‘Ndrangheta in Lombardia, volevano portare San Luca a Milano

Carlomagno Alfa Romeo Giulia giugno 2018

Un’inchiesta su infiltrazioni della ‘ndrangheta nel mondo dell’imprenditoria e della politica in Lombardia quella coordinata dalla Procura di Monza e dalla Dda di Milano che ha portato a 27 misure cautelari: 21 in carcere, 3 ai domiciliari e tre interdittive nell’ambito di una maxi operazione denominata “Ignoto 23”, dal nome di un soggetto, poi identificato in Fortunato Calabrò, “scampato” all’inchiesta “Infinita”.

Arrestato e posto ai domiciliari anche il sindaco di Seregno (Monza) Edoardo Mazza, di Forza Italia. E’ accusato di corruzione: avrebbe favorito gli affari con un imprenditore, Antonino Lugarà, ritenuto legato alle cosche, il quale si sarebbe a sua volta adoperato per procurargli voti. A legare a “doppio filo” politica e ‘ndrangheta, secondo l’inchiesta della Procura di Monza e della Dda di Milano, sarebbe stato un imprenditore edile di Seregno il quale avrebbe intrattenuto rapporti con politici del territorio, e coltivato frequentazioni e rapporti fatti di reciproci scambi di favori con esponenti della criminalità organizzata. Il suo ruolo sarebbe stato “determinante” per l’elezione del sindaco arrestato, secondo le ricostruzioni degli inquirenti. Il suo interesse era quello di ottenere dai politici una convenzione per realizzare un supermercato nel monzese.

Indagato per corruzione l’ex vicepresidente della Regione Lombardia Mario Mantovani (FI), attualmente consigliere regionale. A Mantovani, già arrestato due anni fa in un’altra inchiesta, non vengono contestati reati di mafia. Mazza era in contatto con l’imprenditore ritenuto vicino alle cosche e in cambio della sua elezione, dicono gli inquirenti, permise a questo la costruzione di una struttura sportiva. Entrambe le cose avvennero. “Le promesse sono debiti”, dice il sindaco in una intercettazione.

I soggetti colpiti dalle 27 misure cautelari sono accusati a vario titolo di associazione di tipo mafioso, estorsione, detenzione e porto abusivo di armi, lesioni, danneggiamento (tutti aggravati dal metodo mafioso), associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, corruzione per atti contrari ai doveri di ufficio, abuso d’ufficio, rivelazione e utilizzazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento personale.

L’inchiesta dei carabinieri, partita nel 2015, e che porta la firma dei Pm monzesi Salvatore Bellomo, Giulia Rizzo e del Procuratore della Repubblica di Monza Luisa Zanetti e dei Pm della DIA Alessandra Dolci, Sara Ombra e Ilda Boccasini, rappresenta una costola dell’indagine “Infinito”, che nel 2010, sempre coordinata dalle procure di Monza e Milano, aveva inferto un duro colpo alle “Locali” ‘ndranghetiste in Lombardia.

Dopo “7 anni” di indagini sulla ‘ndrangheta in Lombardia “posso dire che c’è un sistema” fatto di “omertà” e di “convenienza da parte di quelli che si rivolgono all’anti Stato per avere benefici”. Lo ha detto il procuratore aggiunto della Dda di Milano Ilda Boccassini nella conferenza stampa sul maxi blitz spiegando anche che “è facile” per le cosche “infiltrarsi nel tessuto istituzionale”.

CHI E’ IGNOTO 23

Ignoto 23 è “Fortunato Calabrò”, già coinvolto nel processo “Infinito”, ha detto il Pm, Alessandra Dolci, oggi spiegando i particolari dell’indagine che ha portato alla maxi operazione di ‘ndrangheta dei carabinieri tra Milano e Monza. Anche lui partecipò al summit “Falcone e Borsellino” che si tenne a Paderno Dugnano nel 2010 per decidere il sistema di potere della mafia calabrese al nord. A chi le ha chiesto se si tratti di un sistema indipendente rispetto a quello calabrese ha risposto che in realtà “dalla Calabria si continua ancora a comandare” e che l’organizzazione assomiglia piuttosto ad in “franchising”. La posizione di Calabrò non era stata approfondita ma grazie alla “dedizione di un ufficiale dei carabinieri e stato identificato”. Su questo è intervenuto anche il procuratore aggiunto Ilda Boccassini: “Le persone che se la sono “scampata” dall’indagine Infinito hanno continuato ad esser mafiosi, che agivano, che commettevano reati e quindi – dato preoccupante che va tenuto presente – si comincia, si nasce, si va avanti” all’interno della struttura mafiosa. “Solo la morte porta nella condizione di essere persone diverse. Oppure un caso di collaborazione con la giustizia che però in questo frangente non c’è”.

BOCCASSINI: “C’E’ OMERTA’, NON SI DENUNCIA PERCHE’ NON C’E’  CONVENZIENZA”

“Come è facile infiltrarsi nel tessuto istituzionale di questo territorio: dopo 7 anni posso dire che é sistema”. È quanto dimostra l’operazione di contrasto alla ‘ndrangheta effettuata oggi, secondo il magistrato Ilda Boccassini, della DDA di Milano, che stamani ha così commentato quanto emerso dalle indagini che hanno portato a 24 arresti per cui le procure di Monza e Milano hanno lavorato “con una sinergia esemplare”. Boccassini ha sottolineato come il risultato raggiunto con l’individuazione di “Ignoto 23”, ovvero Fortunato Calabrò, una delle persone presenti al noto summit mafioso nel circolo di Paderno Dugnano intitolato a Falcone e Borsellino, è stato possibile grazie ad un appartenente al nucleo operativo dei carabinieri, “alla passione, alla solerzia e alla bravura con cui ha condotto le indagini facendo sì che ci si incamminasse in un percorso investigativo che ha poi permesso di individuare questa persona. Ora siamo alle prime battute ma noi siamo certi degli elementi raccolti”.

L’indagine di oggi infatti discende dagli approfondimenti avviati nel 2015 dal Nucleo Investigativo del Comando Provinciale Carabinieri di Milano sui summit mafiosi al centro dell’ampia inchiesta “Infinito”. Altro dato che emerge dall’operazione è la violenza con cui agivano, “inaudita e gratuita”. Sono emersi a Cantù, episodi in cui una persona è stata ferita con colpi di arma da fuoco “solo perché non aveva rispettato fatti che riguardavano cose di assoluta normalità”. “Non tutti denunciano, non si tratta dell’omertà di cui siamo abituati a parlare ma di una situazione di convenienza che c’è da anni – ha spiegato Boccassini . Io mi rivolgo all’antistato per ottenere benefici sapendo che agisco con persone legate alla mafia. È un dato preoccupante che esiste da anni”. Guardando ai nomi emersi oggi, è chiaro che “le persone che non sono state prese nell’operazione Infinito, hanno continuato a commettere reati. Questo significa che quando si comincia, poi si va avanti e solo la morte mi fa essere una persona diversa, tranne in quei casi di collaborazione che però questa volta non ci sono”.

IL PM DOLCI: “LA MAFIA SILENTE NON ESISTE AL NORD”

“La mafia silente non esiste sul nostro territorio come al sud”, ha detto Alessandra Dolci, pm della direzione distrettuale antimafia di Milano, commentando i risultati delle 3 indagini che hanno portato al maxi blitz di questa mattina. “Si parla spesso di mafia silente quella al nord – ha proseguito Dolci – Ma è cosi silente che in una realtà come Cantù, nella piazza centrale, si compiono pestaggi immotivati ai danni di avventori di locali pubblici e si compiono atti di prevaricazione: persone entrano non pagano le consumazioni, e ci sono gravissime manifestazioni della capacità intimidatoria”. Dopo un pestaggio una delle vittime “ha pensato di andare non dai carabinieri ma nel locale gestito da Morabito (il boss della ‘ndrangheta) lamentandosi del comportamento di parenti e amici calabresi”. Per tutta risposta: “Questi hanno fatto le ordinazioni e buttato tutto a terra in senso di sfida”. Il risultato fra i residenti è “paura, timore e omertà”.

 

IL GIP DI MONZA: “UN INTERO COMUNE CONTAMINATO”

“Le contaminazioni tra interessi pubblici e privati” coinvolgevano “pressoché l’intero establishment politico e amministrativa operante (quest’ultimo) nel settore tecnico del Comune di Seregno”. Lo scrive il gip di Monza Pierangela Renda nell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato ai domiciliari il sindaco Edoardo Mazza. Un establishment, spiega il magistrato, “capace di intrattenere con agio e disinvoltura ‘interessati rapporti contrari al dovere di imparzialità con i più noti e importanti operatori immobiliari del posto e dedito altresi a una gestione davvero contaminata anche dalle sottese pratiche inerenti vicende edilizie e urbanistiche”.

LE INTERCETTAZIONI: “VOGLIONO METTERE SAN LUCA IN PIEDI A MILANO”

“Alla ‘Ndrangheta…vogliono mettere in piedi a San Luca. Volevano fare la cosa tipo mafioso. San Luca a Milan…al nord…capito?”. è quanto si legge nella trascrizione di una delle intercettazioni ambientali raccolte come prove nell’ambito della maxi indagine che si è conclusa con le 27 misure cautelari eseguite questa mattina tra Milano e il Monzese. La conversazione intercorre tra Massimo Salvatore Sculli e Rosario Sarcone, due dei principali punti di riferimento della ‘Ndrangheta a Seregno, secondo gli inquirenti, e si verifica proprio a casa di Sculli. I due parlano di Antonio Callipari, di San Luca, e Giuseppe Giorgi, considerati i vertici della “locale” monzese. Proprio questi ultimi sono considerati i responsabili di una “fusione” fra clan che aveva lo scopo di ampliare l’attività illecita: “Da un anno e mezzo sono cresciuti! Da quando sono con Antonio (Callipari) li c’è stata fatta una fusione”.

Dal tenore delle intercettazioni secondo i pm emerge che tra Milano e San Luca però i movimenti di droga e denaro erano consistenti. I pm hanno infatti considerato che l’organizzazione aveva a disposizione auto con doppio fondo in grado di movimentare fino a 50 chili di cocaina a settimana, “perchè rimane comunque la droga la maggiore fonte di reddito per la ‘Ndrangheta”, come ha sottolineato questa mattina in conferenza stampa la pm antimafia Sara Ombra. E anche da quanto emerso nelle ordinanze, notificate proprio per il traffico internazionale di stupefacente, le quantità a disposizione non erano mai inferiori a qualche chilo. I magistrati hanno di conseguenza documentato numerosi viaggi per portare il denaro che proveniva dal traffico (nel corso delle indagini sono stati sequestrati oltre 400mila euro) in Calabria: fino a un milione di euro al mese. Questa mattina nel corso di una perquisizione a casa di Giorgi sono stati trovati 120mila euro nascosti sotto il pavimento. I mafiosi utilizzavano solo telefoni Blackbarry, difficili da intercettare e, come sottolineato anche dalla pm della direzione distrettuale antimafia Alessandra Dolci, “hanno ormai alzato l’asticella”: “Gli indagati appartenenti alla ‘Ndrangheta non parlano più a bordo della autovetture o in luoghi pubblici dove si possono mettere microspie. Uno dei convegni documentati era proprio al centro del cortile di una abitazione”.

MAZZA: “OGNI PROMESSA E’ DEBITO”

“Si, tutto a posto, è passato, ho parlato con il sindaco adesso e mi ha detto ‘ogni promessa è debito”. E’ il 30 luglio 2015, al telefono parlano il consigliere comunale Stefano Gatti e l’imprenditore Antonino Lugarà, entrambi arrestati oggi nell’inchiesta che ha travolto il Comune di Seregno.

“Pronto? Non ho capito”, risponde Gatti e Lugarà di nuovo: “Si, mi ha detto il sindaco che tutto è passato come promesso”. “Ho capito perfettamente, ciao”, chiude la conversazione Gatti. Un’intercettazione chiave nella prospettiva dell’accusa perchè dimostrerebbe la realizzazione del rapporto corruttivo tra il sindaco Edoardo Mazza e il costruttore. Quel giorno, ricorda il gip, “è avvenuta una svolta positiva (ovvero l’adozione) nella vicenda riguardante il piano attuativo”. Dall’intercettazione, “è risultato con plastica evidenza il supino asservimento di Mazza agli interessi da parte di Lugarà al punto di notiziarlo telefonicamente dell’intervenuta adozione del piano attuativo in una palesata restituzione del supporto politico – elettorale ricevuto in occasione delle competizioni del giugno precedente”. Una settimana prima, in un’altra conversazione intercettata, Antonino Lugarà appariva nervoso per il mancato ‘sbloccò della sua pratica, tanto che il figlio Giovanni lo esorta: “digli a Mazza ‘guarda che non va ‘sta cosà gli dici ‘io ti faccio chiamare da Mario Mantovani, poi sono c..zzi tuoi”.

“SESSO CON  DONNE DELL’EST IN COMUNE”

Uno dei dirigenti del Comune di Seregno coinvolto nell’inchiesta della Procura di Monza e della Dda di Milano (il cui nome viene omesso perché nel frattempo deceduto) riceveva donne con cui aveva rapporti sessuali negli uffici municipali. A raccontarlo ai carabinieri della cittadina brianzola è la moglie che, sentita il 15 giugno 2015, parla delle “frequentazioni con giovani donne provenienti dall’Est europeo, addirittura da lui ricevute sovente presso l’ufficio del Comune”. Queste rivelazioni, scrive il gip di Monza, “sono confermate dai controlli operati sul territorio dalle forze dell’ordine, che accertavano la disponibilità della vettura dell’indagato in capo a discussi cittadini di origine albanese”.

IL DIPENDENTE COMUNALE “ASSERVITO” AL SISTEMA CRIMINALE

Attraverso le credenziali di accesso alla banca dati della procura rispondeva ai “desiderata” dell’imprenditore “corruttore” e gli forniva tutti gli iscritti al registro indagati inviandogli una videata. Giuseppe Carello, anche lui calabrese, era un dipendente della procura di Monza nell’ufficio affari semplici, ed era totalmente “asservito” al sistema mafioso scoperto grazie al maxi blitz concluso questa mattina. A dirlo è il procuratore capo di Monza Maria Luisa Zanetti: “Il dipendente è poi stato spostato” e ora è stato raggiunto dagli arresti domiciliari, ma “ha intaccato la fiducia del procuratore e di tutti coloro che lavorano in procura. Tutti gli altri sono estranei a queste vicende”. Un “traditore che lascia l’amaro in bocca” lo definisce il procuratore della Repubblica di Monza Salvatore Bellomo. è stato scoperto grazie alle intercettazioni della dda e del nucleo investigativo.

UNA TALPA IN PROCURA AVVERTIVA GLI INDAGATI

Spunta anche una “talpa” nell’inchiesta della Procura di Monza e della Dda di Milano che ha portato all’arresto, tra gli altri, del sindaco di Seregno Edoardo Zappa. L’addetto allo Sdas (sezione definizione affari semplici) della Procura di Monza Giuseppe Carello è stato messo ai domiciliari con l’accusa di favoreggiamento personale per avere, tra le altre cose, rivelato nel febbraio 2016 al costruttore Antonino Lugarà, “il quale si faceva poi parte attiva nel comunicarlo ai diretti interessati, oltre l’iscrizione nel registro degli indagati, l’esistenza di di attività di intercettazioni a loro carico, avvertendoli di prestare attenzione nel corso delle conversazioni telefoniche”.

INDAGINE PARTITA DA UN ESPOSTO DELL’EX SINDACO DI SEREGNO

L’indagine è partita da un esposto dell’ex sindaco di Seregno per alcune anomalie in pratiche urbanistiche da parte di un dirigente del suo comune. Un imprenditore del settore edilizio che operava sul territorio cercava di trovare altri appoggi perchè non poteva più appoggiarsi a questo dirigente già smascherato”. A raccontare come è partita la maxi indagine (confluenza di tre filoni) delle procure lombarde che oggi ha portato all’esecuzione di 27 misure cautelari è il procuratore capo di Monza, Maria Luisa Zanetti. Dalle intercettazioni emerge “la permeabilità e il totale asservimento da perte dei pubblici funzionari e di alcuni politici che si buttano a servire la criminalità e questo imprenditore” ha proseguito Zanetti. L’intenzione di Antonino Lugarà, l’imprenditore calabrese nato a Melito Porto Salvo (Reggio Calabria) che rappresenterebbe il perno del sistema corruttivo individuato dai magistrati, era quello di “far mutare di destinazione urbanistica delle aree dell’ex orto” per farvi sorgere un supermercato. Una modifica “non prevista” e ottenuta grazie agli appoggi in comune, ai quali inizialmente – pare – due dirigenti avevano detto di no, come emerge dall’analisi del traffico telefonico. Di questi uno si è poi suicidato. “Non si è però ‘messo di traversò” per dedizione all’amministrazione ma “perchè anche lui aveva i propri interessi da coltivare” ha spiegato il procuratore della Repubblica di Monza, Salvatore Bellomo.

LE ACCUSE A MARIO MANTOVANI

L’ex vicepresidente della Regione Lombardia Mario Mantovani sarebbe stato “il politico di riferimento” di Antonino Lugarà, l’imprenditore al centro dell’indagine che ha portato all’arresto anche del sindaco di Seregno Edoardo Zappa. Un legame, quello tra Mantovani e Lugarà, che “è risultato a chiare lettere – riporta il gip di Monza Pierangela Renda nell’ordinanza di custodia cautelare – dal tenore di un’intercettazione del 27 luglio 2015 nel quale Lugarà ha dato atto al suo interlocutore del ruolo dirimente di Mantovani anche nelle competizioni elettorali amministrative di Seregno del giugno 2015, ove la famiglia Lugarà ha potuto collocare all’interno del consiglio comunale il proprio uomo di fiducia, Stefano Gatti, poi effettivamente eletto”. Nel capo d’imputazione, si legge che Mazza avrebbe compiuto assieme a Gatti (consigliere comunale di Forza Italia del Comune di Seregno e “prestanome di diverse azienda riconducibili a Lugarà e portatore nel Comune degli interessi di quest’ultimo”) “atti contrari ai doveri d’ufficio, tutti finalizzati al perseguimento dell’interesse privato riconducibile alla società G.A.M.M. di Giuseppina Linati, moglie di Lugarà”.

“CAMPAGNA ELETTORALE? I VOTI ME LI HA DATI MANTOVANI…”

“Non ha fatto neanche la campagna elettorale…i voti vabbe’ me li ha dati Mario”. Cosi, in un’intercettazione agli atti dell’inchiesta che ha portato ai domiciliari il sindaco di Seregno, Giovanni Lugarà, figlio del costruttore Antonino (arrestato), si riferisce al ‘pesò che avrebbe avuto Mario Mantovani per l’elezione a Seregno di quello che definisce “il mio ragazzo”, cioè il forzista Stefano Gatti, arrestato oggi. “Abbiamo candidato il ragazzo che c’è in ufficio – dice Lugarà – e lo abbiamo messo a fare il consigliere e Presidente di Giunta…non sapevo chi cazzo mettere e il geometra che ho li…abbiamo messo lui e ha vinto (ride) perché c’era già tutto…capito? Non ha fatto neanche la campagna elettorale…i voti me li ha dati Mario…fatto un cazzo e lui fa il consigliere e il Presidente di Giunta…cioè adesso per 5 anni Seregno sai mi devono dire com’è…li sanno ormai c’è dietro Mario…anche dietro Mazza c’è Mario”. “Mario – prosegue Lugarà – se Mario domattina decide che sei finito quello…Mario c’ha una potenza indescrivibile”.