Consulta, redditi online solo per top manager pubblici, come i politici

Lo ha deciso la Corte costituzionale: "Irragionevole" l'obbligo generalizzato

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La Corte Costituzionale
Esterno della Corte Costituzionale a Roma

E’ incostituzionale l’obbligo generalizzato di pubblicare on-line tutti i dati su reddito e patrimonio personale dei dirigenti pubblici, come avviene per i politici: vale solo per quelli che ricoprono incarichi apicali. Lo ha deciso la Consulta, con la sentenza n. 20 depositata oggi (relatore Zanon), che ha ritenuto “irragionevole” il bilanciamento operato dalla legge tra due diritti: “Quello alla riservatezza dei dati personali” del dirigente e quello “dei cittadini al libero accesso ai dati e alle informazioni detenuti dalle pubbliche amministrazioni”.

Secondo i giudici costituzionali, il legislatore, nell’estendere l’obbligo di pubblicazione alla totalità dei circa 140.000 dirigenti pubblici (e, se consenzienti, ai loro coniugi e parenti entro il secondo grado), ha “violato il principio di proporzionalità, cardine della tutela dei dati personali e presidiato dall’articolo 3 della Costituzione”. Pur riconoscendo che la pubblicazione dei dati è funzionale alla trasparenza, e in particolare alla lotta alla corruzione nella Pubblica amministrazione, la Corte ha infatti ritenuto che “tra le diverse misure appropriate non è stata prescelta, come richiesto dal principio di proporzionalità, quella che meno sacrifica i diritti a confronto”.

In vista della trasformazione della Pa in una “casa di vetro”, il legislatore “può prevedere strumenti che consentano a chiunque di accedere liberamente alle informazioni purché, però, la loro conoscenza sia ragionevolmente ed effettivamente collegata all’esercizio di un controllo”. Ora, ciò “vale certamente per i compensi di qualsiasi natura connessi all’assunzione della carica, nonché per le spese relative ai viaggi di servizio e alle missioni pagate con fondi pubblici, il cui obbligo di pubblicazione viene preservato, dalla sentenza, per tutti i dirigenti pubblici. Non così per gli altri dati relativi ai redditi e al patrimonio personali, la cui pubblicazione era imposta, senza alcuna distinzione, per tutti i titolari di incarichi dirigenziali”. Si tratta, infatti, dice la Consulta, di “dati che non sono necessariamente e direttamente collegati all’espletamento dell’incarico affidato”.

Inoltre, “la loro pubblicazione non può essere sempre giustificata – come avviene invece per i titolari di incarichi politici – dalla necessità di rendere conto ai cittadini di ogni aspetto della propria condizione economica e sociale allo scopo di mantenere saldo, durante il mandato, il rapporto di fiducia che alimenta il consenso popolare”. A ciò si aggiunga che “la pubblicazione di quantità così massicce di dati (…) non agevola affatto la ricerca di quelli più significativi, anche a fini anticorruttivi, e rischia, anzi, di generare ‘opacità per confusione’ oltre che di stimolare forme di ricerca tendenti unicamente a soddisfare mere curiosità”.

Secondo la Corte – che lascia al legislatore la riforma della materia – la sentenza “garantisce, insieme al diritto alla privacy, la tutela minima delle esigenze di trasparenza amministrativa individuando nei dirigenti apicali delle amministrazioni statali coloro ai quali sono applicabili gli obblighi di pubblicazione imposti” dalla legge.