intero Paese. Feci il punto della situazione con il team che stava lavorando al caso. Proprio in quel momento stavano emergendo attriti nella effettuazione della perizia balistica, perche’ gli indiani contrastavano la presenza dei nostri esperti nelle rilevazioni tecniche. Fu una visita utile: in primo luogo perché consentì di rafforzare la tesi che i Marò potessero e dovessero essere giudicati soltanto in Italia; in secondo luogo perché apparve evidente alle autorita’ indiane, a seguito delle mie pressioni durante la visita, che non era nemmeno immaginabile che i nostri Maro’ venissero messi in un carcere del Kerala, come inizialmente gli indiani volevano fare. Si ottenne che essi fossero sistemati in una guest house, in area si’ sorvegliata ma con la possibilità di una presenza continuativa dell’addetto militare da Nuova Delhi e assistenti delle nostre Forze Armate. Inoltre poterono mantenere la divisa in riconoscimento del loro status militare (…)”.

I due marò
I due marò

Come trovò i due marò quando passò del tempo con loro?
“Ho sempre constatato in Massimiliano Latorre e Salvatore Girone una forza morale straordinaria. Sono due uomini di grande carattere, assoluta dedizione al servizio dello Stato e di un grandissimo attaccamento alla Patria e al loro contingente. Ritengo siano il simbolo della fierezza e dell’orgoglio italiano e anche della grandissima qualità degli uomini che noi impegniamo nelle Forze di Pace. Per questo ho sempre considerato fondamentale il Paese e per la nostra politica estera trovare una soluzione che li riporti a casa (…)”.

Un momento molto delicato della vicenda fu quando annunciò la decisione di trattenere i Marò in permesso in Italia. Ma dopo qualche giorno lei stesso informò del loro rientro e si dimise. Cosa accadde realmente?
“La questione è molto semplice e tutto quello che ora ricostruisco è ampiamente documentato da lettere e comunicazioni ufficiali che sono state via via analizzate anche da trasmissioni televisive, dibattiti e interviste. Il primo ritorno dei nostri sottoufficiali in Italia, il cosiddetto “congedo natalizio” a fine 2012, lo avevo ottenuto personalmente a seguito di una conversazione con il mio “omologo” indiano Salman Khurshid, come gesto simbolico di buona predisposizione e di distensione dell’India nei confronti dell’Italia per il prosieguo di questa vicenda.

LEGGI POST “MARO’, INVITO ALL’EVASIONE…”

Lo ottenemmo sulla base di un affidavit (dichiarazione giurata, ndr), che poi venne replicato anche per la licenza elettorale del febbraio-marzo successivo. Nell’affidavit avevamo inserito una clausola importante che la disinformazione della stampa governativa della fine-governo Monti ha cercato di occultare e confondere. Con l’affidavit il governo italiano s’impegnava, tramite l’ambasciatore a Nuova Delhi, a fare “tutto il possibile” per far tornare i marò in India alla fine della licenza nell’ambito delle sue prerogative e dei suoi poteri costituzionali.

Giorgio Napolitano con Massimiliano Latorre EPA/Giandotti
Giorgio Napolitano con Massimiliano Latorre EPA/Giandotti

Questo era un passaggio chiarissimo anche per gli indiani che lo avevano accettato. Ciò significava che se la magistratura italiana, presso la quale erano aperti da inizio novembre 2012 due procedimenti penali per l’incidente che veniva addebitato a Latorre e Girone (uno presso la Procura militare e uno presso quella ordinaria), avesse trattenuto il passaporto ed emanato delle misure cautelari nei confronti dei due uomini, impedendo che ripartissero dall’Italia per tutto il periodo delle indagini e del processo in Italia, nessuno avrebbe potuto dire nulla.

Al primo rientro dei due Marò, mi attivai con il Presidente del Consiglio affinché si svolgesse un’opera di sensibilizzazione della Procura di Roma, come avvenuto in altri casi, ad esempio quelli Lozano e Baraldini. Il mio obiettivo era l’attivazione della magistratura e di conseguenza il trattenimento dei due marò almeno fino ad una sentenza che ne accertasse la responsabilità o meno per l’incidente che eravamo certi fosse avvenuto in acque internazionali (…)”.

E quando tornarono la seconda volta, quindi?
“Il dato certo è che quando tornarono la seconda volta, per il permesso elettorale, vi fu una serrata concertazione fra tutte le diverse Istituzioni coinvolte per capire se l’impegno per rimandarli in India dopo le votazioni politiche tenesse ancora, essendo sopravvenuta violazione indiana alla Convenzione sul Diritto del Mare (…) Vi era stato un nuovo importante sviluppo tra il primo ritorno di Latorre e Girone in dicembre e quello di fine febbraio.

Il 18 gennaio, infatti, la Corte Suprema indiana aveva emanato una sentenza sul ricorso intrapreso dai legali di Latorre e Girone (…) Qualcosa nella sentenza della Corte, fu a nostro favore. Per la Corte Suprema l’incidente nel quale era incorsa la Lexie configurava un’azione antipirateria avvenuta al di fuori delle acque territoriali indiane e quindi, era coperta dall’articolo 100 del Trattato UNCLOS (la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del mare).

STRATEGHI L'ex premier Monti con l'ex ministro della Difesa Di Paola
STRATEGHI L’ex premier Monti con l’ex ministro della Difesa Di Paola, responsabili del destino dei marò

Ciò è molto importante anzitutto perché la Corte Suprema indiana riconosceva l’applicabilità della convenzione UNCLOS alla controversia fra Italia e India. In secondo luogo, perche menzionava l’ articolo 100 ,che prevede delle consultazioni bilaterali tra i due Paesi in vista di una soluzione diplomatica. Se la Convenzione Unclos deve essere applicata, come dicono gli stessi indiani, allora entra in campo l’arbitrato quando le consultazioni bilaterali non hanno dato nessun esito, come infatti è avvenuto da due anni a questa parte. L’Arbitrato può essere di due tipi: consensuale se i due Paesi nominano di comune accordo i loro arbitri; obbligatorio se una delle due parti non accetta l’arbitrato.

La nazione che accetta l’arbitrato, a discapito di chi lo rifiuta, può chiedere la nomina d’ufficio e procedere comunque. In quel febbraio del 2013, dunque, dopo consultazioni interministeriali molto approfondite si decise di chiedere formalmente all’India l’attivazione di un arbitrato consensuale. L’India rispose, che non voleva saperne e reiterò questa risposta negativa ripetutamente. A quel punto, dinanzi ad un atteggiamento indiano completamente negativo, il Governo italiano annunciò di voler trattenere in Italia i marò fino a che l’Arbitrato obbligatorio, che parallelamente stavamo attivando, non avesse stabilito quale Paese avesse giurisdizione. Decidemmo altresì di attivare tutte le sedi internazionali spiegando quello che era avvenuto e chiedendo sostegno: l’Italia riteneva che l’India avesse disatteso impegni previsti dalla convenzione UNCLOS e reiterati dalla stessa Corte Suprema (…)”.

TRADITORE - Mario Monti con Massimiliano Latorre e Salvatore Girone
Monti in posa con Massimiliano Latorre e Salvatore Girone

Quindi, almeno fino a questo punto, nel governo sono tutti d’accordo nel trattenere i marò in Italia. Cosa succede poi?
“Tutti eravamo d’accordo, al punto che facciamo un comunicato del Governo in due occasioni diverse, a distanza di una settimana di tempo. Il primo l’11 marzo e il secondo il 18 marzo a nome dell’intero Esecutivo, pubblicati anche sul sito della Presidenza del Consiglio, in cui si spiegava quello che ho appena esposto non soltanto ai cittadini italiani, ma anche agli indiani e a tutto il mondo. Lo inviamo, infatti, a 150 sedi su tutta la rete diplomatica e lo spiegammo a Ban Ki Moon.

I toni indiani ovviamente a quel punto montano, con dichiarazioni della signora Sonia Gandhi, leader del partito del Congresso, ma tutto questo era scontato e previsto. Era evidente che ci sarebbe stato un po’ di ‘teatro’ perché ormai i due marò non erano più in mano indiana, e si era ribaltata la situazione di fatto. Tra l’altro tutte queste preoccupazioni legalistiche, compreso l’affidavit, erano perfino pleonastiche perché i due marò erano stati presi dall’India con l’inganno. Se anche li avessimo riportati a casa con altri mezzi, si sarebbe pur sempre trattato di un’operazione imposta dallo stato di necessità: quello di tutelare nostri uomini in divisa, senza lasciarli, come nessun Paese serio fa, “dietro le linee”.

Tornando ai fatti, i Comunicati del Governo furono seguiti dal reintegro immediato dei due fucilieri nei rispettivi reparti. Le loro famiglie e tutti gli italiani erano molto soddisfatti per la soluzione di un dossier cosi’ delicato, mentre la vicenda – cosa importante – veniva ricomposta sui binari del Diritto internazionale: si apriva formalmente una controversia fra due grandi Paesi; sarebbe stata gestita in modo civile , con tutti i dettami della legalità, senza forzature e colpi di mano. Il 21 marzo, dal nulla, parte invece una convocazione del Presidente del Consiglio per una riunione ristretta e riservata dei ministri più interessati alla vicenda.

Mario Monti con Massimiliano Latorre AP/Carconi
LA STRETTA DEL TRADIMENTO Mario Monti stringe la mano Massimiliano Latorre prima di rispedirlo in India (AP/Carconi)

Avevo avuto sentore che uno scivolamento si stava verificando perché il giorno precedente alla convocazione avevo ricevuto un paio di telefonate nelle quali mi si allertava che un collega di governo (Corrado Passera, ndr) si stava agitando freneticamente perché temeva per gli interessi economici in India e riteneva che i due marò dovessero essere rispediti indietro immediatamente. Quindi mi preparai a sostenere con tutto il dovuto vigore in sede di discussione la validità di una linea che era stata sino a quel punto fortemente condivisa soprattutto dai Ministri della Difesa e della Giustizia, oltre che da Presidente del Consiglio.

Con profonda tristezza, mi resi conto che nessuno, oltre a me, era disposto a confermare la linea collegialmente decisa dal Governo poche settimane prima e messa in atto dinanzi all’intera Comunità internazionale sino al giorno prima. Nonostante la mia netta opposizione ci si rivide la mattinata successiva, e lì la decisione era stata presa. Già il 21 sera, comprendendo che il Governo stava facendo qualcosa di incredibile, qualcosa che molti definiscono subito come la nuova ‘Caporetto’ o l’8 settembre della nostra Diplomazia, inviai una comunicazione formale scritta in cui esponevo le mie considerazioni di ferma contrarietà a questa vicenda (…). Questa lettera non ottenne nessuna risposta e, il giorno dopo, sappiamo quello che è successo:

Mario Monti con Salvatore Girone
Stesso copione con Salvatore Girone (AP/Carconi)

Il Ministro della Difesa Di Paola e il sottosegretario de Mistura si recarono a convincere Latorre e Girone affinché ripartissero; dando loro assicurazioni, a quanto mi risulta, che si sarebbe trattato di una permanenza in India di poche settimane e poi il caso sarebbe stato risolto. Sappiamo invece cosa è successo. Le garanzie non c’erano. Per più di un anno si è discusso persino sul fatto se la pena di morte potesse essere applicata o meno. Il governo indiano addirittura smentì su questo punto la Presidenza del Consiglio in maniera a dir poco imbarazzante. Ecco perché decisi di dare le dimissioni. Provai un grande dolore nel constatare di dover rappresentare nel mondo un Paese che si comportava dando così scarso valore alla propria Sovranita’ e interesse nazionale. E lo dico dopo 40 anni di servizio diplomatico in una Carriera che si è sempre battuta per tenere alto il nome dell’Italia e degli italiani nel mondo”.
E’ passato più di un anno da quei momenti. Cosa è stato fatto?
“Non è stato fatto assolutamente nulla…”

(Il seguito dell’intervista all’Ambasciatore Terzi, oltre ai contributi degli altre importanti personalità intervistate su questo delicato è importante dossier, è disponibile sul libro di Carla Cace dal titolo “Marò: le voci dei protagonisti”, ordinabile in libreria, editore “Pagine” (pagg. 150, Euro 16,00)

Fonte: Profilo Facebook di Giulio Terzi di Sant’Agata che ha ricevuto stralci del libro per gentile concessione dell’editore

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